Religión

Il San Francesco d’Assisi di Pierfranco Bruni è un pellegrinaggio verso una spiritualità di perfetta letizia 

A admin
20 de julio, 2026

Marilena Cavallo 

Nel percorso umano e spirituale di Pierfranco Bruni, il libro dedicato a San Francesco «Edificare la Gioia», Pellegrini Editore, si presenta come una soglia: un invito ad attraversare un varco interiore, 

a lasciarsi condurre in un territorio dove la parola non è mai semplice descrizione, ma diventa 

eco di un cammino. È un testo che non si limita a 

raccontare, ma accompagna. Non spiega soltanto, ma apre. E lo fa scegliendo come compagno 

di viaggio una figura che continua a parlare con 

una forza sorprendente: San Francesco d’Assisi, 

colto non come icona immobile, ma come uomo 

in cammino, pellegrino della propria anima prima ancora che delle strade del mondo.

Bruni non guarda Francesco come un modello da imitare, bensì come una presenza viva che 

interroga. Il suo sguardo si posa sul momento 

decisivo in cui il giovane di Assisi comprende 

che la vita non può essere trattenuta nelle forme che fino ad allora lo avevano rassicurato. 

È l’istante in cui avverte una chiamata che non 

assomiglia a un ordine, ma a un richiamo sottile, quasi un sussurro che nasce dal profondo. 

Una voce che non impone, ma invita. Una voce 

che chiede di lasciare ciò che è caducità, ciò che 

appartiene a un’esistenza costruita su equilibri 

fragili, su desideri che si consumano in fretta, su 

certezze che non reggono alla prova del tempo.

È qui che il saggio trova il suo nucleo più 

intenso: l’itinerarium mentis in Deum, il viaggio 

della mente verso Dio. Non un’ascesa astratta, 

non un esercizio intellettuale, ma un movimento 

dell’essere che coinvolge tutto: pensiero, corpo, 

memoria, ferite, stupori. Francesco non sale verso Dio come chi vuole raggiungere una vetta, 

ma come chi si lascia condurre da una luce che 

cresce dentro. È un itinerario che non procede 

per conquiste, ma per spoliazioni. Non per accumulo, ma per liberazione. È il cammino di 

chi comprende che per vedere davvero occorre 

prima svuotarsi, e che la verità non si afferra: si 

accoglie.

Bruni mostra come questo processo non sia 

un gesto eroico, ma un atto di fiducia. Francesco 

abbandona ciò che era stato, non per disprezzo, 

ma perché sente che la vita gli chiede un passo 

ulteriore. È un abbandono che non ha il sapore 

della rinuncia, ma quello della nascita. E in questa nascita si rivela una scoperta che il saggio 

illumina con delicatezza: la semplicità evangelica, quella che Gesù indica quando invita a guardare i gigli del campo, più splendenti del saggio 

Salomone pur senza alcuna fatica. Francesco 

riconosce in quei gigli un modo nuovo di stare 

nel mondo: non come padroni, ma come creature; non come costruttori di grandezze, ma come 

testimoni di una bellezza che non ha bisogno di 

ornamenti.

La forza di queste pagine sta proprio qui: 

nel mostrare che la semplicità non è povertà di 

pensiero, ma profondità che non teme la trasparenza. È la capacità di vedere l’essenziale senza 

smarrirsi nel superfluo. È la libertà di chi non 

ha più bisogno di difendere un’immagine di sé, 

perché ha trovato una verità più grande in cui 

riposare. Bruni restituisce questa verità con una 

scrittura che non pretende di spiegare Francesco, ma di avvicinarlo. E nel farlo, avvicina anche noi a quella dimensione in cui la vita torna a 

essere ascolto, stupore, gratitudine.

Lo sguardo poi si allarga oltre la figura di 

Francesco d’Assisi, intrecciando un dialogo 

che attraversa secoli e sensibilità diverse. Non 

si tratta di un confronto accademico, né di un 

esercizio di erudizione: è un incontro di voci 

che, pur appartenendo a epoche lontane, condividono la stessa tensione verso una verità che 

illumina la vita quotidiana. Bruni osserva come 

il giovane di Assisi abbia interpellato non solo il 

suo tempo, ma anche i pastori della Chiesa che 

gli furono contemporanei. Il suo modo di vivere 

il Vangelo, così diretto e disarmante, costrinse 

i papi dell’epoca a misurarsi con una radicalità 

che non poteva essere ignorata. La sua presenza 

non fu mai contestazione, eppure mise in luce 

ciò che rischiava di diventare abitudine. La sua 

povertà non era protesta, ma rivelazione.

