Serena conduce operaclassica eco italiano







Note di regia
di Stefano Poda
Nabucco come scontro-ricongiungimento fra due polarità. Le due metà sferiche rappresentano non solo la polarizzazione ebrei-babilonesi (che è la trama concreta del libretto), ma anche spiritualità-razionalità, fede-ragione, nel contesto di un palcoscenico depurato in una dimensione spaziale postmoderna, che coniuga un labirinto di luce futuristico con la scenografia nuda dei gradoni dell’Arena, messi in grande risalto e valore. Sono due polarità che si attraggono e si respingono durante tutta l’azione scenica, fino ad un punto di massima repulsione e scissione, per poi arrivare alla sintesi del finale in cui i due opposti si riconciliano.
La metafora è quella della repulsione delle particelle atomiche: le sfere hanno un nucleo che irradia energia e orbite luminose in perenne rotazione, come una nuvola di elettroni. L’uomo nella sua storia è arrivato a scoprire come scindere in due un atomo, per poi rendersi conto che tanta scienza può avere conseguenze disastrose: è il segno dell’umanità che passa i propri limiti (empietà), cioè il significato del fulmine del Finale secondo, che sarà il culmine della messa in scena: qui verrà rappresentata un’esplosione atomica, con effetti speciali cinematografici, a rappresentare la distruzione e la desolazione della ragione separata dalla spiritualità. La guerra e il conflitto sono in realtà il rumore di fondo di tutta la trama, rappresentate da guerrieri post-atomici e futuristici dotati di corazze luminose e armi bianche, letali ma stridenti di fronte alla potenza della tecnologia («Io non so con quali armi sarà combattuta la terza guerra mondiale, ma so che la quarta si farà con pietre e bastoni», per citare Einstein). Il coro degli schiavi ebrei, nel Va’, pensiero, rappresenta il tentativo estremo di sfuggire a questa logica dello scontro: al centro, tra le due polarità (uguali e contrarie), si trova una gigantesca clessidra, simbolo dello scorrere del tempo che inesorabilmente cancella ogni sforzo umano: la Vanitas (incisa sulla clessidra stessa) ci insegna che nulla regge di fronte all’invincibilità del tempo. Eppure, l’uomo tenta perennemente di opporsi a tale destino, lottando con ogni suo sforzo: per questo, il coro degli schiavi ebrei riuscirà a bloccare per un attimo il fuggire della vita, maneggiando le sabbie del tempo.
Altro elemento fondamentale di Nabucco è il Finale quarto, con la rottura dell’idolo pagano: la grande clessidra che troneggia al centro dei gradoni, che rappresenta lo scorrere del tempo sottomesso alla Vanitas, si infrange e lascia l’umanità sospesa nella scelta fra bene e male. La grande conversione collettiva del finale è in realtà una riconciliazione, in cui ognuno rinasce a vita nuova (e i costumi marcheranno visibilmente questo cambio di pelle). Ecco che arriva la sintesi e la speranza nel futuro: la soluzione sta nella ricongiunzione dell’atomo scisso dalla mente dell’uomo; le due sfere si baciano e si toccano in una moderna unione post-atomica, che incorpora yin e yang e li proietta verso una dimensione universale.
Per realizzare i costumi post-moderni è stato svolto un lavoro di campionatura e ricerca di materiali e tessuti: da un lato il mondo tecnologico dei babilonesi, intesi come quella parte dell’umanità che ricerca il progresso a tutti i costi, e dall’altro il mondo naturale e consunto degli ebrei, intesi come la parte di intelligenza umana che invece ricerca spiritualità e cultura. In particolare, i prototipi sono stati realizzati da imprese italiane impegnate nella ricerca di materiali che coniughino teatralità e tecnicità, resistenti al caldo e al freddo, adattati con l’innesto di parti elettriche innovative e realizzate per questa occasione. I guerrieri indossano maschere tratte dal mondo della scherma professionale in modo da rispondere alle esigenze coreografiche, mentre nel cambio costume finale sono previste parti fluorescenti che possono essere nascoste. Tale sperimentazione è una novità per il mondo dell’opera e costituisce un significativo legame fra mondo dell’arte, dell’alta sartoria, della sperimentazione, del made in Italy e del design.
