L’ipocrisia semantica di fronte alla violenza politico-sociale
| Carlo Di Stanislao |
«Quando il linguaggio politico viene piegato all’autoassoluzione, il giudizio morale si trasforma nell’alibi perfetto per evitare di guardare le proprie responsabilità.»
— Norberto Bobbio
L’analisi dell’ipocrisia nel dibattito pubblico contemporaneo rivela un meccanismo psicologico e culturale profondamente radicato, capace di ridefinire sistematicamente i confini della realtà politica pur di preservare un’incrollabile presunzione di superiorità morale. Quando la violenza esplode nelle piazze, nei cantieri delle infrastrutture strategiche, nelle aule universitarie o nei pressi delle redazioni giornalistiche, la prima reazione di un certo stabilimento intellettuale consiste spesso in una spettacolare operazione di cosmesi linguistica. Invece di interrogarsi sulle matrici ideologiche, sulle complicità culturali e sui lunghi anni di indulgenza che hanno nutrito e legittimato la radicalizzazione di determinati movimenti, si preferisce ricorrere a un automatismo consolidato: appiccicare l’etichetta di fascismo o di parafascismo a qualunque condotta violenta, prescindendo completamente dalla storia e dalle idee di chi quella violenza l’ha materialmente praticata.
Il riflesso condizionato della rimozione semantica
Questo fenomeno di vera e propria rimozione semantica produce un duplice effetto consolatorio. Da un lato, consente di condannare l’atto incriminato soddisfacendo le forme del decoro democratico; dall’altro, permette di esternalizzare totalmente la colpa, collocando l’aggressore al di fuori del proprio orizzonte ideale. Se un gruppo di estremisti incappucciati assalta un cantiere ad alta velocità, incendia i mezzi delle forze dell’ordine e ferisce decine di agenti con molotov e pietre, la qualificazione di tali atti come «metodi parafascisti» diventa lo scudo perfetto. La logica sottesa a questa narrazione è lineare ma fallace: la violenza, essendo per sua natura abietta e incostituzionale, non può appartenere al nostro campo d’origine; pertanto, deve per forza essere catalogata sotto la figura antropologica e politica del nemico storico per eccellenza.
Siamo di fronte alla riproposizione aggiornata di una grammatica che affonda le sue radici nella stagione più cupa del secondo Novecento italiano. Quando gli estremismi di sinistra insanguinavano il Paese, una parte del mondo intellettuale ed extraparlamentare faticò a lungo a recidere i legami con la lotta armata, rifugiandosi nel celebre e autoassolutorio eufemismo dei «compagni che sbagliano». Oggigiorno, la formula sembra essersi capovolta nella forma, ma è rimasta identica nella sostanza profonda: i compagni che sbagliano non vengono più giustificati in quanto compagni, ma vengono semanticamente espulsi dalla propria comunità politica e rinominati come fascisti nel preciso istante in cui la loro condotta diventa indifendibile agli occhi dell’opinione pubblica.
La retorica dello squadrismo altrui
L’elenco degli episodi in cui questa dinamica trova applicazione si fa di giorno in giorno più lungo e articolato. Quando la sede di un quotidiano viene presa d’assalto da appartenenti ai centri sociali, il giudizio immediato parla di squadrismo. Quando un professore universitario viene aggredito fisicamente durante la lezione perché bollato come «sionista», si grida al metodo squadrista. Quando a giornalisti, intellettuali o parlamentari viene impedito di prendere la parola negli atenei a colpi di intimidazioni, urla e barricate, il termine di paragone evocato è sempre il medesimo. Persino nelle stazioni ferroviarie devastate, nei cortei che trasformano le strade cittadine in campi di battaglia e nelle occupazioni violente di sedi aziendali strategiche, l’unica lente interpretativa tollerata sembra essere quella che riconduce ogni devastazione all’universo simbolico della destra eversiva.
Tuttavia, la categoria dello squadrismo, usata in modo inflazionato come categoria universale di riprovazione, finisce per oscurare la specificità del problema. Rifiutarsi di riconoscere che esiste un’estremismo radicale nato e cresciuto nell’alveo della cultura anti-sistema di matrice progressista o antagonista significa rifiutarsi di fare i conti con le proprie responsabilità storiche e culturali. Non si tratta di stabilire mendaci equiparazioni o false equivalenze formali tra destre e sinistre, bensì di esercitare il dovere della ricostruzione critica. Se per decenni si sono tollerate narrazioni che dipingevano le forze dell’ordine come avversari di classe, o se si è fatto finta di non vedere come l’antisionismo radicale stesse scivolando pericolosamente verso forme aperte di antisemitismo, non ci si può oggi stupire dei frutti avvelenati raccolti nelle piazze.
La trappola dell’autoassoluzione e il dovere della verità
La presunzione di una connaturata superiorità morale rappresenta il più solido ostacolo alla maturazione di un’autentica cultura democratica. Chi si ritiene ontologicamente depositario del bene e della giustizia sociale tende inevitabilmente a considerare la violenza come un virus alieno, un corpo estraneo inoculato da agenti esterni. Ma la politica reale non vive di astrazioni consolatorie. Le cinghie di trasmissione tra i cattivi maestri della propaganda e l’azione violenta dei militanti d’area esistono, e operano precisamente là dove la critica razionale viene sostituita dalla demonizzazione dell’avversario.
Se un’area politica chiede con forza alla parte opposta di fare i conti con i propri fantasmi storici e con le proprie nostalgie — richiesta del tutto legittima e doverosa in una democrazia matura —, deve dimostrare la medesima spietata onestà intellettuale nei confronti di se stessa. Continuare a bollare come «parafascista» ogni molotov lanciata da un antagonista No Tav, o come «squadrista» ogni urlo antisemita intonato in un ateneo, non è un atto di coraggio politico: è il rifugio della pigrizia ideologica. Riconoscere le cose con il loro nome, analizzare le radici dell’estremismo all’interno dei propri confini e recidere senza infingimenti ogni forma di contiguità culturale è l’unico modo per superare l’era della finzione semantica e restituire credibilità al discorso pubblico.
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