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CASTIGLIONE DI PALUDI. PIETRA, SIMBOLO, CANTICO

A admin
6 de agosto, 2026

Pierfranco Bruni 

L’archeologia è fatta di simboli. I simboli vivono di iniziazioni. Questo significa che non è solo scientificità. Il dato scientifico ha la sua notevole importanza: datazioni, stratigrafie, materiali, tipologia dei reperti. Ma dentro quel dato vive una ermeneutica. Vive un’interpretazione che trasforma la pietra in parola, la rovina in segno, il rudere in soglia.

Ho fatto un sogno.

Oppure ho sognato un sogno?

Ho passeggiato nel Parco Archeologico di Castiglione di Paludi. Un luogo che non urla. Un luogo che trattiene. È l’archeologia della misura, non del marmo. È l’archeologia dei Brettii, IV e III secolo, gente di crinale e di mare, gente che ha imparato a stare sul confine tra la montagna della Sila e l’acqua dello Ionio. Una Calabria misteriosa che si intteccia con i lucani.

Entri e subito ti prende la Porta est. Non è più porta. Sono due stipiti, qualche masso crollato, un varco che guarda verso Oriente. Eppure resta soglia. Le soglie non muoiono. Resistono anche quando il muro cade. La Porta est di Castiglione era passaggio di armi e di anfore, di uomini e di dèi locali. Oggi è passaggio di vento. Ma il vento, qui, ha memoria. Entrare da quella porta significa essere iniziati a un tempo altro. Significa accettare che la pietra non è muta. Che aspetta solo una voce che sappia interrogarla.

Subito dopo c’è la strada. Un basolato spezzato che scende e ad un tratto si apre: la vista mare. Non è un panorama. È una rivelazione. I Brettii da qui guardavano le rotte, gli approdi, i pericoli. Oggi guardiamo i pescherecci e le nuvole che navigano nel Golfo di Taranto. Il mare è rimasto identico. Il colore ha i riflessi delle stagioni e delle ore. Cambia solo lo sguardo che lo attraversa. La strada archeologica è dunque asse di senso: unisce la terraferma fortificata all’infinito dell’acqua. Unisce il chiuso della cinta al largo del possibile. È la stessa tensione che ritroviamo in Francesco: il chiostro e il mondo, la Verna e le piazze, la cella e la strada. Il viaggio è sempre accanto. 

Poi la pece. Nera, densa, ancora presente negli strati. Serviva a sigillare le navi. A tenere insieme il legno perché non entrasse l’acqua. La pece è materia di confine. È dolore che cura. È ferita che diventa protezione. Pensandoci, mi torna in mente Francesco e le sue piaghe. Le stimmate non sono ornamento. Sono sigillo. Sono pece sul corpo. Dio che sigilla l’uomo perché non affondi. Francesco avrebbe chiamato la pece “fratello pece”. Perché per lui ogni materia, anche la più umile, anche la più scura, partecipa alla lode.

Intorno le pietre. I massi. Squadrati, sovrapposti, crollati. Pietre che hanno fatto da mura e ora fanno da seduta al visitatore. Mi fermo. Chiudo gli occhi. E l’immaginario mi riporta a quel tempo: IV e III secolo. I Brettii. Popolo italico di confine. Guerrieri e agricoltori. Costruttori di mura e di riti. Uomini che guardavano le stelle per decidere la guerra e la semina. Uomini che non separavano la tecnica dal sacro. Il mito dentro il sacro. Una vera ierofania tra le pieghe dei massi.

Ed è qui che il discorso archeologico si fa spirituale. Perché il simbolo ha bisogno di iniziazione. Senza iniziazione la pietra resta pietra. Con l’iniziazione diventa parola. E l’iniziazione, nel caso di Castiglione, è duplice: quella antica dei Brettii e quella che noi, oggi, possiamo compiere rileggendo il luogo con altri occhi.

Sono gli occhi di San Francesco d’Assisi. Quegli occhi che ascoltano e sanno di profezia. Francesco non è passato da Castiglione. Ma Francesco passa dove c’è una soglia. Passa dove c’è una strada che porta al mare. Passa dove ci sono pietre che hanno visto sangue e ora vedono erba. Il Cantico delle Creature è la chiave ermeneutica che ci permette di leggere questo parco non come cimitero di pietre, ma come famiglia di creature.

Davanti alla Porta est Francesco direbbe: “Laudato si’ mi’ Signore per sorella porta, che apre e chiude e insegna il passaggio”.  

