FRANCESCO E LE PIETRE DEL SUD
di Pierfranco Bruni
Le pieghe della sabbia fanno piccole dune lungo il percorso. C’è il meriggio È un meriggio di sole. Il cielo sopra Pompei è azzurro, di quell’azzurro che sa di mare e di cenere. Qualche nube si addensa all’orizzonte, ma non piove. Piove luce.
San Francesco d’Assisi cammina tra le rovine. Non è pellegrino di indulgenze. È pellegrino di pietre. Pompei è distrutta dalla lava del 79. Sono passati quasi mille e duecento anni. Eppure la città respira ancora. Dalle case senza tetto escono affreschi. Rosso pompeiano, giallo, ocra. Volti di dèi, di venditori, di donne che versano vino. Francesco si ferma. Guarda. Non giudica. “Anche qui c’erano uomini”, pensa. “Anche qui ridevano, mangiavano, pregavano altri dèi”. La distruzione non lo scandalizza. Lo educa. La lava ha fatto ciò che fa il tempo: ha tolto il superfluo. Ha lasciato l’essenza.
La notte trova riparo lì dove, secoli dopo, sorgerà la chiesa della Madonna di Pompei.
Dorme per terra. Sente il freddo della pietra e il calore del cielo. Non sogna angeli. Sogna silenzio. E nel silenzio sente una voce che non parla: “Tutto passa. Resta solo ciò che hai amato”. Intanto il vento tira verso Sud. Ha sentito parlare di Sibari e delle feste di cui si custodisce la memoria. Infatti dopo qualche giorno riparte. Va più a Sud. La strada è polvere e ginestre. Il sole è già alto. Arriva a Sibari. O meglio, arriva dove Sibari è stata. Perché la città con la sua ricchezza, ovvero Sibari, non c’è più. È stata distrutta. Si dice per le troppe feste, per il lusso, per l’ubriachezza. Francesco ascolta questa storia dai pastori. Annusisce l’aria.
Qui non ci sono colonne. Ci sono campi.
Eppure lui vede. Vede tavole imbandite, danze, corone di alloro. Vede un popolo che ha confuso la gioia con il rumore. “La gioia non fa rumore”, mormora. “La gioia edifica”.
Lascia Sibari senza voltarsi. Ha capito. Le città muoiono quando smettono di amare e cominciano a consumare. Vuole ascoltare le pietre dei Bretti. Cammina. Cammina ancora. Il mare Ionio appare all’improvviso. È un taglio blu tra le colline. Ha uno sguardo, quel mare. Guarda verso Oriente. Di là c’è la Grecia. Di là c’è Damietta, dove Francesco è già stato nel 1219 a parlare con il Sultano al-Kāmil. Arriva alle mura di Castiglione di Paludi. Sono macerie. Pietre basse, spezzate, mangiate dal tempo e dall’erba. È un luogo abbandonato. Un luogo di confine tra Magna Grecia e mondo latino.
Francesco si siede. Non prega con le parole. Prega con le mani sulle pietre. “Ascoltare le pietre” è il suo mestiere. Le pietre raccontano guerre, esili, incendi, ritorni. Raccontano che nulla dura se non l’amore. Vive la Natura. Un falco gira alto. Il vento porta odore di origano e di sale. “Frate Sole, sora Terra”. Qui il Cantico non deve essere scritto. È già scritto. Da Castiglione punta a Crotone. Vuole arrivare alla Colonna. L’unica rimasta del Tempio di Hera Lacinia. Una pietra sola, dritta, contro il cielo e il mare. Crotone è la città di Pitagora. Qui il filosofo ha insegnato la magia dei numeri. Ha detto che il mondo è armonia, proporzione, musica. Ha vestito il kitone bianco. Ha fondato una comunità. Viveva in povertà, mangiava poco, parlava poco, ascoltava molto.
Francesco arriva alla Colonna al tramonto. Il sole spacca il mare in due. Guarda quella pietra e pensa: “Allora Cristo non aveva ancora abitato il Tempio, la Croce, la Resurrezione”. Eppure qualcosa c’era già. Pitagora. Era un mago? Uno sciamano? Il primo monaco che invece del saio portava il kitone? Francesco sorride. “Tutto potrebbe essere possibile”. Perché Pitagora parlava di purificazione, di silenzio, di fraternità, di rispetto per gli animali. Parlava di un’etica. E l’etica, quando è vera, è già Vangelo prima del Vangelo. Francesco tocca la Colonna. È calda. Sente che anche i pagani, se hanno cercato la verità, sono stati cercati dalla Verità. Pensa. Uscire dalla storia per entrare nell’immaginario. Entrare nell’immaginario è saper uscire dalla storia. La storia dice date, guerre, crolli. L’immaginario dice senso.
In fondo Francesco non è storia. È evento. Non appartiene al 1226. Appartiene a ogni meriggio di sole in cui un uomo si ferma davanti a una rovina e invece di maledire, benedice. A Pompei ha visto gli affreschi e ha pensato alla fragilità. A Sibari ha sentito il vuoto delle feste e ha pensato alla sobrietà.
A Castiglione ha ascoltato le pietre e ha pensato alla memoria. A Crotone ha guardato la Colonna e ha pensato all’armonia. Quattro tappe. Quattro lezioni.
Distruzione, eccesso, abbandono, ricerca.
E in mezzo sempre lui: un uomo in saio che cammina scalzo. La notte è nel mare. La notte a Crotone è piena di stelle. Il mare Ionio è nero e lucente. Francesco dorme vicino alla Colonna. Sogna Damietta. Sogna il Sultano che lo ascolta senza convertirlo.
Sogna Assisi. Sogna il lupo di Gubbio. Poi si sveglia. È l’alba. Il cielo è dello stesso azzurro di Pompei. Con qualche nube all’orizzonte. Si alza. Non ha nulla da portare via. Ha solo da lasciare: un’impronta, una preghiera, un nome detto sottovoce al vento.
“Laudato si’ mi’ Signore per frate mare”.
“Laudato si’ per sora pietra”.
“Laudato si’ per frate Pitagora che ha cercato i numeri di Dio”.
Trascorre altre ore accanto all’ombra di Pitagora. Poi riparte. Francesco riparte. Il Sud resta dietro di lui: Pompei, Sibari, Castiglione, Crotone. Quattro rovine. Quattro ascolti. Non ha convertito nessuno. Ha ascoltato tutti. Le pietre, il mare, i morti, i filosofi. Perché il santo non è colui che spiega.
È colui che abita. E Francesco ha abitato il Sud come si abita una chiesa: in silenzio, con rispetto, con gioia. Entrare nell’immaginario è questo. Uscire dalla storia per ritrovare l’uomo. Perché in fondo, Francesco non è storia.
Francesco è strada. Lungo la strada ha catturato il religioso silenzio e le grida della cronaca conficcate nella storia. Sa che la vita si tocca in un istante sublime. Sa che gli esempi diventano testamentario. Sa il silenzio ha un senso più di mille voci in una notte sola.
