A MELONI E A GIULI. DELEDDA 90. NOBEL 100. Grazia Deledda dai 90 anni dalla scomparsa a cento anni dal Nobel. Ricordiamola. Un invito alla Presidente Meloni e al Ministro Giuli
di Pierfranco Bruni*
Credo che il Presidente del Consiglio dei Ministri Giorgia Meloni e il Ministro della Cultura Giuli non dovrebbero dimenticare i 90 anni della scomparsa di Grazia Deledda. Come sono convinto, conoscendo bene direttamente la loro sensibilità e il loro spessore identitario e culturale. E non solo. Ma dovrebbero ricordare anche i cento anni dal Nobel. La prima donna italiana. La prima donna presidente del Consiglio. Il mio è un invito che parte dalla Associazione Internazionale dei Critici Letterari, quale componente. e dal Centro Studi Francesco Grisi che presiedo. Un invito dunque alla Presidente Meloni e al Ministro Giuli.
Ricordare è un dovere. Non etico. Non morale. Ma umano. Perché dimenticare è non dare senso a ciò che si vive. Dunque. Non possiamo dimenticare una scrittrice e una donna come Grazia Deledda.
Nasce nel 1871 e muore nel 1936. A 90 anni dalla scomparsa torniamo a lei non per rito ma perché la sua voce non ha smesso di parlare, perché ha scritto con il vento e non con l’inchiostro, perché ha preso un’isola e l’ha fatta diventare misura dell’uomo. “Tutti siamo impastati di bene e di male, ma quest’ultimo bisogna vincerlo”. Lo dice in La chiesa della solitudine e in quella frase c’è tutta la sua opera. Non è sentenza morale, è destino. I suoi personaggi non sono classificati in buoni e cattivi. Sono uomini e donne impastati, e la vita è il tempo in cui quel male va vinto ogni giorno, con fatica, con silenzio, con rassegnazione e con una fierezza che non chiede permesso.
Deledda non descrive la Sardegna. La abita. L’isola per lei non è cartografia, è condizione. È chiusura e apertura insieme, è mare che separa e vento che porta le voci da un paese all’altro, è cultura popolare che non entra nei manuali eppure è tutta nei suoi libri. È il rito, la superstizione, la legge non scritta, l’onore che pesa più del pane, la preghiera detta a bassa voce prima di dormire. “Io non sogno la gloria per un sentimento di vanità e di egoismo, ma perché amo intensamente il mio paese, e sogno di poter un giorno irradiare con un mite raggio le fosche ombrie dei nostri boschi, di poter un giorno narrare, intesa, la vita e le passioni del mio popolo, così diverso dagli altri così vilipeso e dimenticato e perciò più misero nella sua fiera e primitiva ignoranza”. Scrive così nel 1891, e in quelle righe c’è tutto: l’amore senza retorica, il desiderio di luce su ciò che è rimasto al buio, la consapevolezza di un popolo diverso, vilipeso, dimenticato, e proprio per questo più vero, più nudo, più grande nella sua ignoranza che non è povertà di mente ma pienezza di radici. Lei non guarda dall’alto. Si abbassa. Ascolta. Raccoglie. Narra.
Il tempo, per Deledda, cancella. “Mutiamo tutti, da un giorno all’altro, per lente e inconsapevoli evoluzioni, vinti da quella legge ineluttabile del tempo che oggi finisce di cancellare ciò che ieri aveva scritto nelle misteriose tavole del cuore umano”. Lo scrive nei Versi e prose giovanili. Ma se il tempo cancella, il vento ricorda. E Deledda fa del vento la misura fondamentale di una metafora. Il vento è memoria, è voce degli antenati, è destino che passa tra le case e non bussa. Nei suoi romanzi il vento muove le cose, muove le coscienze, muove i peccati. Non c’è paesaggio in Deledda, c’è respiro. Nell’incipit de Il paese del vento si legge: “La mèta del nostro viaggio era sicura, adatta alla circostanza: una casetta fra la campagna e il mare, dove il mio sposo aveva già qualche volta villeggiato: una donna anziana, discreta, brava per le faccende domestiche, da lui già conosciuta, doveva incaricarsi di tutti i nostri bisogni materiali”. Sembra una frase semplice, domestica. È invece tutto il suo mondo: la casa tra terra e mare, la donna anziana che sa e tace, i bisogni materiali che sono anche bisogni spirituali, la sicurezza di una meta che è sempre provvisoria perché in Deledda nessuna casa è definitiva se dentro non c’è la coscienza.
