SAN LORENZO DEL VALLO. INTRECCIO DI CIVILTÀ
Micol Bruni*
C’è sempre una storia che diventa memoria oltre a restare il simbolico attraverso i suoi monumenti. San Lorenzo del Vallo è un palinsesto di storie. Non ha una storia sola. Le ha tutte, sovrapposte senza cancellarsi. È terra dentro la Cora di Sibari, dove il tempo non corre: si stratifica. Greco, romano, albanese. Una civiltà a intreccio. I nostri studi lo hanno profondamente testimoniato. La grecità ha una profonda sacralità.
Tutto parte dalla Cora. San Lorenzo nutre Sibari e quando Sibari cade restano la campagna il mito i simboli. Restano le arule greche fittili. Piccoli altari di terracotta. Non templi, focolari. È il sacro popolare nella sua origine e Demetra e Persefone, il grano che muore e ritorna, il voto fatto con le mani. Qui il mito è pratica. È nostos prima del nome: ritorno ciclico a un’origine da rifondare ogni anno. Il 10 di agosto.
Arrivano i romani e lasciano le monete repubblicane. Bronzo e argento che girano, che misurano, che dicono: questa terra è nell’impero ma non si perde. Lascia strade e archeologia. Lascia anche il nome di Spartaco.
È passato di qui con il suo passo e la sua violenza. Con la sua volontà di libertà e la sua fuga. Perché la Calabria è terra di fughe e di ritorni, di boschi e di valli. Spartaco diventa archetipo calabrese. Ovvero l’uomo senza catene.
Quando Roma si spezza, resta il tracciato dei passi da seguire. Ci sono secoli di mezzo. Secoli di mezzo tra Bizantini, Normanni, feudatari. Gli Alarcon, nome spagnolo su terra italica. Torri e decime. E c’è sempre il contadino che semina e il rito che tiene insieme la comunità.
San Lorenzo non ha grandi monumenti. Ha memoria calpestata. Il nodo si stringe nel XV secolo. Arrivano gli arbëreshë. Fuggono e fondano. Portano lingua, rito bizantino, icone, canti, costumi rossi e verdi. Non cancellano. Si innestano.
Il greco e il romano restano un vessillo. L’albanese canta l’ortodossia. Il mondo Balcani adriatico si intreccia con quello greco mediterraneo ma c’è lo stesso Dio detto in due lingue. Il sacro torna domestico come le arule, come i lari come San Francesco di Paola che lascia il segno. Cambia la parola ma non il gesto.
Il paolano taumaturgo incontra gli Albanesi. San Lorenzo è un paese profondamente religioso. La Pala mariana è fedeltà al Rosario. È giusto che se ne parli. È giusto riscrivere i frammenti delle eredità che la modernità ha dimenticato. Si resta comunque custodi di un tracciato.
San Lorenzo è un tracciato. Una moneta repubblicana. Scavi un’arula. Ascolti una këngë. Ossrrvi la Pala. Non purezza. Stratificazione. Non origine unica. Ritorni.
Come il grano. Come il nostos. E il castello degli Alarcon a forma quadrata trionfa con il suo senso regale. Un viaggio fatto di etnie e di contaminazioni. La lingua è calabra ma ha il suo «meticciato» con koinè greche arabe albanesi spagnole.
La storia va letta non solo con i suoi fatti ma anche con la llingua. I linguaggi dalla oralità in poi sono manifestazioni della conoscenza che noi chiamiamo a volte leggenda e culturale popolare.
(Sono frammenti di un diario che mio padre mi consegna tutti i giorni. Dai quali sento quell’appartenenza che lui chiama spesso nei suoi scritti metafisica del ritorno).
*Storica delle Minoranze