Il filo del confronto si prolunga fino ai nostri 

giorni. Bruni lo riprende mettendo in relazione 

Francesco con figure che hanno segnato la spiritualità contemporanea. Tra queste, emerge Tonino Bello, vescovo capace di un linguaggio che 

univa fermezza e tenerezza. In lui, Bruni riconosce un’eco della libertà francescana: la capacità 

di parlare agli ultimi senza paternalismi, di denunciare senza durezza, di custodire la speranza 

anche quando la storia sembra contraddirla. Tonino Bello non imitava Francesco: lo respirava. 

E in questo respiro trovava la forza di proporre 

una Chiesa che non teme di chinarsi, perché sa 

che solo chi si abbassa può vedere i volti che la 

fretta cancella.

Il dialogo si estende poi ai papi del nostro 

tempo. Benedetto XVI, con la sua profondità teologica, appare come colui che riconosce 

in Francesco la purezza di un cuore che cerca 

Dio senza deviazioni. Papa Francesco, con il 

suo stile diretto e la sua attenzione agli scartati, 

sembra raccogliere l’eredità del Poverello nella 

concretezza dei gesti. E Leone XIII, pontefice 

di un’epoca complessa, viene richiamato per la 

sua capacità di leggere i cambiamenti sociali 

senza perdere il riferimento alla dignità umana. 

In tutti, Bruni individua un tratto comune: la 

consapevolezza che la santità non è un altrove 

irraggiungibile, ma una forma di vita che si costruisce giorno dopo giorno.

Questa convinzione emerge con forza anche 

nel dialogo che il saggio apre con altri santi: 

Francesco di Paola, Sant’Antonio di Padova, 

Bartolo Longo. Ognuno di loro incarna una via 

diversa, eppure tutti mostrano come la santità 

possa germogliare nelle pieghe dell’esistenza 

ordinaria. Francesco di Paola, con la sua austerità, ricorda che la libertà nasce dal distacco. Antonio, predicatore instancabile, testimonia che 

la parola diventa feconda quando nasce da un 

cuore pacificato. Bartolo Longo, segnato da un 

passato difficile, dimostra che nessuna storia è 

perduta quando si lascia entrare una luce nuova. 

Bruni non li accosta per creare paragoni, ma per 

mostrare come la grazia sappia assumere forme 

imprevedibili.

Il saggio si arricchisce ancora di un dialogo 

inatteso con due figure del pensiero contemporaneo: María Zambrano e Francesco Grisi. Entrambi hanno dedicato pagine intense alla figura 

di Francesco, cogliendone aspetti che sfuggono 

alla lettura tradizionale. Zambrano vede in lui 

l’uomo che restituisce alla ragione la sua dimensione luminosa, capace di ascoltare ciò che non 

si impone. Grisi, invece, ne sottolinea la forza 

poetica: la capacità di trasformare la vita in un 

canto che non nasce dall’euforia, ma dalla verità. Bruni intreccia queste interpretazioni con 

finezza, mostrando come il Poverello continui a 

generare pensiero, a provocare domande, a suggerire percorsi interiori.

Nella sezione più poetica, Pierfranco Bruni 

lascia emergere una dimensione narrativa che si 

ispira alla vita di Francesco. Le pagine assumono il ritmo di un racconto che si muove tra simboli, immagini e intuizioni. È come se la storia 

del Santo diventasse una stoffa da toccare, un 

tessuto che vibra sotto le dita. Bruni non descrive: evoca. Non ricostruisce: ascolta. E da questo 

ascolto nasce una serie di scene che sembrano 

provenire da un tempo sospeso, dove la realtà si 

intreccia con la visione.

