Da New York a Seattle, il progressismo americano non fa più paura agli elettori
Domenico Maceri
“La bella America non sarà mai un Paese comunista”. Questa la reazione di Donald Trump alle vittorie di candidati democratici socialisti nelle primarie democratiche dello Stato di New York. Trump mirava alle vittorie di Darializa Avila Chevalier, Claire Valdez e Brad Lander, i quali hanno vinto le primarie per tre seggi alla Camera. Tutti e tre hanno anche beneficiato dell’endorsement di Zohran Mamdani, anche lui democratico socialista, divenuto sindaco di New York nel mese di novembre dell’anno scorso.
La Chevalier ha sconfitto il parlamentare in carica Adriano Espaillat per il 13esimo distretto, la Valdez ha vinto nel settimo distretto (aperto per il ritiro della parlamentare Nydia Velázquez), e Lander ha vinto nel decimo distretto sconfiggendo l’attuale parlamentare Dan Goldman. Queste vittorie alle primarie si tradurranno in vittorie alle elezioni di novembre perché questi distretti sono “blue”, ossia dominati dai democratici. Quindi, vincere le primarie rappresenta l’ostacolo principale.
Tutti e tre i candidati vincenti rientrano nell’ideologia progressista che si rifà alle tematiche già tracciate da Bernie Sanders, abbracciata anche dalla parlamentare del 14esimo distretto di New York Alexandria Ocasio-Cortez, e ovviamente anche dal sindaco Mamdani. Sostengono la difesa delle classi povere, la sanità per tutti, asili nido universali e la tutela degli inquilini. Nelle recenti primarie appena conclusesi, però, anche la politica internazionale ha fatto parte notevole della campagna politica. La tragica situazione nel Medio Oriente, con la morte di 1200 israeliani seguite da quelle di 73 mila palestinesi a Gaza, ha suscitato il bisogno di una profonda rivalutazione. Lander ha specificamente dichiarato che la strategia di Joe Biden a Gaza è stata un fallimento catastrofico. Nel confronto tra Valdez e il suo avversario Antonio Reynoso, ambedue hanno classificato le vittime a Gaza come un genocidio. E nel 13esimo distretto, Chevalier ha detto che bisogna supportare i bambini, non le bombe.
I successi dei democratici socialisti a New York si stanno ripetendo in altre zone del Paese. A Los Angeles le recenti primarie hanno visto vincitrici due democratiche, la sindaca attuale Karen Bass e la democratica socialista Nithya Raman, che si sfideranno a novembre. Un sondaggio piazzerebbe la Raman come favorita (32% vs. 28%). Le cose potrebbero cambiare, soprattutto perché non si sa dove andrebbero i voti del candidato repubblicano Spencer Pratt, arrivato terzo ed eliminato dal ballottaggio per l’elezione che si terrà a novembre.
A Washington D.C. si è registrata la vittoria della progressista Janeese Lewis George, che quasi sicuramente sarà eletta sindaca a novembre. Questi successi si aggiungono ovviamente a quelli di Mamdani e di Katie Wilson (anche lei definita democratica socialista), eletta sindaca di Seattle, Washington, l’anno scorso.
Gli attacchi di Trump sui democratici come estremisti socialisti e comunisti continuano a fare meno presa, perché per molti elettori americani queste etichette non spaventano poi tanto. Un sondaggio Gallup dell’anno scorso ci rivela infatti che il 42% degli elettori democratici vede il capitalismo con occhi benevoli, ma il socialismo è gradito di più (66%).
E come abbiamo scritto in queste pagine, il progressista Graham Platner ha sconfitto Janet Mills, la candidata dell’establishment democratico, nelle primarie per il seggio al Senato nello Stato del Maine. Platner si era inizialmente etichettato come democratico socialista, ma ha poi preso un po’ le distanze dal termine. Ciononostante, la sua piattaforma è ovviamente progressista, come ci conferma anche l’endorsement ottenuto da Sanders, Ocasio-Cortez e Elizabeth Warren.
Queste vittorie dei democratici socialisti in zone tradizionalmente controllate dai democratici ci indicano che l’establishment del Partito Democratico deve fare i conti con un’ala sinistra del partito in continua ascesa, anche in zone non dominate da elettori democratici. Un’altra candidata democratica socialista, Melat Kiros, sta sfidando la parlamentare dell’establishment Diana DeGette, che rappresenta il primo distretto da ventisei anni. Kiros sarebbe avanti di 5 punti (41% vs. 36%) su DeGette.
La sfida dell’ala sinistra del Partito Democratico rappresenta una sfida che alla fine verrà unita dal vero nemico—Trump. Lo ha detto anche Dan Goldman, sconfitto da Lander, asserendo che l’avversario di “tutto quello che i democratici vogliono” si trova nella Casa Bianca. Ha ragione. Proprio al momento di scrivere siamo informati che il 47esimo presidente all’ultimo minuto ha cancellato la cerimonia per firmare una legge bipartisan per migliorare la difficile situazione delle case negli Usa. La legge era stata approvata con una stragrande maggioranza (Camera 358-32, Senato 85-5) e avrebbe apportato notevoli cambiamenti per ampliare il numero di nuove case. La portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, lo aveva descritto come “uno dei più significativi pezzi legislativi” per migliorare la situazione del “costo delle case”. Trump ha rifiutato la firma perché vuole che si approvi prima una legge restrittiva sulle elezioni che non è supportata al Senato.
Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.
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