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​Il ponte sul Choluteca della politica italiana e il destino del trasformismo istituzionale

A admin
28 de junio, 2026
Carlo Di Stanislao

«In Italia non sono i partiti che fanno la politica, sono gli uomini; e gli uomini sono quasi sempre superiori ai loro partiti.»

— Marco Minghetti

​Esiste una straordinaria metafora ingegneristica che periodicamente torna a fecondare l’immaginario della sociologia politica contemporanea: la storia del ponte sul fiume Choluteca, in Honduras. Progettato da una rinomata società giapponese e inaugurato nel 1998, le strutture dovevano rappresentare il trionfo della tecnica umana sulla natura matrigna, una struttura imponente capace di resistere alle peggiori tempeste tropicali dell’America Centrale. Pochi mesi dopo la sua consegna, l’uragano Mitch si abbatté sulla regione con una violenza devastante. L’infrastruttura superò gloriosamente la prova: non una sola campata cedette, non un bullone si allentò. Tuttavia, la furia degli elementi distrusse completamente le strade di accesso da entrambi i lati del fiume e, in un supremo atto di ironia geologica, deviò il corso dello stesso Choluteca. Il ponte rimase intatto, perfetto nella sua geometria e impeccabile nella sua solidità strutturale, ma tragicamente isolato: un ponte che non univa più nulla con nulla, sotto il quale non scorreva più alcuna goccia d’acqua. Una cattedrale nel deserto, o meglio, una transizione verso il nulla.

​Questa immagine, rievocata con finezza interpretativa dal dibattito pubblico in occasione del quarantesimo compleanno di Luigi Di Maio, offre la chiave di lettura ideale per comprendere non soltanto la parabola individuale dell’ex capo politico del Movimento 5 Stelle, ma l’intera evoluzione della classe dirigente italiana nell’ultimo quindicennio. La traiettoria di Di Maio rappresenta il compimento perfetto di un esperimento di ingegneria istituzionale involontaria: la mutazione antropologica di un rivoluzionario senza rivoluzione che, a forza di studiare i regolamenti parlamentari e di assimilare il galateo dello Stato, ha finito per costruire una solida architettura istituzionale attorno a se stesso, proprio mentre il fiume del consenso popolare e la geografia dei partiti deviavano drasticamente altrove, lasciandolo splendido, impeccabile e politicamente deserto.

​L’ascesa e la successiva ibernazione istituzionale di questa figura non possono essere liquidate come un semplice accidente di percorso o come il classico destino del giovane leader bruciato dai tempi della politica. Al contrario, vi si legge la dinamica profonda con cui lo Stato repubblicano digerisce, metabolizza e infine neutralizza le spinte centrifughe che ciclicamente emergono dalle piazze. Il «sistema», tanto deprecato nelle prime fasi del vaffanculismo militante, ha dimostrato ancora una volta una formidabile capacità di attrazione, agendo come una forza centripeta che non distrugge il nemico esterno, ma lo educa, lo raffina e lo trasforma in un pezzo pregiato del proprio ingranaggio burocratico. Nel fare questo, però, l’istituzione compie una vera e propria operazione di chirurgia politica: recide i legami di sangue e di passioni che univano il leader alla sua base, consegnando al Paese un amministratore perfetto ma privo di esercito.

​Dall’antipolitica di piazza alla barberia di Montecitorio e l’apprendistato dei nuovi leader

​Per comprendere l’entità di questa metamorfosi, occorre riavvolgere il nastro della memoria storica fino al 2013. Il panorama politico italiano era allora scosso dalle fondamenta dall’irruzione nelle aule parlamentari di una truppa di neofiti, sbarcati a Roma con l’esplicito mandato di «aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno». Tra di essi, un ventiseienne campano si distinse quasi immediatamente. Mentre i suoi commilitoni si perdevano in sterili contestazioni coreografiche o in dirette streaming dal sapore assembleare, Di Maio scelse una strategia radicalmente diversa: lo studio matto e disperatissimo dei regolamenti di Montecitorio. Diventato il più giovane vicepresidente della Camera della storia repubblicana, l’autodidatta sveglio intuì che il potere non si conquistava abbattendo le mura delle istituzioni, ma occupandone gli uffici con l’abito buono e la cravatta d’ordinanza.

