Rodolfo Valentino a cento anni dalla morte.
La recita del silenzio e il mito del gesto nel cinema che recita con gli occhi
Pierfranco Bruni
«Voglio che il sole mi dia il benvenuto». Vero o meno. Sono le ultime parole di Rodolfo Valentino. Se non sono vere si addicono a un mito. Un mito che caratterizzato un’epoca. Si pensi che il Novecento tra teatro e cinema realizza due miti dell’immagine dell’immaginario e della recita. Da una parte Eleonora Duse e il trionfo del teatro nazionale e dall’altro Rodolfo Valentino il segna tangibile dell’icona cinematografica. Tra i due la scena il gesto e la bellezza. Siamo al centenario ora della scomparsa di Rodolfo Valentino. Eleonora era morta due anni prima. Anche lei in America a Pittisburg. Si potrebbe dire che il Novecento segna il passaggio dall’uomo che parla all’uomo che appare.
Tra immagine e gesto si apre lo spazio nuovo del cinema. E in quello spazio entra Rodolfo Valentino. Non è un attore. È un’apparizione. È il primo corpo che il cinema trasforma in mito prima ancora di trasformarlo in personaggio. Nato Rodolfo Alfonso Raffaello Pierre Filibert Guglielmi di Valentina d’Antonguella a Castellaneta nel 1895, emigra, lavora, danza. Poi lo schermo lo prende e lo restituisce al mondo come “Latin Lover”. Ma ridurre Valentino a questo è errore metodologico. Valentino è il punto in cui il silenzio diventa linguaggio. Il cinema muto non è assenza di suono. È pienezza di gesto. Valentino recita con il silenzio e nel silenzio. Il suo volto è pergamena. Le sue mani sono sintassi. Lo sguardo è fonetica. Non deve dire: deve mostrare.
«Le donne non sono innamorate di me, bensì dell’immagine che hanno di me sullo schermo. Io sono soltanto la tela su cui le donne dipingono i loro sogni». Disse Valentino. Infatti in The Four Horsemen of the Apocalypse 1921, in The Sheik 1921, in Blood and Sand 1922, Valentino costruisce un lessico. È il lessico dell’esotico, del pericolo, della passione trattenuta. È un gesto mediterraneo portato a Hollywood: la misura, la tensione, l’attesa. Valentino è il primo caso di “star system” fondato non sul testo ma sul corpo. Il corpo diventa testo. Il corpo diventa archetipo. Valentino porta in America un immaginario antico. Non è solo italiano. È mediterraneo. È Ulisse e Enea insieme: il viaggio e il ritorno, il deserto e la casa, la seduzione e la fedeltà. Hollywood lo legge come “straniero pericoloso”. C’è la luce. Ci sono le ombre. Anche per questo è convinto che «La luce più fiera incontra il dubbio,
E vacilla, trema, solo un po’,
Ma non si spegne».
L’Europa lo legge come “nostro”. Il pubblico femminile lo legge come promessa. Ecco il paradosso: Valentino è globale perché è locale. È universale perché incarna un gesto riconoscibile: l’uomo che non urla, che seduce con l’attesa. È il contrario del teatro declamato. È il teatro dell’occhio.Muore a 31 anni, il 23 agosto 1926, a New York. Morte improvvisa, peritonite. E qui il cinema compie la sua prima vera ierofania moderna: la morte dell’attore trasforma l’attore in dio. Funerali con 100.000 persone. Donne svenute. Leggende di suicidi. Il silenzio sullo schermo diventa silenzio sulla tomba. E il mito si chiude, perfetto, senza invecchiare.
Valentino non ha il tempo di parlare nei film sonori. Resta dunque puro. Resta gesto. Resta immagine. La morte lo salva dalla decadenza. Lo fissa nell’eternità del Novecento. Tre piani di lettura, tutti necessari, direi, e rientrano in un fatto storico in una lettera antropologica in una visione estetica. Dunque. Valentino è il primo fenomeno di massa globale. Segna il passaggio dal teatro al cinema come industria del desiderio e incarna l’archetipo del “maschile mediterraneo” esportato. Unisce eros e mistero. Fonda un modello che da Gable a Mastroianni arriverà fino a oggi. Dimostra altresì che nel cinema muto il gesto vale più della parola. La recita è coreografia dell’anima. È danza, non dialogo. Senza Valentino il cinema perde la sua prima grammatica del corpo. Non ha bisogno di voce. La sua voce è il silenzio.
È il Novecento che si specchia in un uomo e lo riconosce come simbolo. Immagine e gesto. Deserto e camera da letto. Sheik e torero. Straniero e specchio. La recita del silenzio e con il silenzio è la sua lezione. Ci dice che il cinema nasce quando l’uomo smette di spiegarsi e inizia a mostrarsi. Valentino è morto giovane per restare eterno. È morto italiano per diventare americano. È morto uomo per diventare mito.
Oggi, a distanza di un secolo, quando guardiamo quei fotogrammi in bianco e nero, capiamo una cosa semplice e definitiva: prima di parlare, il cinema ha imparato a guardare. E il primo a cui ha guardato si chiamava Rodolfo. Ma da Valentino nasce anche il modo di stare davanti alla macchina da presa come se si continuasse a recitare in teatro. La fusione tra cinema e teatro in quegli anni avviene proprio attraverso la Duse, che porta nel cinema Cenere di Eleonora Duse, l’unico suo film, e Rodolfo che dà un senso estetico all’arte dello sguardo e del volto.
Fu l’uomo del sole e del tempo degli echi degli dèi. «Non tirate giù le tendine. Mi sento bene. Voglio sentire la luce del sole».
Un incipit in cui la modernità diventa principio di un cinema che per molti anni guarderà alla bellezza e alla profondità dello sguardo con molta attenzione. L’alen Delon tenebroso nasce proprio da qui. Valentino aveva lo sguardo la gestualità il portamento Delon in più ha la parola. Su tratta sempre di linguaggi al centro di una comunicazione diretta tra l’attore e lo spettatore. Dirà di sé: «Sono stato uno dei più grandi divi cinematografici di inizio Novecento. Il primo sex simbol del grande schermo». Per dire che la seduzione è tutto.
