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La solitudine del consulente di sinistra: se Londra non vuole più i consigli di Baffino

A admin
4 de julio, 2026

Carlo Di Stanislao


Vae victis.

Tito Livio

​La solitudine del leader, specie quando si trasforma nella malinconia del fatturato e nel silenzio dei telefoni che un tempo squillavano senza sosta, assume le tinte fosche di un autunno londinese decisamente precoce, umido e privo di risposte. Scopriamo infatti, con quel pizzico di sadica meraviglia e inevitabile fustigazione dei costumi che la pubblica opinione riserva da sempre alle sfortune finanziarie dei grandi timonieri della politica nostrana, che la Gran Bretagna ha improvvisamente e radicalmente smesso di avere sete della sapienza geopolitica di Massimo D’Alema. Proprio così: la DL & M advisor, la corazzata di consulenza strategica con cui l’ex premier e storico leader della sinistra italiana ha dispensato per anni perle di saggezza d’alto bordo ai mercati internazionali e ai fondi d’investimento, ha vissuto un anno da vero e proprio incubo contabile. Il valore della propria produzione è crollato vertiginosamente dai fasti dei 2,5 milioni di euro alla modesta e quasi proletaria cifra di 685.739 euro. Un taglio netto, una rasata senza schiuma che farebbe invidia al miglior barbiere di Westminster, che riduce il giro d’affari complessivo di quasi quattro volte rispetto all’esercizio precedente, lasciando la struttura aziendale in una condizione di forzata e dolorosa austerità.

​Il motivo di questo clamoroso tracollo? Semplice, spietato e squisitamente capitalista: l’azzeramento totale del fronte britannico, un mercato che da solo aveva garantito l’anno prima la bellezza di 1,22 milioni di euro e che oggi, nei registri ufficiali analizzati dalle cronache finanziarie, brilla soltanto per la sua totale, gelida e impenetrabile assenza. Viene da chiedersi, con la dovuta ironia che si deve alle parabole della sinistra d’affari e dei salotti buoni, come faranno oltremanica a sopravvivere senza quelle dritte felpate, sussurrate con l’inconfondibile piglio di chi ha navigato con disinvoltura le acque della transizione dal comunismo al jet-set internazionale. Re Carlo III sarà rimasto orfano di analisi sul posizionamento strategico del Mediterraneo? La City si muoverà alla cieca nelle nebbie della post-Brexit senza i memorandum riservati firmati dal nostro Baffino nazionale? L’evidenza dei numeri suggerisce che i britannici abbiano infine deciso di fare da soli, o che abbiano trovato un altro oracolo meno costoso e, forse, meno incline a rimproverarli con quell’aria di superiorità intellettuale che in Italia conosciamo fin troppo bene.

​Se Londra piange, Roma di certo non ride, configurando uno scenario di crisi bilaterale. Il dramma della DL & M advisor non si limita infatti a una Brexit dei profitti e delle commesse, ma assume contorni quasi autarchici quando si analizza il mercato interno. Quell’Italia che nell’anno precedente aveva generosamente tributato ben 1,277 milioni di euro alla causa dei consigli d’autore e delle mediazioni internazionali, ha improvvisamente deciso di stringere la cinghia in modo drastico. Le consulenze nostrane si sono letteralmente dimezzate, contribuendo alla contrazione complessiva e confermando una tendenza che sa di disaffezione commerciale: persino i capitalisti di casa nostra, storicamente affascinati dal brivido intellettuale di farsi spiegare il funzionamento del mondo da un ex presidente del Consiglio con un passato nel PCI, sembrano aver scoperto che la geopolitica si può trovare anche gratuitamente su Wikipedia o sui canali specialistici, o forse, più prosaicamente, hanno semplicemente esaurito i fondi da destinare alle pubbliche relazioni d’alto bordo e alle relazioni istituzionali di rappresentanza.

​Ovviamente, non dobbiamo disperare né tantomeno avviare una colletta alimentare nei pressi di Piazza Campo de’ Fiori o organizzare un fondo di solidarietà di partito. I guadagni netti si saranno anche ridotti in modo drastico, passando da un utile fantasmagorico di 1,578 milioni di euro alla più modesta, ma pur sempre invidiabile, somma di 292.630 euro, ma la struttura aziendale tiene botta. Con una sola impiegata a tempo pieno e indeterminato – un vero capolavoro di efficienza aziendale, ottimizzazione dei costi e flessibilità che farebbe impallidire i teorici del Jobs Act e della deregulation – la società vanta ancora un patrimonio netto di 4,4 milioni di euro, frutto prezioso degli utili accantonati con lungimiranza negli anni delle vacche grasse. Insomma, la ditta è solida dal punto di vista patrimoniale, anche se il fatturato corrente somiglia sempre più a quello di una media officina meccanica della bergamasca o di uno studio associato di provincia piuttosto che a quello di una roboante multinazionale della diplomazia parallela e del lobbismo internazionale.

