IL CALCIO COME METAFORA DELLA VITA DELLO SPIRITO
La lezione di San Josemaria Escrivá e la vera solidarietà





di Giuseppe Lalli
La vittoria della nazionale di calcio della Spagna ai Mondiali racchiude un profondo significato. Essa esprime, in primo luogo, la capacità di condurre un vero gioco di squadra rispetto ad un’impostazione che fa leva principalmente sul talento individuale: è il trionfo dell’organizzazione tattica rispetto all’abilità dei singoli.
Per tutta la durata dell’incontro la formazione iberica ha condotto un vero e proprio assedio alla porta della formazione argentina, esprimendosi in un palleggio sapiente e persino spettacolare: passaggi corti e continui movimenti senza palla a tutto campo. Tutti in difesa e tutti in attacco, persino – in qualche modo – il portiere, che grazie ad un’intemerata uscita fuori dall’area ha sventato l’unica insidia che nel primo tempo è venuta da Lionel Messi, che per il resto della partita non ha quasi toccato palla.
La lezione che ci viene è che, quale che sia il valore aggiunto dei singoli fuoriclasse, è sempre il gioco di squadra ad essere decisivo. Un brevissimo, sommario e parziale excursus nella storia dei Mondiali ci può mostrare questa elementare verità, che spesso si dimentica in nome del divismo: il talento puro brilla solo dentro un’architettura collettiva.
Fissiamo per un attimo l’attenzione su Pelé (Edson Arantes do Nascimento) e Diego Armando Maradona, per universale giudizio i due giganti della storia del calcio. La nazionale brasiliana si aggiudicò consecutivamente i campionati mondiali di calcio del 1958 e del 1962. Nell’edizione del 1958, il contributo del diciassettenne Pelé risultò determinante per la vittoria finale della compagine sudamericana.
Nel torneo del 1962, la leggendaria squadra verdeoro si riconfermò campione del mondo: nonostante l’infortunio di Pelé, un solido gioco di squadra riuscì a esaltare e far fiorire il talento puro di Garrincha. Al di là dei singoli elementi di spicco, entrambi i successi poggiarono su una solida organizzazione collettiva e su una rosa di elevato valore tecnico, che annoverava calciatori del calibro di Didi, Vavá, Zagallo e Nilton Santos.
Nel 1958, l’innovativo 4-2-4 introdotto dal commissario tecnico Vicente Feola garantì al Brasile una straordinaria solidità a centrocampo. Questo equilibrio liberò l’estro di due geni assoluti come Pelé e Garrincha, esentandoli da eccessivi compiti di ripiegamento. Quattro anni più tardi, nel 1962, il successore Aymoré Moreira optò per un più prudente 4-3-3: l’arretramento strategico di un’ala sulla linea mediana servì a proteggere una rosa anagraficamente più matura rispetto a quella di Svezia ‘58.
La bontà di questa intuizione tattica emerse chiaramente proprio nel momento più drammatico, ovvero l’infortunio di Pelé: l’intelaiatura collettiva della Seleção si dimostrò talmente collaudata e granitica da sopperire alla perdita del suo fuoriclasse e guidare la squadra al secondo trionfo mondiale consecutivo.
Nel 1970 (mondiale che vide l’Italia in finale dopo la esaltante vittoria contro la Germania) Pelè fu di nuovo un protagonista importante, ma fu solo un’arma in più di una squadra ben amalgamata che annoverava giocatori come: Jairzinho, inarrestabile ala destra; Rivelino, centrocampista offensivo con una potenza di tiro devastante; Tostão, attaccante atipico e geniale; Gerson, brillante regista della squadra; Carlos Alberto, leggendario terzino destro.
Spostando lo sguardo dal Brasile all’Argentina, l’altra grande protagonista del mitico calcio latino-americano, la dinamica cambia ma la sostanza resta la stessa. L’epopea del 1986 mostrerà come persino l’individualismo geniale di quella forza della natura che era Maradona avesse bisogno di una solida strategia di supporto per trasformare la classe pura in vittoria mondiale.