Tra queste immagini, una delle più suggestive è quella del Cavaliere errante. Una figura 

che incarna il desiderio umano di difendere il 

bene attraverso la forza, di affermare la giustizia brandendo una spada. Il Cavaliere è pronto a 

combattere, convinto che il mondo si salvi attra

verso il coraggio armato. Francesco gli si avvicina con passo leggero, senza giudizio. Non gli 

chiede di rinnegare il suo ardore, ma di orientarlo altrove. Gli propone una sfida più grande di 

qualsiasi battaglia: deporre la spada e intraprendere l’avventura dello spirito. È un invito che 

non umilia, ma libera. Il Cavaliere comprende 

che la vera forza non nasce dal metallo, ma dalla 

capacità di custodire la pace dentro di sé. In questo incontro immaginario, Bruni mostra come la 

poesia possa diventare rivelazione: un modo per 

dire ciò che la prosa non riesce a contenere.

Un’altra scena potente è quella del lupo. Nella tradizione, il lupo rappresenta la paura, l’istinto che minaccia, la parte oscura che si vorrebbe 

eliminare. Bruni riprende l’episodio di Gubbio, 

ma lo rilegge con una delicatezza nuova. Francesco non invita a uccidere il lupo, né a scacciarlo. Propone qualcosa di più audace: andare a 

parlargli. È un gesto che rovescia ogni logica di 

difesa. Parlare al lupo significa riconoscere che 

anche ciò che spaventa ha un linguaggio, una 

ferita, un bisogno. Significa credere che il male 

non si vince con la violenza, ma con un incontro 

che scioglie la paura. In questa immagine, Bruni 

coglie l’essenza della spiritualità francescana: la 

fiducia che ogni creatura, anche la più inquietante, può essere raggiunta da una parola di pace.

Il saggio si arricchisce poi di un dialogo 

immaginario tra Tommaso da Celano e Bonaventura da Bagnoregio, due tra i più importanti 

narratori della vita del Santo. Tommaso, attento 

ai dettagli del quotidiano, sembra raccogliere i 

“granelli” della vita di Francesco: piccoli gesti, 

sguardi, intuizioni che rivelano la sua umanità 

più autentica. Bonaventura, invece, è abituato al 

codice, alla lampada che illumina il pensiero teologico. Le sue parole cercano ordine, struttura, 

significato. Bruni li fa incontrare in un dialogo 

che non contrappone, ma armonizza. Tommaso 

porta la freschezza della vita vissuta; Bonaventura offre la profondità della riflessione. Insieme, restituiscono un Francesco che non è né 

solo mistico né solo uomo del popolo, ma una 

sintesi viva di entrambe le dimensioni.

Questa scena, costruita con cura, mostra la 

capacità di Bruni di trasformare la storia in poesia. Non inventa per capriccio, ma per rivelare 

ciò che spesso sfugge: la santità come intreccio di gesti semplici e intuizioni luminose. La 

poesia diventa così un modo per avvicinarsi a 

Francesco senza imprigionarlo in un’immagine 

rigida. È un linguaggio che permette di respirare 

la sua libertà, di cogliere la sua leggerezza, di 

intuire la sua profondità.

In queste pagine finali, il lettore percepisce che il saggio vuole far sentire la presenza 

di Francesco. Bruni costruisce un percorso che 

invita a guardare la vita con occhi più attenti, 

a riconoscere la bellezza nascosta nei dettagli, 

a credere che ogni giorno possa contenere un 

frammento di luce. La poesia diventa allora un 

ponte: un modo per attraversare il tempo e ritrovare, nel cuore del presente, la voce di un uomo 

che continua a parlare attraverso la semplicità 

dei suoi gesti e la forza della sua visione.

Sotteso nella tramatura del saggio vibra il 

tema della Perfetta letizia, affidato da Francesco al suo fedele frate Leone. È un episodio che 

attraversa i secoli come una scintilla capace di 

illuminare il senso più profondo del cammino 

umano. Bruni lo accoglie non come un semplice aneddoto, ma come una chiave interpretativa 

dell’intera esperienza francescana. La Perfetta 

letizia non coincide con il successo, né con il 

riconoscimento, né con la consolazione immediata. È qualcosa di più sottile e più forte: la capacità di rimanere nella pace anche quando tutto 

sembra contraddire il desiderio del cuore. Francesco lo spiega a Leone con parole che sorprendono: la gioia vera nasce quando si accetta di 

essere fraintesi, respinti, dimenticati, e tuttavia 

si continua ad amare.

