Historias

MATA HARI. L’OCCHIO DEL GIORNO E LA DANZA INFINITA. A 150 anni dalla nascita

A admin
7 de agosto, 2026

di Pierfranco Bruni

A centocinquant’anni dalla nascita di Mata Hari.  Una vita tra gli amori e la bellezza, gli intrighi e la musica ballata.  Una leggenda nel mito. E una morte tagliata dal vento dell’alba.  Fu una danza fatale. Percorse i suoi ultimi passi con la cadenza lenta. Non volle che le si fasciassero gli occhi. Volle vedere i propri fucilatori negli sguardi. Volle osservare il plotone di esecuzione che sparò senza indugio. Era stata condannata per spionaggio.  

C’era una volta una danzatrice che portò l’Oriente sulla scena dei teatri della Grande Guerra. Il corpo fu oriente tra i venti e parole. Il suo canto, la sua musica, i suoi abiti nella nudità del corpo e della fattezza della sua bellezza, portavano l’incanto, il segreto, il sogno.  Penetrare per pochi istanti la dimenticanza della tragedia che invadeva il mondo significava assentarsi dalla triste realtà.  

Era bella. I suoi vestimenti leggeri sembravano il trionfo di Cleopatra. I bracciali, le collane, gli orecchini: un suono d’Oriente.  

La danzatrice che fu definita “la spia più enigmatica e più elegante”, la cortigiana più amata dall’aristocrazia militare di quegli anni. Si chiamava Mata Hari. In lingua malese significa “Occhio del Giorno”.  E proprio come il sole, attraversò il cielo dei palcoscenici e abbagliò. Nacque in Olanda, a Leeuwarden, il 7 agosto 1876. Il suo vero nome era Margaretha Gertruida Zelle.  

Dal 1895 al 1900 fu sposata, infelicemente, con un ufficiale olandese di vent’anni più grande di lei.  Fu a Parigi che trovò la sua vera vocazione: intrecciare danza e canto tra i diversi palcoscenici.  Da Parigi a Berlino, sino in Italia, dove approdò a Milano. Portava con sé un corpo che parlava e un silenzio che mentiva.

Si narra che sia stata coinvolta in un complicato giro di spionaggio tra Medio Oriente, Germania e Francia durante la Grande Guerra.  Lei negò sempre. Con la stessa grazia con cui danzava. Venne fucilata in Francia, a Vincennes, il 15 ottobre 1917.  

Mentre il plotone sparava, gridava di essere innocente.  Oggi il suo Paese, l’Olanda, ne chiede la riabilitazione: “passata per le armi senza alcuna prova”.  Ma la storia non assolve. Il mito sì. Una donna che seppe vivere amando. Amò fino a morirne.  Fino a non temere la morte perché sapeva che la vita è un attraversare la morte quotidianamente.  Si ama fino a superare la morte nell’esercizio stesso della vita.

Aveva negli occhi la sensualità di quell’Oriente che portava la trasparenza del mistero e dell’onirico.  Non rinunciò mai alle notti e ai giorni della passione. Seppe cogliere, danzando, ogni gesto di una profonda eroticità.  Perché l’eros non è peccato. L’eros è attrazione del vivere. È scavo tra corpo e anima. Mata Hari non seppe mai fingere. Restò sulla scena anche osservando i fucili sparare.  Forse una donna simbolo in un tempo di grandi complicità e ambiguità. Un Secolo contraddittorio che aveva bisogno di capri espiatori belli.

Diceva tutto in una frase: “La danza è una poesia in cui ogni parola è un movimento”.  

Questa sua frase resta incisa. È la sintesi di una vita: trasformare il corpo in verso. E quando le comunicarono la condanna disse: “State sicuri che saprò morire senza paura. Farò quella che si chiama una bella morte!”.  

E la fece. Con la schiena dritta. Con gli occhi aperti. Con la dignità di chi non si è mai piegata. Greta Garbo la rappresentò nel film del 1931 in modo sublime.  Ma nessuna attrice ha potuto rendere il suo vero movimento: quello tra mito e verità.

Allora. Danzatrice? Cortigiana? Spia?  Fu tutte e tre le cose. E nessuna.  Fu una donna che scelse di vivere sul filo. E sul filo morì.

Ho scritto spesso di Mata Hari. Ho realizzato una Cartella con schede tra racconto, poesie e immagini la cui realizzazione grafica è stata curata, in modo sublime, da Anna Montella, la quale ha realizzato anche un affascinante video. Un tracciato poetico.  Un sogno raccontato e vissuto solo in sogno. Perché Mata Hari non appartiene alla cronaca. Appartiene all’immaginario.  È il corpo che diventa simbolo. È l’Oriente che entra in Occidente senza permesso.  È la donna che danza mentre il mondo spara.

Una danza infinita.  Aveva soltanto 41 anni.  

Nel vento dell’alba la danza fu infinita.  Mi ha attraversato con il suo fascino e il suo misterioso cammino. Mata Hari: un mito.  

Una donna nel fascino dell’attrazione.  Seppe vivere con la dignità con la quale si presentò davanti ai suoi carnefici. E forse aveva ragione.  Perché ci sono morti che uccidono e morti che consacrano.  La sua fu consacrazione. L’Occhio del Giorno si è chiuso.  Ma la danza continua. Fu Demetra o Atena. O Circe. Anzi fu Calipso. 

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