Marcinelle, 70 anni dopo – La tragedia che cambiò l’emigrazione italiana e la coscienza del lavoro nel mondo



3 agosto 2026
Marcinelle, 70 anni dopo
La tragedia che cambiò l’emigrazione italiana e la coscienza del lavoro nel mondo
di Goffredo Palmerini
L’AQUILA – L’8 agosto 1956 è una data che non appartiene solo alla storia dell’emigrazione italiana, appartiene alla storia della dignità umana. Settant’anni fa, nella miniera di Bois du Cazier, a Marcinelle, in Belgio, 262 minatori persero la vita. Uno dei più gravi disastri minerari per l’emigrazione italiana, dopo quelli di Monongah (nel 1907 in West Virginia) e Dawson (nel 1913 in New Mexico). Delle 262 vittime a Marcinelle, 136 erano italiani. Ben 60 provenivano dall’Abruzzo: da Manoppello (23), Turrivalignani (9), Lettomanoppello (6), Farindola (6), Roccascalegna (6), Castel del Monte (2) e con una vittima da Alanno, Casoli, Castelvecchio Subequo, Elice, Isola del Gran Sasso, Ovindoli, Rosciano, Sant’Eusanio del Sangro.
Piccoli i paesi di provenienza, vite che scesero nel sottosuolo profondo, per risalire solo nella memoria. Marcinelle non è solo un luogo, è una ferita profonda. Una ferita che ha attraversato generazioni, che ha segnato la storia del lavoro italiano nel mondo, che ha rivelato la verità di un accordo – quello italo-belga del 1946 – che scambiava “uomini per carbone”, braccia per tonnellate di antracite, speranze di futuro per contratti capestro.
Nel 1945, immediato dopoguerra, l’Italia era un paese stremato, con l’economia in ginocchio e la disoccupazione diffusa. Ferite materiali e morali ancora aperte, dopo 20 anni di dittatura fascista, cinque anni di guerra, di cui due di occupazione nazista e di lotta di Resistenza per liberare il Paese, riconquistare la libertà e avviare la democrazia. Il Belgio, invece, pur con le distruzioni belliche, aveva bisogno di tanta manodopera per sfruttare le sue cospicue risorse minerarie, estrarre carbon fossile per alimentare le industrie e la ricostruzione del Paese. Nacque così l’accordo del 23 giugno 1946. Per ogni italiano inviato nelle miniere belghe l’Italia avrebbe ricevuto 2,5 tonnellate di carbone.
Sui muri delle città italiane comparvero manifesti rosa. Promettevano salari vantaggiosi, alloggi dignitosi, viaggi gratuiti, ferie pagate, carbone per le famiglie. La realtà era ben diversa. I minatori venivano reclutati alla stazione centrale di Milano, sottoposti a visite mediche sommarie, caricati su treni speciali che attraversavano la Svizzera senza fermarsi – per evitare fughe – e spediti in Vallonia. Ad attenderli non c’erano case, ma baracche di legno, bassi di vecchie case umidi e malsani e hangar di lamiera che pochi anni prima avevano ospitato prigionieri di guerra.
E poi c’erano chiari messaggi di pregiudizio xenofobo nei confronti degli immigrati. Sulle porte degli appartamenti di frequente un cartello crudele recitava «Ni animaux, ni étrangers». Né animali, né stranieri. Molti dei nostri emigranti erano braccianti e contadini, abituati al sole dei campi. In miniera li aspettava invece il buio, il caldo infernale, il grisù, cunicoli alti talvolta solo 40 centimetri, turni massacranti, silicosi e incidenti quotidiani. E un contratto capestro che non permetteva loro di tornare indietro. Chi abbandonava il lavoro veniva infatti rinchiuso in centri di detenzione. Marcinelle fu il punto di non ritorno.
L’8 agosto 1956fu l’inferno sotto terra. Alle 7 del mattino, 274 minatori scesero nel pozzo per il primo turno. A 975 metri di profondità un carrello rimase incastrato nell’ascensore. Nonostante l’anomalia, la cabina fu fatta risalire. Il carrello tranciò tubi dell’aria compressa, condutture dell’olio e cavi elettrici. Il fuoco divampò in un lampo. Il fumo invase i cunicoli. Il grisù esplose. E la miniera divenne un inferno. Le operazioni di soccorso durarono due settimane. Il 22 agosto, alle tre di notte, un soccorritore risalì dall’ultima galleria e pronunciò le parole che chiusero ogni speranza: «Tutti cadaveri.»Marcinelle non fu solo un incidente, fu la rivelazione di un sistema. Di una sicurezza inesistente, di impianti obsoleti, di una gestione che sacrificava vite per la produzione. Fu la denuncia di un accordo che aveva trasformato uomini in numeri, famiglie in statistiche, speranze in carbone.
