Abitare le macerie. Una lettura di Cioran.
In tragico di utopia di Pierfranco Bruni.
Un’opera inquieta, eccedente, volutamente irregolare
Maria Grazia Destratis
Ho letto il Cioran di PierfrancoBruni (Solfanelli editore). In tragico di utopia da una posizione che non può essere del tutto neutrale. Dopo aver affidato a un mio libro il titolo La Confessione, edito da Pellegrini nel 2024, riconosco che confessarsi non significa semplicemente raccontare ciò che è accaduto. La confessione autentica comincia quando il racconto smette di proteggerci e la parola diventa il luogo nel quale siamo costretti a incontrare ciò che avremmo preferito non conoscere di noi stessi.
Forse è per questo che le pagine di Pierfranco Bruni mi sono apparse subito familiari. Non perché restituiscano risposte già possedute, ma perché abitano lo stesso territorio instabile nel quale la scrittura nasce dalla necessità di interrogare la vita, la morte, la memoria, Dio e il tempo, senza pretendere di ricomporli in una verità pacificata.
Ci sono libri che spiegano un autore e libri che scelgono di accompagnarlo nel luogo più pericoloso del suo pensiero. Quello di Bruni appartiene alla seconda specie. Non è una biografia intellettuale di Emil Cioran, non è un manuale e non è una ricostruzione sistematica della sua filosofia. È un attraversamento. Una discesa nelle regioni in cui la filosofia smette di essere disciplina e diventa esperienza della ferita.
Bruni dichiara fin dalle prime pagine l’impossibilità di affrontare Cioran attraverso gli strumenti della sola filosofia. Nel pensatore rumeno, infatti, filosofia, letteratura, mito e poesia si inseguono fino a perdere i propri confini. Il filosofo diventa «lo scrittore di sé stesso» e lo scrittore si crea nella filosofia della propria esistenza.
È questo uno dei punti nei quali ho avvertito maggiormente la vicinanza con la mia idea di confessione. Lo scrittore non confessa soltanto gli avvenimenti della propria vita. Confessa la propria condizione. Porta sulla pagina ciò che non riesce a risolvere e, proprio per questo, non può smettere di interrogare. La scrittura non assolve e non condanna: espone. Ci pone davanti allo specchio quando non possiamo più correggere il riflesso.
Il libro di Bruni diventa così anche una confessione indiretta. Cioran è il nome pronunciato sulla soglia, ma dietro di lui appare continuamente l’autore, con la propria idea del tempo, della vecchiaia, della solitudine e della morte. Non siamo soltanto davanti a un libro “su” Cioran. Siamo davanti a un libro scritto “con” Cioran, quasi in sua presenza, dentro un colloquio che non cerca una conclusione e non concede consolazioni.
Il suo centro è il tragico. Non un tragico astratto o soltanto filosofico, ma quello elementare dell’essere nati, del vivere sapendo di dover morire, del sentire il tempo come una forza che ci attraversa e lentamente ci sottrae a noi stessi. Nelle pagine di Bruni si cammina quotidianamente nella morte, raccogliendo le macerie di un presente che si perde nello stesso istante in cui viene vissuto. Tempo e morte diventano i protagonisti di uno scenario nel quale l’uomo continua a cercare un senso pur sospettando che quel senso non esista.
Da qui nasce il paradosso contenuto nel titolo. L’utopia non è la promessa rassicurante di un mondo migliore. È il desiderio impossibile di oltrepassare il limite, di sottrarre l’essere umano alla propria finitezza, pur sapendo che ogni tentativo è destinato al fallimento. È un’utopia tragica perché non salva: mantiene aperta la ferita.
Eppure la ferita, almeno nel mio modo di intendere la confessione, non coincide necessariamente con una condanna. Può non guarire, ma diventare coscienza. Può non restituire ciò che abbiamo perduto, ma impedirci di mentire sulla perdita. È forse questa la distanza che avverto tra la disperazione radicale di Cioran e il bisogno che mi ha condotta alla scrittura: davanti al buio non cerco una consolazione artificiale, ma neppure rinuncio completamente alla possibilità che la parola custodisca un residuo di umanità.
La tesi più intensa e, insieme, più problematica del volume è quella di un Cioran profondamente religioso. Non credente nel senso confessionale, ma spirito abitato dall’ossessione di Dio. La sua disperazione sarebbe una ricerca rovesciata del divino; il suo rifiuto, una forma estrema d’interrogazione; la sua bestemmia, una preghiera che non confida più nella risposta.
Bruni vede nell’angoscia di essere nati anche la metafora di una tensione verso Dio, il mistero e quella verità che la ragione non riesce a contenere. Cioran è per lui uno spirito religioso proprio perché non riesce a liberarsi della domanda religiosa.
