La lanterna nelle tenebre del filosofo e le macerie del tempo. Berto e Ceronetti contro la modernità sradicante
Pierfranco Bruni
C’è un destino che tocca il sortilegio e la profezia. Tocca la memoria con la ragnatela del tempo. Ci sono viaggi nella solitudine che diventano segni e attese. La solitudine non è assenza. È soglia. È spazio dove l’uomo parla con sé e ascolta ciò che il rumore copre. Giuseppe Berto ha compiuto questo viaggio. Da «Il cielo è rosso» a «Il male oscuro» la sua scrittura è discesa. Discesa negli inferi del sé. Discesa nella memoria. Discesa nel corpo. Ogni romanzo è segno. Ogni pagina è attesa. Attesa di senso. Attesa di nome. Attesa di casa. Berto tra tradizione e innovazione è un baluardo contro la modernità sradicante. Tradizione non è museo. È radice. È lingua del paese, dialetto del cuore, Calabria che parla anche quando tace. Capo Vaticano.
Deammatizzano la vita. Resta al limite del tragico. Ci sono innovazioni nel pensare il dolore. Ma innovazione non è rottura. È forma. È il monologo interiore che diventa confessione. È l’io che si smonta per ritrovarsi. È il corpo malato che diventa testo. Contro la modernità sradicante Berto oppone il luogo. Oppone il volto. Oppone la storia familiare. La modernità sradica. Berto radica. La modernità velocizza. Berto rallenta. La modernità dimentica. Berto ricorda.
Occorre necessariamente vivere le identità. Non declamarle. Non esibirle. Abitarle. L’identità di Berto è meridiana. È Veneto e Calabria insieme. È borghese che guarda il popolo. È psicanalisi che guarda la scrittura. È uomo che non ha patria ideologica. Ha patria carnale.
Berto deve a Ceronetti una lettura importante dei Vangeli ma anche di altri scritti biblici. Ovvero il testo di Ecclesiaste. Infatti traduzione e commento sono proprio di Guido Ceronetti. Giuseppe Berto con molta onestà intellettuale, com’era il suo carattere, indica le fonti alle quali ha attinto: l’edizione Oscar degli «Evangeli» del 1973 e le traduzioni di Guido Ceronetti. È una strada che permette di portare a termine nel 1978 il grande libro di Berto: «La Gloria». Berto fa i conti con Ceronetti proprio sul piano di un petcorso mistico. Dentro ciò c’è lidentità. Perché entrambi sapevano che vivere l’identità è resistere. È dire: io sono qui. Non sono numero. Non sono flusso. Non sono profilo. Sono nome. Sono terra. Sono tempo. Con Berto parla Guido Ceronetti. Ceronetti anti-moderno. Anti-moderno non per nostalgia. Per verità. Ceronetti veglia nel tempo. Scrive sulla quiete degli dei. Scrive su come può 4ssere pensabile il mondo. La sua voce è lieve tra i frantumi. Non costruisce sistemi. Custodisce resti. Ceronetti odia la tecnica che cancella il corpo. Odia la velocità che cancella il pensiero. Odia la modernità che trasforma l’uomo in merce.
Tra Berto e Ceronetti c’è una parentela. Entrambi sono uomini del limite. Entrambi dicono: la modernità sradica. Noi restiamo. Una comparazione che pone al centro la metafora della “lanterna del filosofo”. Diogene portava la lanterna in pieno giorno. Cercava l’uomo. La lanterna del filosofo oggi non cerca folle. Cerca volto. Cerca segno. Cerca attesa. Berto alza la lanterna sul «male oscuro». Sulla famiglia. Sul Sud. Sull’io che crolla. Ceronetti alza la lanterna sui morti. Sul silenzio. Sul pensiero che non serve. Si prende atto che il pensiero intorno è macerie. Macerie di ideologie. Macerie di progressi. Macerie di idoli. La lanterna non illumina tutto. Illumina ciò che resta. Un osso. Un nome. Un verso.
Le macerie sono ovunque. Macerie della metafisica classica. Macerie della storia come redenzione. Macerie dell’uomo come padrone. Il filosofo non ricostruisce la torre. Raccoglie cocci. Tra i cocci trova specchi infranti. In ogni frammento un pezzo di volto. Berto raccoglie i cocci del corpo. Ceronetti raccoglie i cocci del tempo. Insieme dicono: abita le macerie. Non fuggire. Perché solo tra le macerie si vede la lanterna. La solitudine di Berto è clinica e poetica. È scrittura come cura. La solitudine di Ceronetti è cimiteriale e sapienziale. È veglia. È attesa. Entrambe sono metodo. Non fuga dal mondo. Ritorno al mondo vero. Al mondo senza slogan. Al mondo dove l’uomo è ancora uomo.
La modernità sradicante promette libertà. Dà smarrimento. Promette velocità. Dà vertigine. Promette progresso. Dà rovina. Berto risponde con la terra. Con la malattia nominata. Con l’infanzia che non mente.
Ceronetti risponde con il silenzio. Con i morti. Con la pensabilità che non corre. Entrambi dicono: vivere le identità è l’unico atto metafisico possibile oggi. Non torre.
La lanterna del filosofo non scalda. Mostra le macerie. Mostra i volti. Mostra l’attesa. Berto e Ceronetti non salvano dalla fine. Salvano dalla menzogna. Dicono: sei finito, sei solo, sei tra le rovine. E proprio lì puoi dire: io sono.
Ci sono viaggi nella solitudine che diventano segni e attese. Il segno è la pagina. L’attesa è la vita. Finché un uomo resta con la lanterna accesa tra le macerie, il pensiero non muore. Berto e Ceronetti abitano il pensiero che non muore. Perché in ogni pensiero si cerca e si trova e si trova senza aver cercato. Anche sul piano di una antropologia dell’umanesimo si incontrano il cercare e l’aver trovato. C’è la lanterna che illumina le tenebre. Qui Ceronetti e Berto ancora una volta si ritrovano.