Davanti alla strada direbbe: “Laudato si’ per sorella strada, che porta e non possiede”.  

Davanti al mare direbbe: “Laudato si’ per sora acqua, multo utile et humile et pretiosa et casta”.  

Davanti alla pece direbbe: “Laudato si’ per frate bitume, che tieni insieme ciò che si spezza”.  

Davanti ai massi direbbe: “Laudato si’ per sora pietra, dura e paziente”.

Francesco opera una trasfigurazione. Non nega la durezza del mondo. La attraversa con la lode. E questo è esattamente ciò che fa anche l’archeologia quando smette di essere solo catalogo. L’archeologia, se è vera, è lode della memoria. È riconoscere che quei massi non sono inerti. Sono testimoni. Hanno visto i Brettii sacrificare, combattere, seminare. Hanno visto il tempo mangiare le mura. E ora vedono noi, con le scarpe da ginnastica e il cellulare in tasca, cercare un senso.

Il Novecento ci ha insegnato che la poesia religiosa è anche poesia orante. Rebora, Turoldo, Luzi, Merini hanno riportato il Cantico nel presente. Hanno detto che il tempo della poesia è anche tempo di preghiera. Allo stesso modo, Castiglione ci insegna che il tempo dell’archeologia è anche tempo di iniziazione. Non basta datare. Bisogna benedire. Non basta classificare. Bisogna accogliere.

Castiglione di Paludi è un luogo di simboli e di archetipi oltre che di ierofanie.. Non ha la monumentalità di Paestum né la tragedia di Pompei. Ha però una qualità rara: la verità. È un luogo di frontiera. E le frontiere sono i luoghi teologici per eccellenza. È lì che si decide chi siamo. Tra terra e mare, tra muro e apertura, tra Brettii e noi, tra pietra e Cantico.

Il IV e III secolo ci parlano di un popolo che costruiva per difendersi. Francesco, otto secoli dopo, ci parla di un uomo che si spogliava per aprirsi. Due movimenti opposti. Eppure complementari. Perché ogni civiltà ha bisogno di mura e ha bisogno di porte. Ha bisogno di difesa e ha bisogno di lode. 

Camminando, capisco che il Parco non è passato. È presente che ha memoria. E Francesco non è storia. È presente che ha lode. L’incontro tra i due è inevitabile. Perché entrambi ci dicono la stessa cosa con lingue diverse: che il mondo non è un magazzino di oggetti. È una comunità di creature.

Alla fine della passeggiata arrivo di nuovo alla Oorta est. Guardo il mare. Le pietre sono calde. La pece è invisibile ma c’è. La strada scende. I Brettii sono andati. Francesco non è mai venuto. Eppure sono tutti qui. Stratificati. Come in un palinsesto. L’archeologia ci dà il dato. Il Cantico ci dà la voce. Insieme ci danno l’inizio. Perché iniziare non significa solo “cominciare a scavare”. Significa “cominciare a guardare”. Guardare la pietra come sorella. Guardare la rovina come maestra. Guardare il mare come promessa.

Castiglione di Paludi è dunque un luogo di iniziazione. Non ai misteri esoterici. Ai misteri semplici. Quelli che Francesco aveva capito e che i Brettii, a modo loro, praticavano: che tutto è legato. Che nulla è solo. Che la porta, la strada, la pece, la pietra, il mare, sono parti di un unico corpo. Non so se gli dèi abbiano toccato le rocce o le onde in lontananza. 

E noi, che camminiamo oggi tra quei resti, siamo chiamati a fare l’ultimo gesto: lodare. Perché lodare è l’unica forma di conoscenza che non consuma l’oggetto. Lo restituisce intero. Pitagora è passato da qui? Io credo di sì. Troppo squadrate le pietre.

“Laudato si’ mi’ Signore per questo luogo”.  

“Laudato si’ per la memoria dei Brettii».

“Laudato si’ per la pazienza delle pietre”.

“Laudato si’ perché anche qui, tra le rovine, passa il Cantico”.

E dopo il sogno? C’è una verità che non è realtà.  È quella verità che veste di spiritualità.  E comprendo che anche una pietra ha la sua anima. E ha la sua memoria. L’archeologia scava e la terra si fa coscienza. Non è un tempo Freudiano anche se ha ben descritto il metodo dello scavo nella metafora della indagare psicologica e analitica.  Piuttosto è un tempo proustiano. Ovvero c’è un nostos che racconta.

Ho fatto un sogno.

Oppure ho sognato un sogno.

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