Nel 2016, in occasione del Sessantennale, andai in Belgio per partecipare alla cerimonia conclusiva delle commemorazioni. A Hornu, presso Mons, il 16 dicembre ci fu l’incontro conclusivo di un anno di eventi che di quella tragedia aveva fatto memoria e raccolto testimonianze. Presenti a quel convegno rappresentanti di associazioni che si occupano di emigrazione, di istituzioni pubbliche e del Ministero degli Affari Esteri italiano. Era presente anche Elio Di Rupo, figlio di un emigrato abruzzese, allora Sindaco di Mons e già Primo Ministro del Belgio. Una testimonianza vivente di ciò che gli italiani hanno saputo costruire, nonostante tutto. Nel mio intervento ringraziai gli emigrati per il servizio che avevano reso all’Italia con il lavoro, la serietà, la dignità, la capacità di onorare la terra d’origine. Per il rispetto guadagnato sul campo, contro ogni pregiudizio. Per aver mostrato al mondo il valore degli italiani, spesso più riconosciuto all’estero che in patria.
Il giorno dopo andammo visitare la miniera di Bois du Cazier, a Marcinelle. Alain Forti, Conservateur del sito nel 2012 riconosciuto Patrimonio dell’umanità – grazie alla lotta degli ex minatori che ne scongiurò la trasformazione a supermercato e ne promosse il riconoscimento dall’Unesco -, ci guidò tra i luoghi della tragedia. La visita fu una via crucis, con il racconto degli ultimi testimoni della tragedia sui cunicoli, le attrezzature, i ricordi del caldo soffocante, del pericolo del grisù. Poi la visita al Memoriale, 262 fotografie. 262 vite perdute. 136 i minatori italiani. Davanti a quelle immagini il silenzio, non solo rispetto, ma dolore, memoria e responsabilità.
La tragedia cambiò molte cose. Marcinelle segnò la fine degli accordi bilaterali tra Italia e Belgio. Segnò la fine dell’idea che il lavoro potesse essere barattato con carbone. Segnò l’inizio di una nuova consapevolezza: che la sicurezza non è un optional, che la dignità non è negoziabile, che la vita non può essere sacrificata per la produzione. Nacque una nuova attenzione verso i diritti dei lavoratori all’estero. Nacque la consapevolezza che l’emigrazione italiana non è solo una storia di partenze, ma una storia di sacrifici, di lotte, di conquiste civili. Una storia che non può essere più relegata a memoria circoscritta, ma riconosciuta come una delle grandi vicende nazionali.
Da quella tragedia è nata la Giornata del Lavoro Italiano nel Mondo, celebrata ogni 8 agosto. Ma da Marcinelle – aggiungo – dovrebbe nascere anche un dovere civile e un impegno politico corale e imprescindibile: che la storia dell’emigrazione italiana entri nelle scuole, nelle università, nella cultura pubblica. Che diventi parte significativa della Storia d’Italia, per essere stata una diaspora che in poco più di un secolo ha visto partire 29 milioni di italiani per le terre d’emigrazione in ogni angolo del mondo.
Settant’anni dopo Marcinelle continua dunque a parlare. Proclama un monito per l’intera umanità. Ci ricorda che il lavoro è dignità, ma può diventare tragedia quando la dignità viene negata. Ci ricorda che gli emigrati italiani hanno costruito il mondo con le loro mani, spesso pagando un prezzo altissimo. Ci ricorda che la sicurezza non è un lusso, ma un diritto. Ci ricorda che la memoria non è un esercizio del passato, ma un impegno del presente. Settant’anni dopo, Marcinelle non è solo un luogo. È un monito, è una ferita, è una responsabilità, è un tributo alla vita di 262 uomini che non devono essere dimenticati. E soprattutto è un dovere, quello di continuare a raccontare e fare memoria.