È forse questa l’intuizione più feconda del libro: sottrarre Cioran alla lettura più semplice del nichilista e restituirlo alla contraddizione. Cioran non crede, ma non riesce a liberarsi dalla necessità di credere. Rifiuta la salvezza, ma continua a interrogare i santi. Respinge la metafisica, ma ne abita le rovine. Dio è assente, eppure la sua assenza occupa quasi tutto lo spazio.
In fondo, anche questa è una confessione: dichiarare non soltanto ciò in cui crediamo, ma ciò da cui, pur negandolo, non siamo mai riusciti ad allontanarci.
Attorno a questo nucleo Bruni costruisce una vasta costellazione di autori: Vintila Horia, Mircea Eliade, Guido Ceronetti, Pirandello, Nietzsche, Ionesco, Manlio Sgalambro, Mishima e Maria Zambrano. Non sono semplici riferimenti bibliografici, ma presenze chiamate a formare una geografia spirituale: il Mediterraneo, l’esilio, il labirinto, il ritorno, il mito, la nostalgia e l’Occidente in decadenza. Ogni autore rappresenta una diversa maniera di abitare la medesima domanda.
Particolarmente significativo è il tema dell’esilio. Esso non coincide soltanto con l’allontanamento dalla patria, ma diventa una condizione ontologica. Si nasce separati e si vive cercando una casa che forse non è mai esistita. Eliade cerca il centro del labirinto; Zambrano una radura nella penombra; Horia trasforma la pagina in patria. Cioran, invece, rimane sulla circonferenza, tra insonnia e macerie. Per lui non può esistere un ritorno definitivo, perché il vero esilio è quello da sé stessi.
Anche la confessione, a ben vedere, è una forma di esilio. Nel momento in cui pronunciamo la verità su noi stessi, non possiamo più tornare completamente alla persona che eravamo prima di averla pronunciata. La parola ci allontana dall’innocenza, ma ci avvicina alla consapevolezza. Dopo una confessione autentica non si torna indietro: si può soltanto imparare ad abitare ciò che è stato rivelato.
La scrittura di Bruni procede per onde, accumulazioni e ritorni. Alcune parole ricompaiono ossessivamente: tramonto, macerie, destino, solitudine, sacro, labirinto, memoria. Non è una prosa argomentativa tradizionale. È una prosa lirica, aforistica, talvolta oracolare, che cerca di pensare attraverso il ritmo e l’immagine prima ancora che attraverso la dimostrazione.
Questa scelta produce pagine di notevole intensità, ma comporta anche un rischio. Quando ogni frase vuole raggiungere l’abisso, l’abisso può trasformarsi in paesaggio abituale. L’accumulo delle metafore e dei nomi, in alcuni punti, attenua la forza delle intuizioni più autentiche. Il lettore avverte talvolta il bisogno di una pausa, di uno spazio bianco, di un silenzio che lasci sedimentare le parole.
Tuttavia, la ripetizione è dichiarata dall’autore stesso, che definisce il proprio itinerario «paradossalmente confusionario e volutamente ripetitivo». Non è quindi soltanto una debolezza stilistica, ma la forma assunta da un pensiero che non procede in linea retta. Bruni ritorna sui medesimi temi perché certe domande non possono essere superate: possono soltanto essere percorse più volte, ogni volta da una diversa solitudine.
Nelle pagine conclusive Cioran appare come un Ecclesiaste esiliato a Parigi: un mistico senza fede, un uomo che non predica dal tempio ma annota dal caffè, che non possiede discepoli ma insonnia. La sua scrittura è una «ferita che pensa»: non costruisce sistemi, raccoglie schegge; non ricompone le rovine, le rende visibili.
È questa la riuscita più autentica del volume. In tragico di utopia non ci consegna un Cioran pacificato, catalogato o risolto. Ci consegna la sua ombra e ci invita a sederci accanto ad essa. Non per trovare conforto, ma per comprendere che talvolta la lucidità consiste proprio nel non chiedere alla notte di diventare giorno.
Da autrice de La Confessione, non posso non domandarmi se confessarsi non significhi, in fondo, proprio questo: restare davanti alla propria notte senza mentire su ciò che vediamo. Non cancellare le macerie, ma riconoscerle come parte del paesaggio interiore. Non pretendere che il dolore possieda necessariamente un significato, ma impedirgli di restare privo di voce.
Pierfranco Bruni ha scritto un’opera inquieta, eccedente, volutamente irregolare. Ha la forza e i limiti di una confessione intellettuale: non pretende neutralità, ma espone una fedeltà. E nella sua parte più vera ci ricorda che la filosofia, quando tocca davvero la vita, non offre risposte definitive.
Ferisce. Accompagna. Interroga. Poi tace. E nel silenzio lascia l’uomo solo davanti alla propria irrimediabile e tragica meraviglia di essere vivo.
Maria Grazia Destratis
