La presenza di San Francesco in Gabriele d’Annunzio. Dal mistico al sublime
Pierfranco Bruni
«Il più italiano dei Santi, il più santo degli Italiani». La santità e il sublime. Il misticismo come rivolta metafisica in cui i parametri ontologici raggiungono il senso metafisico. Il santo viene vissuto come una figura estetica. Gabriele d’Annunzio non cerca un santo da imitare. Cerca un santo da vedere. San Francesco entra nella sua opera come immagine. Non come regola. È il mistico ribelle, il solitario che parla agli alberi e ferisce il corpo per liberare lo spirito. D’Annunzio lo trasfigura. Lo fa diventare appunto estetica del sublime. Il francescanesimo, per lui, non è dottrina. È paesaggio interiore. È la forma in cui la fede smette di essere comando e diventa visione.
È come se cercasse la fede. Una meditazione della luce che scava nel profondo delle tenebre.
D’Annunzio medita lungo la fede senza farsi credente nella chiesa. La sua è una fede di luce, di voce, di ritmo. Infatti in «La sera fiesolana» la sera ha un viso di perla. È sera che si loda: “Laudata sii pel tuo viso di perla, / o Sera, / ed i tuoi grandi umidi occhi ove si sposa / la luce del giorno / alla luce della notte!”. È un cantico senza altare. È il francescano Laudato sii tradotto in musica crepuscolare. La luce del giorno che sposa la luce della notte è l’istante in cui il confine si scioglie. La sera non è quella foscoloana. È visione mistica. Lo stesso gesto torna ne «L’ulivo» dall’ «Alcione»: “O frati olivi, / o frati olivi, / che fate la chioma / bionda e l’ombra argentina…”. Gli olivi diventano frati. La natura entra in coro. L’albero non è materia. È parola. Qui Francesco non è citato. È respirato. E il vento è una oasi di preghiera meditata. In «Taccuino di Assisi» del 1897: «La preghiera riempie i chiostri… L’anima del serafico si diffonde per tutta la valle, benedice tutte le soglie, conforta tutti i dolori».
Cosa rappresenta Assisi per d’Annunzio? il corpo e il dèmone. La parola sublime nell’attesa. Nel 1904 d’Annunzio scrive «In Assisi». Il testo è decisivo perché non idealizza. Guarda. Così: “Assisi, nella tua pace profonda / (…) / A lungo biancheggiar vidi, nel fresco / fiato della preghiera vesperale / le tortuosità desiderose. / Anche vidi la carne di Francesco / affocata dal dèmone carnale / sanguinar su le spine delle rose”. Il santo non è marmo o semplice statua. È carne. È desiderio che lotta. È sangue sulle rose. D’Annunzio coglie il Francesco vero: solitario, ribelle, segnato dal corpo che non tace. Il sublime nasce da quella ferita. Non dalla perfezione. È il contrario del devoto rassicurante. È il mistico che brucia. Lo dimostra nei Nuovi Fioretti. Ovvero il progetto interrotto che si compie nell’incontro tra il finito e l’infinito.
D’Annunzio pensò ai Nuovi Fioretti tra le maglie del tempo interrotto. Voleva riscrivere Francesco per il suo tempo. Non come agiografia. Ma come mito moderno. I Fioretti medievali erano piccole storie di luce. I suoi sarebbero stati frammenti di estasi, di crudeltà, di bellezza. Francesco poeta, Francesco guerriero della parola, Francesco che fa della povertà uno stile.
Il progetto resta incompiuto. Ma l’intenzione resta chiara: portare il santo fuori dalla chiesa e dentro l’arte. Farne una figura che parla al Novecento senza tradire il Medioevo. Fondamentali qursti versi: «Non dirò Ascesi ma Oriente, sinché le pupille e l’anima si ricòrdino. Era la vista ed era la visione, […] ed era la città di fede sostenuta dalla…».
Per usare una metafora il viaggio di Francesco in d’Annunzio fu mistico e senza convento. In d’Annunzio Francesco non fonda un ordine. Apre un cammino. Esemplare. È il viaggio mistico di chi non vuole rinunciare al mondo, ma vuole trasfigurarlo. Il sublime dannunziano è questo: portare l’estasi nella forma, portare la preghiera nel verso, portare il corpo nella luce. Francesco gli serve per dire che il sacro non è mai fuga. È intensità. È vedere l’ulivo come frate. È vedere la sera come perla. È vedere il sangue sulle rose e non voltarsi. Infatti la presenza di San Francesco in d’Annunzio è presenza di sguardo. Non lo fa maestro di morale. Lo fa maestro di visione. Lo toglie dall’agiografia e lo pone nel sublime.
Per questo Francesco resta. Perché in d’Annunzio diventa voce della natura, musica della sera, carne che sanguina e che canta. È il mistico ribelle che insegna una sola legge: guardare fino in fondo, e nominare ciò che si vede. La sua opera è «impregnata» di questo cammino. È il cammino dell’uomo che cerca la luce dell’estasi. Perché perdersi a volte è necessario. Ma è importante ritrovarsi. In fondo l’opera di d’Annunzio ha proprio questo radicamento:»San Francesco lacero e logoro piange silenziosamente in ginocchio sul gradino spezzato dell’altare maggiore» («La preghiera di Doberdò», 1916).