Nabucco rappresenta un tempio laico e religioso allo stesso tempo, impregnato dell’incenso di una musica che parla di sacralità, violenza e nostalgia. Anime rinchiuse in una cattedrale di luce e oscurità completano il loro cammino di formazione senza un significato univoco, mostrando allo spettatore che la vera catarsi non è liberarsi dalle catene fisiche, ma da quelle spirituali. L’argomento non può ridursi a una lotta tra due popoli, né a un illusorio aggiornamento del libretto, per raccontare senza originalità che la storia umana si ripete, magari in una “trasposizione” di babilonesi contro ebrei deportati in qualche guerra recente o attuale. Sarebbe un’operazione solo apparentemente moderna, dove più attuale dovrebbe significare solamente “più comprensibile» o «meno noioso», con riferimenti all’attualità o alla storia che conosciamo fin troppo bene. Al contrario, il segreto di Nabucco consiste in una spiritualità che va oltre il libretto solo apparentemente schematico: il suo manicheismo radicalmente scolpito è un simbolo molto chiaro, per chi sa guardare oltre il velo della trama. È la storia di una speranza, di un cammino, di un gesto di fede. Si parla di conversione. Verdi scrisse Nabucco quando i suoi recenti fallimenti professionali lo avevano quasi convinto a rinunciare alla carriera di compositore e una serie di tremende disgrazie personali lo avevano quasi portato sull’orlo del suicidio. Fu così che gli apparve da lontano una luce, la luce di Va’ pensiero con cui iniziò la composizione dell’opera: grazie a quell’impulso, la sua vita passò dall’autodistruzione al più grande dei successi.
Il percorso di Verdi si riflette in tutti i personaggi di Nabucco: si parla di Jehovah, eppure si tratta di una conversione che non è né religiosa né laica, ma spirituale. Tutto questo può avvenire in una dimensione di luce e simbolismo, dove prenda vita la ricerca della liberazione dal dolore, dalle carceri, dalla violenza: il linguaggio contemporaneo accompagna i personaggi dall’inferno verso una fine di redenzione e catarsi universale. Al posto di un manicheismo in bianco e nero, si eludono riferimenti contingenti, affidandosi ciecamente a una musica che parla. Niente più uniformi, niente più buoni e cattivi, niente più pistole, niente più oppressi e oppressori. La drammaturgia cessa di essere un “peplum” antico o moderno, superficiale ma rassicurante in questa epoca malata di realismo e tautologia, e diventa una ricerca interiore: tutto il contrasto tra ebrei e babilonesi, tra Jehovah e Belo, tra fede e obiettività, viene ricondotto all’interiorità profonda di ogni protagonista. Il dissidio, il disaccordo, la paura dell’altro, del diverso, le antitesi non opprimono più genericamente un popolo, ma l’individuo: buoni e cattivi sono la stessa persona in momenti diversi del loro cammino, anche vicini, per dimostrare che bene e male sono presenti in ognuno di noi, che i popoli si richiamano nei loro destini. Non ci sono quindi i buoni da una parte e i cattivi dall’altra. I cattivi nascono dalla paura del diverso, che poi è la paura di quel diverso che ciascuno di noi è per sé stesso, e da cui ostinatamente ci difendiamo per mantenere la nostra identità. Diceva Sartre: «gli altri sono il nostro inferno, ci tengono in pugno perché ci guardano e ci vedono come siamo, possiedono quello che a noi sfugge e quindi hanno un potere terribile su di noi». Gli individui e i popoli di Nabucco non saranno incarcerati da etichette, ma liberati al loro valore universale, perché possano davvero raccontarci le difficoltà e le speranze di ogni popolo e di ogni individuo sulla Terra.
(2025)
