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ULISSE E ENEA

A admin
20 de julio, 2026

Navigano ancora le acque della nostra identità? Restano metafore di una civiltà perduta

Pierfranco Bruni 

L’uomo di una civiltà perduta (orfano e senza progetti) va alla ricerca della sua identità. Ma la sua identità è nella storia del tempo. La sua identità è principalmente riappacificazione con se stesso. Enea ed Ulisse lo hanno testimoniato. L’uno andando alla ricerca di una nuova patria da edificare sull’immagine di quella distrutta. L’altro andando alla ricerca del ritorno. Ma in entrambi il ritorno alle antiche origini ha rappresentato l’asse dominante intorno al quale far ruotare la coscienza dell’essere e del tempo. 

Enea ed Ulisse navigano ancora le acque di questa civiltà? O vanno alla ricerca (come noialtri) di una nuova età?  Ci si è accorti di essere rimasti senza padre. Ma il peggio è che non solo non si è più figli, ma si prende coscienza di essere senza figli. 

Ci si porta dietro anni di lacerazioni, generazioni dimenticate, amori folli che hanno collezionato sconfitte. I morti di una civiltà della non identità e del «Progresso» hanno depositato il loro bianco sudario e camminano fra di noi con la certezza di essere più vivi di noi. Sono loro a farci compagnia perché ci ritengono soli e disorientati. Ci siamo troppo illusi e disillusi continuamente. Ci siamo troppo presto dimenticati del «mestiere di vivere». Ci siamo dimenticati di essere uomini. Siamo dopo tutto gli «esseri» della incomunicabilità. Lo siamo maggiormente in una stagione della società definita troppe volte della «comunicazione totale». Ma l’uomo di questa civiltà con chi comunica? Intanto continua soltanto a partire. 

Enea ed Ulisse sono i personaggi classici della tragedia. Sono i personaggi del viaggio. Sono ancora i personaggi della nostalgia. E come tali sono i personaggi non solo del ritorno ma soprattutto dell’avvenire. 

Mircea Eliade parlando di Ulisse ha scritto: «Ulisse è per me il prototipo dell’uomo, non solo dell’uomo moderno, ma dell’uomo dell’avvenire, in quanto è l’esempio dell’uomo braccato. Il suo era un viaggio verso il centro, verso Itaca, cioè verso se stesso. Era un buon navigatore, ma il destino – in altre parole le prove iniziatiche che bisognava superare – lo costringe a ritardare indefinitivamente il suo ritorno al focolare. Credo che per noi è molto importante il mito di Ulisse. Saremo tutti un po’ come Ulisse, cercandoci, sperando di arrivare, e poi indubbiamente ritrovando la patria, il focolare, ritrovando noi stessi. Ma, come nel Labirinto, in ogni peregrinazione si rischia di perdersi. Se si riesce ad uscire dal Labirinto, a ritrovare il proprio focolare, allora si diventa un altro essere». 

Enea, invece, il suo focolare lo aveva perduto del tutto. Non aveva un’Itaca da ritrovare ma una patria da rifondare. Anch’egli però si trova a remare fra le acque del labirinto e una volta approdato in terra ferma il suo destino è quello di creare la dimensione della rinascita. Mentre Ulisse ritrova il focolare, quindi dà senso alla sacralità del ritorno, Enea dà senso, invece, alla dimensione della rinascita dell’uomo e della civiltà. La grandezza di Roma è dettata dall’evento di Enea. 

Con Enea l’esplosione della Romanità è il segno più emblematico di una nuova fase di vita del mondo.  Con Ulisse ed Enea anche la poesia acquista certezza. Se Omero aveva cantato la malinconia ellenica e la storia dell’uomo greco, Virgilio dà vigore alla civiltà dell’Impero attraverso proprio «il prestigio della poesia». Infatti fu Mecenate nel 37 a dare impulso al prestigio del canto poetico. 

Virgilio era molto vicino a Mecenate e diede di Roma una immagine eterna come fece con il personaggio della sua grande opera incompiuta. Pierre Grimal ha evidenziato: «I Romani, grazie a Virgilio e insieme con lui, presero coscienza del loro posto nell’universo e della missione loro affidata dalla provvidenza. (…) Grazie a Virgilio, i Romani del suo tempo e delle generazioni successive furono messi in grado di pensare alla patria nella sua realtà materiale e spirituale, di comprenderla ed amarla. Virgilio contribuì notevolmente, con ciascuna delle sue tre grandi opere, a creare l’idea di un’Italia eterna, unita nella città romana; un’Italia serena, pura e forte, naturalmente felice finché fosse rimasta fedele alle proprie vocazioni». 

Ulisse fu, dunque, l’uomo del ritorno. Enea fu, anche in una visione tragica, l’uomo della profezia. Lottano con il tempo e questo, in entrambi, non è mai slegato dallo spazio. Alla fine non possono che definirsi uomini del destino, anche se Anchise ci ha insegnato che «Ognuno soffre il destino che gli compete». E il destino di questa civiltà dopo l’avvento dei barbari è quello di smarrirsi in attesa di un nuovo evento. L’anima del mondo ha bisogno di restare fedele ad una identità. Non la si può barattare. La pietas del viaggio sa di bellezza e di morte. 

Enea alla fine ritrova suo padre. Lo ritrova in quella profonda coscienza di essere. Si accorge di essere anch’egli padre. Ulisse esce dal «Labirinto» e una volta tornato ad Itaca si riappacifica con se stesso. Due modi di riconquistare identità e certezza. Due modi per prepararsi alla rinascita dopo aver acquisito la tristezza del declino. È ancora Anchise che pronuncia queste parole-testamento: «(…) ma tu/Romano ricorda che i popoli devi al tuo cenno/ piegare – questa sarà la tua arte – e imporre/di pace sicura le norme, e grazia/concedere ai vinti e debellare i superbi». L’anima del mondo ha sempre più bisogno di restare fedele ad una identità. La certezza dell’identità sta nel saper riandare alle origini della coscienza. Ulisse ed Enea sono i simboli (nel teatro, non più fittizio, dell’esistenza e del destino dell’uomo e della sua capacità di essere e di comprendere la solitudine e l’angoscia del tempo), ma anche le ragioni della rinascita, di questa coscienza. Dobbiamo rimeditarli. Forse saremo in grado di meditare (su) noi stessi.

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