​Quella prima fase fu caratterizzata da una profonda doppiezza strategica che oggi, a posteriori, assume i contorni di un vero e proprio capolavoro di equilibrismo. Da un lato vi era il Di Maio di lotta, compagno di scorribande automobilistiche di Alessandro Di Battista, pronto a volare a Parigi per stringere la mano ai leader più radicali dei gilet gialli, a invocare l’impeachment per il Presidente della Repubblica o a esultare dal balcone di Palazzo Chigi per l’abolizione della povertà. Dall’altro lato, tuttavia, cresceva l’interlocutore affidabile che le cancellerie internazionali e i corpi intermedi dello Stato cominciavano a osservare con crescente interesse. Chi possedeva fiuto politico, anche tra i banchi dell’opposizione, comprese rapidamente che quel giovane uomo non era un giacobino incorreggibile, bensì un democristiano campano della Prima Repubblica nato fuori tempo massimo, un politico plasmabile dalle logiche del potere profondo.

​Questo sdoppiamento di personalità politica non poteva durare per sempre. La maschera del rivoluzionario ha cominciato a mostrare le prime crepe non appena le responsabilità di governo hanno imposto scelte concrete, costringendo il leader a mediare tra le promesse iperboliche fatte alle piazze e i vincoli macroeconomici imposti da Bruxelles e dai mercati finanziari. È in questa faglia che l’autodidatta si trasforma definitivamente in professionista, scoprendo che la grammatica del potere richiede una sintassi molto diversa da quella usata nei comizi elettorali. Il passaggio dai toni accesi delle origini alla felpata prudenza diplomatica rappresenta il primo, decisivo passo verso la costruzione di quel ponte che, di lì a poco, si sarebbe trovato senza vie d’accesso.

​L’iscrizione alla scuola dei competenti e il passaggio attraverso il laboratorio draghiano

​La vera svolta strutturale del ponte di-maiano avviene nella legislatura del 2018. Dopo l’experience traumatica e per certi versi grottesca del governo gialloverde, in cui Di Maio accumulò i ruoli di vicepremier, ministro dello Sviluppo Economico e del Lavoro, la crisi del Papeete offrì l’occasione per la prima grande deviazione del corso del fiume. Il passaggio al governo giallorosso e, successivamente, l’approdo salvifico all’esecutivo guidato da Mario Draghi segnarono l’iscrizione definitiva di Di Maio alla scuola dell’establishment. Sotto la guida dell’ex presidente della BCE, l’allora ministro degli Esteri completò la sua transizione antropologica: ripudiò le antiche velleità euroscettiche, divenne un fervente custode dell’ortodossia atlantista ed europeista, e assimilò una postura diplomatica che sembrava cancellare con un colpo di spugna gli anni del populismo d’assalto.

​L’intervista rilasciata recentemente a LaSette in occasione del suo quarantesimo compleanno ci restituisce l’immagine di un uomo che ha completato il suo percorso di formazione. Di Maio parla la lingua felpata delle istituzioni, difende l’operato dei governi di cui ha fatto parte, esprime orgoglio per il rapporto con Sergio Mattarella e rimprovera ai suoi ex compagni di strada le ambiguità internazionali. È diventato, a tutti gli effetti, un politico collaudato, un pezzo d’articolazione istituzionale perfetto, privo di spigoli e pronto all’uso. Ma è proprio qui che si manifesta l’effetto uragano, dimostrando come il massimo della competenza tecnica possa coincidere con il massimo del vuoto politico rappresentativo.

​Il laboratorio draghiano è stato, per Di Maio e per una parte del suo vecchio movimento, una sorta di camera iperbarica in cui le tossine del populismo sono state sostituite dall’ossigeno puro dell’agenda transnazionale. In quell’ambiente protetto, l’ex leader ha potuto sperimentare l’ebbrezza di una politica sottratta al ricatto del consenso quotidiano, dove l’efficacia di un ministro si misura sui dossier internazionali e non sui sondaggi d’opinione. Tuttavia, questa permanenza prolungata in un’atmosfera così rarefatta ha finito per compromettere la sua capacità di respirare l’aria pesante delle sezioni di parti e delle periferie urbane, accelerando quel distacco dalla realtà elettorale che si sarebbe rivelato fatale al primo confronto con le urne.

