RADICI GRECHE. ALVARO, GRISI, BRUNI E IL MEDITERRANEO DELLA CALABRIA
Miriam Katiaka
La Calabria del Novecento ha tre nomi, in generazioni e temperie geografiche diverse, che tengono insieme mito, sacro e Grecia: Corrado Alvaro, Francesco Grisi, Pierfranco Bruni. Tutti e tre passati da Roma, tutti e tre con l’asse rivolto a sud.
Alvaro nasce a San Luca nel 1895, muore nel 1956. Grisi nasce a Vittorio Veneto nel 1927 da genitori calabresi di Cutro, muore a Todi nel 1999. Bruni nasce a San Lorenzo del Vallo nel 1955, è vivente e attualmente presidente del Centro Studi e Ricerche “Francesco Grisi”. Diversi per tempo, uguali per problematica letteraria, e hanno la tradizione greca come impalcatura, non come ornamento.
Alvaro ha vissuto il mito come antropologia arcaica. In Gente in Aspromonte del 1930 la Calabria è tempo arcaico: pastori, vendetta, povertà. L’incipit è già rito: «Non è bella la vita dei pastori in Aspromonte…». In Quasi una vita 1952 e L’uomo è forte 1938 il viaggio è ritorno impossibile. In Lunga notte di Medea 1949 il mito entra in scena: Medea è esilio e furore calabrese. Per Alvaro il sacro è terra, silenzio, memoria che resiste alla modernità.
Per Grisi il mito è memoria critica. Grisi porta la Calabria a Roma e la fa parlare con i classici. È critico, antologista, giornalista. Insegna a Roma, collabora con Rai e con La Fiera Letteraria, Il Giornale d’Italia. Tra i suoi libri: Incontro con i contemporanei, Avventura del personaggio. Nei romanzi A futura memoria del 1986, Maria e il vecchio del 1991, La poltrona nel Tevere del 1993 lavora sul confine tra autobiografia e mito.
La sua Calabria è Magna Grecia geografica e metafisica. Ulisse è il calabrese che parte e porta con sé i luoghi. Il sacro è intreccio: rito cattolico e memoria pagana.
Per Bruni, invece, il mito è vissuto come pensiero e viaggio. Bruni pensa la Calabria come ultima Grecia. Tra i suoi libri di poesia: Via Carmelitani, Viaggioisola, Ulisse è ripartito. Costituirono il nucleo centrale del suo senso omerico. Tra i romanzi e racconti: L’ultima notte di un magistrato, Paese del vento, Il mare e la conchiglia. Nel saggio Mediterraneo. Percorsi di civiltà nella letteratura contemporanea definisce il mito come chiave di lettura del tempo. Per Bruni infatti il mito non si racconta. Si abita con la memoria e la nostalgia, il viaggio e il ritorno che vanno sempre oltre Itaca. La scrittura diventa “ispirata”, prosa poetico-filosofica che cerca connessioni segrete tra libri e autori. Il mondo dello sciamanesimo è nel suo cammino.
Tre tempi, un solo percorso Mediterraneo. Alvaro dà il corpo arcaico con durezza, rito, dolore. Grisi dà la memoria critica: archivio, classici, dialogo. Bruni dà il pensiero del viaggio: mito come struttura per abitare. La loro presenza a Roma è stata specchio. La casa è restata la Calabria greca. Ma Omero detta la rotta attraverso la testimonianza, il riconoscimento, il ritorno. Mentre Virgilio detta il destino con una rottura, una promessa, un altrove. Alvaro, Grisi e Bruni costruiscono la linea calabrese del Novecento dove il mito non è passato da museo, ma legge con cui l’uomo resiste al caos. I loro libri sono riferimenti consistenti e profetici.
