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L’ombra dei muri di Schengen: tra politica distratta e la memoria corta del caldo

A admin
8 de agosto, 2026

Carlo Di Stanislao


«Non si costruiscono muri per proteggere la libertà, ma solo per nascondere la paura di ciò che c’è dall’altra parte.»

— Zygmunt Bauman

​L’ombra dei muri che tornano gradualmente a stagliarsi lungo i confini storici di Schengen proietta un segnale profondamente inquietante e cupo sullo stato attuale di salute dell’intero progetto di integrazione dell’Unione Europea, rivelando in modo inequivocabile quanto sia estremamente fragile il sogno della libera circolazione quando la paura collettiva e il calcolo elettorale prendono il sopravvento sulla solidarietà e sulla cooperazione transfrontaliera. Mentre l’Europa ridisegna in silenzio le sue frontiere interne e i controlli sistematici ritornano a dividere Paesi storicamente legati da un destino comune e da una profonda fratellanza come l’Italia e la Spagna, il dibattito politico e sociale della nostra penisola sembra irrimediabilmente ripiegato su dinamiche interne di brevissimo respiro, dimostrandosi incapace di sollevare lo sguardo per osservare oltre le imminenti scadenze delle urne o le polemiche quotidiane orchestrate a uso e consumo dei talk show.

​Il valzer della politica nazionale: leadership in evoluzione e crisi d’identità nell’opposizione

​Mentre alle frontiere dell’Europa si vanno progressivamente sgretolando decenni di faticose conquiste sul fronte delle libertà fondamentali dei cittadini, il teatrino della politica italiana consuma la quasi totalità delle sue preziose energie in complessi tatticismi d’aula, vertici di maggioranza estenuanti e continui riposizionamenti strategici che stancano l’elettorato. In questo scenario in costante ed frenetica evoluzione, Giuseppe Conte guadagna sempre più spazio e centralità come potenziale leader naturale e punto di riferimento strategico per un’ipotetica area di larghe intese, muovendosi con un pragmatismo felpato e felino che riesce a intercettare con efficacia la profonda stanchezza di una fascia di popolazione ormai delusa e disorientata. Dall’altro lato dello schieramento progressista, la segretaria Elly Schlein appare bloccata in un perenne affanno tattico, percepita ormai da una quota crescente di osservatori e di propri elettori come una figura politica che sbaglia quasi tutti i colpi decisivi, rivelandosi incapace di tracciare una linea programmatica chiara, netta e inclusiva per un partito strutturalmente lacerato tra pulsioni ideologiche radicali e una forte nostalgia per le responsabilità di governo.

​Questa paralisi identitaria dell’opposizione, unita al continuo galleggiamento tattico delle forze di centrodestra, lascia l’intero Paese del tutto privo di una visione strategica d’insieme con cui affrontare le enormi sfide geopolitiche e ambientali del nostro tempo. Ci si azzuffa quotidianamente su singole dichiarazioni estrapolate dal contesto o sui decimali dei sondaggi d’opinione della settimana, ignorando del tutto la trasformazione profonda in atto nei trattati europei, il ritorno dell’irrigidimento dei confini nazionali e la progressiva militarizzazione delle aree di frontiera che fino a poco tempo fa consideravamo un capitolo chiuso della nostra storia recente.

​Il paese della memoria corta di fronte alla sfida del clima che cambia

​Nel frattempo, mentre la geopolitica si sfilaccia e i diritti si riducono, noi italiani continuiamo incessantemente a parlare di un caldo che definiamo ogni volta come mai sentito prima, lasciandoci travolgere con puntuale regolarità da un’ondata di isteria collettiva e di sgomento estivo ogni qual volta la colonnina di mercurio sale di qualche grado oltre i livelli medi di guardia. Ci lamentiamo delle temperature afose e del sole picchiante come se ogni singolo picco estivo fosse un evento totalmente alieno, eccezionale e inatteso, una sorta di punizione inedita scagliata su di noi da un cielo improvvisamente ostile, rivelando così una sconcertante amnesia storica collettiva e un’incapacità cronica di contestualizzare i fenomeni ambientali a lungo termine.

​La terra arsa dal sole e la rimozione collettiva della grande sete

​Ci dimentichiamo troppo facilmente di quanto fosse altrettanto terribilmente caldo in epoche e stagioni nemmeno troppo remote del nostro passato, quando per sopravvivere alla morsa soffocante dell’afa e riuscire a spostarci da una città all’altra potevamo viaggiare solo di notte, aspettando con ansia che l’oscurità delle ore tarde concedesse un minimo e temporaneo refrigerio a un’atmosfera altrimenti del tutto irrespirabile lungo le strisce d’asfalto roventi.