Si è scritto che Maradona vinse il Mondiale del 1986 da solo, ma si tratta, evidentemente, soltanto di un’iperbole giornalistica. In realtà il commissario tecnico Carlos Bilardo escogitò una difesa a tre solidissima e un centrocampo di “operai” (come Giusti, Batista ed Enrique) il cui compito era esclusivamente quello di coprire le spalle a Diego Armando. Questo lavoro oscuro favorì giocatori come Valdano e Burruchaga, che segnarono reti decisive sfruttando gli spazi aperti dalle marcature raddoppiate sul “pibe de oro”.
Qualcosa del genere è successo nel 2022 con l’Argentina di Lionel Scaloni, che mise in piedi una squadra disposta a sacrificarsi al massimo per il suo fuoriclasse, Lionel Messi. Insomma: dietro un grande campione c’è sempre una grande squadra.
Viene alla mente un altro spagnolo, “allenatore di anime”, San Josemaría Escrivá de Balaguer (1902-1975), il fondatore dell’Opus Dei, che soleva ripetere concetti applicabili anche ai mediani di fatica che corrono per coprire il fuoriclasse. Al punto 624 di Cammino, il suo capolavoro di ascetica, si legge: «Ogni pezzo al suo posto», e subito dopo l’autore si chiede: «Che rimarrebbe di un quadro di Velázquez se ogni colore se ne andasse per conto suo, ogni filo della tela si sciogliesse, ogni pezzo di legno del telaio si separasse dagli altri?».
Così come nel calcio la ricerca della gloria personale distrugge il gioco collettivo, Escrivá condanna l’individualismo egoista. Egli esorta a essere come «la vecchia pietra nascosta nelle fondamenta», che non si vede ma sostiene l’intero edificio. Nel calcio, sono proprio i difensori e i centrocampisti che sostengono i goal di Pelé o Messi: «Oh, fossi tu come la vecchia pietra nascosta nelle fondamenta, sotto terra, dove nessuno ti veda: proprio per te la casa non crollerà» (Cammino, 590
Oppure: «Non fare… lo sciocco: è vero che – al massimo – hai il ruolo di una piccola vite in questa grande impresa di Cristo. Sai però che cosa significa che la vite non stringa abbastanza o salti dal suo posto? Si allenteranno pezzi più grandi o andranno in frantumi gli ingranaggi. Il lavoro rallenterà. Forse si renderà inutile tutto il meccanismo. Che gran cosa essere una piccola vite!» (Cammino, 830).
Sostituendo, con un pizzico di fantasia e di poesia, i termini spirituali con quelli sportivi, non è forse questo il ritratto perfetto del Brasile di Pelé e Garrincha nel 1962, dell’Argentina di Messi nel 2022 o della Spagna di Luis de la Fuente, capace il 19 luglio 2026 di dominare il gioco e salire nuovamente sul tetto del calcio internazionale?
Occasioni come i Mondiali di calcio – sport da sempre popolarissimo in Italia, dove però una miope logica di club e l’eccessiva esterofilia dei campionati ne stanno desertificando il vivaio, condannando la Nazionale a una prolungata assenza dai massimi palcoscenici internazionali – evocano tra i tifosi della propria squadra nazionale una solidarietà fortemente emotiva, ma altrettanto passeggera. Per un momento sembra che gli interessi individuali si sommino in un interesse comune.
Giova, a tale riguardo, sottolineare due concetti che papa Leone XIV richiama nella sua recente enciclica, la Magnifica Humanitas. Egli ricorda che il principio di solidarietà non definisce un sentimento, ma evoca una vera e propria forma sociale e politica da incarnare, mentre il bene comune non è da intendersi come la semplice somma di interessi individuali, ma piuttosto come la forma sociale in cui si riconosce la dignità di ciascuno. Affermazioni chiare ed inequivocabili.
Nessun uomo è un’isola e così come nel calcio si vince insieme – ciascuno con la sua individuale abilità –, lo stesso vale per la vita del cristiano: non si cammina né ci si salva da soli, ma si è chiamati a formare una comunità che cresce, sostiene e testimonia l’amore di Dio nel mondo.