​L’uragano del 2022, la deviazione del fiume del consenso e l’isolamento del leader collaudato

​L’uragano che ha spazzato via le strade d’accesso al ponte Di Maio ha una data precisa: le elezioni politiche del settembre 2022. La scissione da lui promossa nel Movimento 5 Stelle, finalizzata a creare un’area di responsabilità draghiana al centro, si è risolta in un catastrofico fallimento elettorale, lasciandolo fuori dalle aule parlamentari. Quel voto non è stato semplicemente una sconfitta personale, ma il segno che il fiume del sentimento popolare aveva cambiato direzione. L’elettorato che un tempo lo aveva votato como vendicatore delle piazze non ha perdonato la sua trasformazione in uomo di Stato; simmetricamente, le forze moderate e conservatrici non avevano bisogno di un surrogato quando potevano votare gli originali.

​Nonostante l’isolamento sul territorio nazionale, l’architettura del personaggio ha continuato a funzionare a livello internazionale, garantendogli incarichi di prestigio come quello di rappresentante speciale dell’Unione Europea nel Golfo Persico o i futuribili ruoli all’ONU. Di Maio è l’esempio vivente di una classe dirigente che, una volta metabolizzata dalle istituzioni, riesce a fluttuare sopra le macerie dei propri partiti, trovando una legittimazione che prescinde dal consenso elettorale diretto. Le sue sporadiche apparizioni a Montecitorio, liquidate ironicamente con la battuta sul «taglio di capelli alla barberia», nascondono in realtà la tenace nostalgia di chi sa di aver compreso il funzionamento della macchina, ma di aver perso la chiave per metterla in moto in patria.

​L’isolamento del leader collaudato apre un interrogativo inquietante sulla natura stessa della rappresentanza nella Terza Repubblica. Quando un politico si specializza a tal punto da diventare indispensabile per le burocrazie sovranazionali ma totalmente estraneo ai flussi elettorali del proprio Paese, assistiamo a una vera e propria secessione delle élite. Il ponte rimane una splendida opera d’arte ingegneristica, ammirata dai tecnici di Bruxelles e di Washington, ma i cittadini rimangono sull’altra sponda del fiume, cercando vie di guado più rudimentali ma più vicine ai loro bisogni immediati. La parabola di Di Maio diventa così il simbolo di una frattura insanabile tra l’efficienza dell’amministrazione e la passione della democrazia.

​Il ritorno immaginario nei retroscena romani e il futuro della rappresentanza democratica

​Le indiscrezioni giornalistiche che descrivono un Di Maio intento a tessere tele per un clamoroso ritorno sulla scena politica italiana – magari all’interno di ipotetici ed esotici scenari di larghe intese tra il Partito Democratico e le componenti moderate del centrodestra – confermano la natura intrinsecamente «ponte» della sua figura. Egli resta un’infrastruttura disponibile, un punto di passaggio logico per qualunque operazione di trasformismo parlamentare che richieda affidabilità istituzionale e assenza di vincoli ideologici originari. Tuttavia, il rischio è che questo ritorno si collochi in una dimensione puramente virtuale, nel teatro di una politica che si nutre di retroscena ma che non riesce più a intercettare le reali faglie sociali del Paese.

​Questo eterno ritorno dell’identico, ventilato nei corridoi dei palazzi romani, si scontra con una realtà sociale profondamente mutata. La nostalgia per i vecchi equilibri e la ricerca spasmodica di un «centro di gravità permanente» rischiano di apparire come l’ultimo rifugio di una casta che ha perso il contatto con il battito reale della nazione. Se il futuro del governo immaginario deve essere affidato all’asse Pd-Marina Berlusconi con Di Maio nel ruolo di pontiere di lusso, significa che la politica ha rinunciato a progettare il futuro per limitarsi a gestire l’esistente attraverso geometrie variabili e alleanze di pura sopravvivenza.

​La parabola di Luigi Di Maio a quarant’anni rimane un monito per l’intera stagione del populismo italiano. Essa dimostra che le istituzioni della democrazia parlamentare possiedono una straordinaria forza centripeta, capace di levigare anche i profili più ruvidi e di trasformare i tribuni della plebe in impeccabili funzionari. Ma dimostra anche che la tecnica politica, se separata dal radicamento sentimentale e sociale, rischia di produrre capolavori di inutilità. Di Maio ha costruito un ponte bellissimo, solido e conforme a tutti gli standard del buon governo; resta da vedere se la storia d’Italia deciderà mai di far passare di nuovo un fiume sotto le sue campate, o se quel ponte rimarrà per sempre il monumento cartolina di una stagione che voleva cambiare tutto e ha finito per cambiare solo se stessa.

Tutte l’opinioni versati nel sito correspondono solo a chi la manifesta. Non e necessariamente l’opinione della Direzione

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