​La memoria collettiva sembra infatti cancellare con colpevole fretta le drammatiche immagini di una terra letteralmente riarsa, spaccata e prosciugata, che mostrava crepe profonde e aride come ferite dolorose aperte sull’intero paesaggio agrario della Pianura Padana e delle campagne meridionali. Tendiamo a dimenticare con troppa facilità una serie di eventi estremi che hanno già segnato la nostra storia idrica recente:

  • ​I maggiori fiumi e i principali laghi della penisola ridotti a desolanti distese di fango essiccato, greti rocciosi e ciottoli roventi sotto il sole di luglio.
  • ​La portata dei grandi corsi d’acqua vitali per la nostra agricoltura e per l’approvvigionamento energetico crollata fino a livelli minimi mai registrati a memoria d’uomo.
  • ​La drammatica interruzione della navigazione commerciale e turistica fluviale, unita al blocco forzato dell’irrigazione canalizzata che ha messo in ginocchio intere filiere agroalimentari d’eccellenza.

​La vera e propria tragedia ecologica ed economica si consumava però quando la forza della natura si invertiva drammaticamente: il mare, non trovando più alcuna barriera o spinta idraulica contrastante proveniente dai torrenti e dalla montagna verso la pianura, risaliva inesorabilmente e rientrava nel Po per chilometri e chilometri nell’entroterra, avvelenando irrimediabilmente le falde acquifere sotterranee con la sua pesante carica salina e sterilizzando per lunghi anni centinaia di migliaia di ettari di terreno agricolo altamente produttivo. La risalita devastante del cuneo salino lungo l’asta del Po rappresenta il sintomo definitivo e drammatico di un equilibrio idrologico spezzato alla radice; una ferita ambientale profonda che la politica e la società tendono sistematicamente a rimuovere non appena cade la prima pioggia autunnale.

​La paralisi dei soccorsi: il caso emblematico di L’Aquila

​A confermare e aggravare questo quadro di drammatica impreparazione e corto circuito istituzionale, si inserisce come simbolo emblematico il recente incendio di L’Aquila e dintorni. Nelle giornate in cui il fuoco divorava i boschi abruzzesi e minacciava da vicino i centri abitati, è andato in scena il consueto e doloroso spettacolo della disorganizzazione sistemica: interventi pubblici apparsi fin dai primi momenti tragicamente inefficaci, lenti e deficitari, paralizzati da cavilli burocratici, carenze strutturali di mezzi e una catena di comando farraginosa.

​Ciò che rende la vicenda ancora più amara è la mortificazione della solidarietà dal basso, con centinaia di volontari bloccati ai margini delle aree colpite, impossibilitati ad agire o costretti alla resa da veti normativi e veti procedurali proprio mentre la terra bruciava. In questo cortocircuito istituzionale, dove la macchina dei soccorsi pubblici arrancava impotente e l’iniziativa dei cittadini veniva imbrigliata, l’unico vero fattore risolutivo si è rivelato l’imponderabile: solo la pioggia, giunta come vera e unica salvezza provvidenziale dal cielo, è riuscita a spegnere i roghi e a scongiurare un disastro ancora più imponente. Un episodo che dimostra, ancora una volta, come la nostra gestione del territorio sia del tutto affidata al caso anziché alla pianificazione.

​La necessità di ritrovare uno sguardo critico sul futuro

​Ce ne siamo dimenticati perché la narrazione mediatica della perenne emergenza del momento ci impedisce in modo sistematico di sviluppare un pensiero critico articolato, profondo e duraturo, sia quando si discute delle grandi trasformazioni climatiche, sia quando si affrontano le questioni cruciali legate alla politica estera, alla tenuta delle istituzioni comunitarie e alla tutela dei diritti umani fondamentali. La progressiva frammentazione dello spazio di libera circolazione di Schengen, le rovinose falle nei sistemi di emergenza e soccorso e la cattiva gestione delle nostre risorse idriche e territoriali sono, a ben guardare, tre aspetti complementari della medesima crisi di visione: la totale e desolante incapacità delle classi dirigenti contemporanee di progettare e pianificare il futuro della società al di là del brevissimo ciclo d’interesse di un post sui social network o di un sondaggio del lunedì sera.

​Finché continueremo a stupirci ingenuamente del grande caldo d’estate, ad affidare la salvezza dei nostri boschi alla benevolenza del meteo o a rimanere spettatori passivi di fronte al lento e silenzioso smantellamento della libera circolazione europea, saremo ineluttabilmente condannati a subire tutte le pesanti conseguenze di una tripla e pericolosa illusione: credere ingenuamente che la costruzione di nuovi muri e barriere possa renderci davvero più sicuri all’interno dei nostri confini, convincerci che la burocrazia possa sostituire l’efficienza della prevenzione e credere che lo stravolgimento del clima sia soltanto un innocuo argomento di conversazione estiva da fare sotto l’ombrellone in attesa dell’autunno.

Tutte l’opinioni versati nel sito correspondono solo a chi la manifesta. Non e necessariamente l’opinione della Direzione

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