​Il tracollo autarchico: quando nemmeno la patria ti capisce

​Ma dove vanno a finire i tesori accumulati negli anni d’oro, quando i bilanci sorridevano, le grandi aziende di Stato cercavano sponde e i primi ministri di mezzo mondo facevano pazientemente la fila dietro la sua porta blindata? La risposta ci porta dritti tra le dolci, nebbiose e decisamente più opache colline dell’Umbria. Qui, lontano dagli occhi indiscreti dei registri societari pubblici e dalle rigide regole di trasparenza dei mercati azionari, sorge la Società Agricola La Madeleine, l’azienda di famiglia gestita e custodita insieme alla moglie Maria Rosaria Giuva e ai figli Francesco e Giulia. Costituita sotto forma di società semplice – una formula giuridica meravigliosa, un vero colpo di genio normativo che esenta dall’obbligo di pubblicare i bilanci d’esercizio e permette di mantenere un aristocratico e quasi feudale riserbo sulle vendite e sui margini – la tenuta vinicola sembra essere diventata il vero pozzo senza fondo e la destinazione prediletta delle fortune dalemiane.

​I documenti della società di consulenza rivelano infatti un travaso di liquidità continuo e massiccio, degno di una complessa operazione di ingegneria finanziaria transfrontaliera: ai 2 milioni di euro già concessi in passato come prestito infruttifero alla Madeleine, nel corso degli ultimi mesi se ne sono aggiunti altri 750 mila. In totale, fanno la bellezza di 2,75 milioni di euro di crediti vantati da D’Alema nella sua veste di consulente strategico verso D’Alema nella sua veste di appassionato vignaiolo. Si tratta di una scommessa familiare che sa di romanticismo d’altri tempi e di ritorno alla terra: convertire i profitti volatili della consulenza geopolitica anglo-italiana in solidi ettolitri di rosso umbro, sperando che la terra e le vigne siano alla fine più riconoscenti e stabili dei banchieri d’affari di Londra o dei manager di Roma. Resta il dubbio squisitamente satirico e pungente: chissà se il vino dalemiano, per essere pienamente apprezzato dal palato dei consumatori, richieda lo stesso immane sforzo intellettuale delle sue vecchie relazioni alla Camera dei Deputati, o se, molto più semplicemente, sia diventato l’ultimo rifugio dorato di un leader che, non potendo più imbottigliare il potere politico, ha deciso di imbottigliare l’uva.

​Dalle nebbie della City alle vigne dell’Umbria

​In fondo, questa parabola contabile e societaria ci insegna che il mercato è un giudice spietato, cinico e privo di memoria, persino più dei severi congressi di partito o delle correnti interne della sinistra. Quando il vento delle consulenze smette di soffiare e le porte girevoli della politica si bloccano, non restano che i freddi numeri dei bilanci a testimoniare la durezza e la prosaicità del reale. Il passaggio repentino dai salotti dorati della finanza internazionale e dalle cene di gala alle vigne umbre può essere letto romanticamente come un ritorno alle origini contadine della terra, o più realisticamente come la ritirata strategica di chi ha capito, prima degli altri, che i consigli e le analisi geopolitiche, per essere venduti a caro prezzo, hanno assoluto bisogno di un pubblico che sia ancora disposto a farsi stupire dal prestigio del nome.

​E se il mercato britannico ha definitivamente chiuso i rubinetti del business, non resta che consolarsi e brindare alle spalle dei capitalisti inglesi con un bicchiere di Pinot Nero, rigorosamente autoprodotto e chilometro zero, sperando che almeno l’annata del vino sia più generosa, profumata e fruttuosa dell’ultimo anno fiscale. La storia, si sa, si ripete sempre due volte: la prima come tragedia ideologica, la seconda come grigio bilancio d’esercizio di una s.r.l. E per Massimo D’Alema, la transizione finale verso la quiete della campagna umbra sembra essere l’ultimo, inevitabile capitolo di una lunghissima, complessa e a tratti profondamente ironica autobiografia della nostra nazione.

Tutte l’opinioni versati nel sito correspondono solo a chi la manifesta. Non e necessariamente l’opinione della Direzione

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