Bruni coglie in questo insegnamento una verità che tocca la radice dell’esistenza. La letizia 

non è un’emozione, ma una postura interiore. È 

la libertà di non dipendere dagli esiti, di non misurare la vita con il metro del successo, di non 

lasciarsi imprigionare dall’orgoglio ferito. È un 

cammino che richiede coraggio, perché invita a 

guardare oltre l’apparenza. Leone ascolta, e nel 

suo ascolto si riflette il nostro: la fatica di comprendere, la resistenza a lasciarsi trasformare, la 

paura di perdere ciò che crediamo indispensabile. Eppure, proprio in questa fragilità, Bruni 

vede la possibilità di un’apertura nuova.

Un’altra presenza, quella di Sorella Provvidenza accompagna Francesco lungo tutto il suo 

cammino e affascina Bruni. Non è un personaggio, ma una forza discreta che attraversa la vita 

del Santo come un filo d’oro. Bruni la descrive 

come una compagna silenziosa, capace di manifestarsi nei momenti più inattesi: un pane condiviso, un riparo improvviso, un volto amico, 

un gesto di misericordia. La Provvidenza ricorda che la vita è custodita anche quando sembra 

esposta al vento. È una presenza che non impone, ma sostiene. Non promette, ma accompagna.

Infine, il Cantico della luce, attraversa l’animo di Francesco e continua a incantare chi si avvicina alla sua storia come un modo di guardare 

il mondo. Essa rappresenta la capacità di riconoscere che ogni creatura porta in sé un riflesso del 

mistero. È la consapevolezza che la bellezza non 

è un ornamento, ma una rivelazione. Bruni, con 

la sua sensibilità filosofica e poetica, si lascia affascinare da questa luce e la restituisce al lettore 

come un invito a riscoprire la propria interiorità.

Il dialogo tra Francesco e Leone, la presenza 

di Sorella Provvidenza, il canto della luce: tutto 

converge verso una conclusione che non chiude, ma apre. Bruni non offre risposte definitive, 

perché sa che la spiritualità francescana non si 

lascia imprigionare in formule. Propone piuttosto un cammino, un orientamento, una possibilità. La Perfetta letizia diventa allora un modo di 

abitare il mondo con profondità. La Provvidenza 

una compagna che insegna a fidarsi. La luce un 

richiamo a guardare oltre la superficie. Il lettore 

percepisce che il saggio non è solo un omaggio 

a Francesco, ma un invito a lasciarsi trasformare dalla sua esperienza. Bruni accompagna con 

delicatezza, senza forzare, senza imporre. La 

sua scrittura suggerisce, accarezza, apre spazi 

interiori. E così, la prefazione si conclude come 

un varco: un passaggio che invita a entrare nel 

testo con cuore disponibile, pronto a lasciarsi 

sorprendere da un cammino che continua a parlare attraverso i secoli. Un cammino che, ancora 

oggi, insegna a riconoscere la gioia nelle pieghe 

dell’umiltà, la bellezza nella semplicità, la luce 

nel quotidiano.

Il cammino di Francesco diventa un punto di 

incontro tra esperienze diverse. È una sorgente 

che continua a nutrire chi cerca un modo autentico di abitare il mondo. Bruni accompagna 

questo percorso con una scrittura che invita a 

sostare, a lasciarsi interrogare, a riconoscere che 

la santità non è un privilegio per pochi, ma una 

possibilità che si apre ogni volta che si sceglie la 

verità, la misericordia, la semplicità. È un invito 

a guardare la vita con occhi nuovi, come se ogni 

giorno fosse un inizio.

Questa prefazione vuole, dunque, essere un 

invito: non a leggere soltanto, ma a lasciarsi toccare. A entrare in un cammino che non appartiene solo a Francesco, ma a ogni uomo che, almeno una volta, ha sentito dentro di sé una chiamata che non sapeva nominare. Una chiamata che 

chiede di lasciare ciò che pesa e di riconoscere, 

con occhi nuovi, la bellezza semplice dei gigli 

che continuano a fiorire, silenziosi, lungo le 

strade del mondo, per “edificare la gioia”.

Marilena Cavallo

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