I suoi personaggi non chiedono scusa. Elias, Giacinto, Lia, Annesa. Portano Dio e il demonio nello stesso respiro. Vivono la legge dell’onore come si vive la sete. Parlano poco e guardano molto. Non sono eroi, sono vittime e carnefici insieme, perché l’uomo deleddiano è sempre a metà, sempre in bilico, sempre chiamato a scegliere. E la tragedia non è nel colpo di scena, è nella lentezza con cui l’anima si logora e, a volte, si purifica. Deledda li racconta senza giudizio. Con pietà. E pietà non è compassione, è stare accanto. È riconoscere che la miseria non è solo economica, è di senso. Ed è proprio nella “fiera e primitiva ignoranza” che lei trova la grandezza, perché lì non ci sono maschere, c’è solo l’uomo davanti a Dio, al mare, al vento, alla notte.
A 90 anni dalla morte Deledda non è monumento. È casa ancora abitata. L’Associazione Internazionale dei critici letterari, presieduta da Neria De Giovanni, la maggiore conoscitrice e studiosa della scrittrice sarda, le rende omaggio con un volume di prossima uscita a cui partecipano studiosi di tutto il mondo. Neria De Giovanni ha passato la vita a togliere Deledda dalle letture sbagliate, a dimostrare che non è regionalismo da museo ma letteratura universale, perché l’isola in Deledda non è confine, è paradigma dell’uomo. Anche il Progetto Sulle sponde della Magna Grecia, diretto dalla poetessa Rosaria Scialpi, dedica un intero capitolo alla Deledda. Perché le sponde si parlano. Perché il Sud riconosce il Sud. Perché la solitudine della Sardegna somiglia alla solitudine della Magna Grecia. Stesso mare, stesso vento, stessa fatica di tenere insieme bene e male senza mentire.
Io stesso, alla fine degli anni ottanta del Novecento, ho intitolato uno dei miei primi romanzi Paese del vento, pubblicato poi in più edizioni. Non per citare, per riconoscere. Perché quando entri in Deledda capisci che il vento non è figura retorica, è etica. È ciò che ti sposta, ti mette in discussione, ti costringe a decidere da che parte stare. Deledda voleva “irradiare con un mite raggio le fosche ombrie dei nostri boschi”. Ci è riuscita. Ha preso un popolo vilipeso e dimenticato e lo ha messo al centro della letteratura del mondo. Premio Nobel nel 1926, prima donna italiana. Non per vanità. Per dovere. La sua lezione è semplice e dura: siamo impastati, il tempo cancella, ma il male si può vincere. Si può narrare il proprio popolo senza tradirlo. Si può fare della cultura popolare non folklore ma verità.
Grazia Deledda è il paese del vento. È quella casetta tra la campagna e il mare, è quella donna anziana e discreta che si occupa dei bisogni, è il vento che entra dalle fessure e ti ricorda chi sei anche quando vorresti dimenticarlo. Finché ci sarà vento tra i boschi della Sardegna, finché ci sarà un lettore disposto ad ascoltare senza fretta,
Scrive Neria De Giovanni: «L’opera di Deledda è universale perché affronta temi eterni come colpa, peccato, amore, redenzione e giustizia». Deledda è morta. È solo andata a controllare che la porta di casa sia chiusa e che dentro ci sia ancora luce. Perché di quella, o questa, luce si può continuare a vivere restando consapevoli che la metafora (dall’isola alle città, dal vento alla famoglia) che la Daledda naviga è parte del nostro esistere. Un esistere che è identità.
Allora. Presidente Meloni e Ministro Giuli fate con noi questo cammino – ricordo nel segno di una antica appartenenza che è identità culturale in un processo di valori comuni per la Cultura di una Nazione che ha portato una donna, italiana, a ricevere il Premio Nobel nel 1927 e assegnatole nel 1926.
*Presidente del Centro Studi e Ricerche Francesco Grisi
