La storia oltre il pregiudizio: la lezione della memoria e la forza delle idee
| Carlo Di Stanislao |
»Non c’è tragedia senza un destino, e non c’è destino che non possa essere compreso attraverso il tempo.» — Seneca
La storia ha una straordinaria capacità di superare le passioni del presente per restituirci una visione più serena e articolata del cammino umano. La scorsa domenica 9 agosto, al mattino, accendo la televisione e sintonizzo il canale 54 di Rai Storia. Va in onda un documentario su Bettini Craxi. La qualità visiva delle teche d’archivio, unita a un montaggio incalzante, offre fin dai primi minuti una preziosa occasione per fare un viaggio a ritroso nel tempo, immergendosi nelle atmosfere di una stagione politica tra le più vivaci, complesse ed energiche del secondo Novecento italiano.
L’approfondimento ha ripercorso la vita di un leader capace di incidere profondamente sull’assetto istituzionale ed economico del Paese, mostrando tanto la determinazione del governante quanto la complessità dell’uomo di Stato. Attraverso quel racconto, lo spettatore viene trasportato in un’epoca in cui il dibattito pubblico era caratterizzato da visioni d’insieme ambiziose, progetti di modernizzazione infrastrutturale e un’incessante ricerca di centralità nel contesto internazionale.
Ascolto dotte citazioni di tragedie greche (Edipo). La figura archetipica del sovrano tebano si rivela un’efficace chiave di lettura per interpretare la traiettoria di chi ha guidato grandi trasformazioni sociali per poi trovarsi improvvisamente ad affrontare un brusco mutamento del consenso e del clima politico. La tragedia classica, tuttavia, non viene evocata con intento colpevolizzante, bensì come strumento alto per comprendere l’inestricabile intreccio tra l’altezza dell’ambizione pubblica e la fragilità delle vicende umane. In questo senso, la parabola politica appare segnata da decisioni storiche di grande coraggio, come la difesa della sovranità nazionale e l’impulso alla crescita economica, che rimangono pietre miliari nel cammino della Repubblica.
Viene paragonato a Giobbe. L’accostamento al personaggio biblico sposta la lente d’ingrandimento dalla dimensione politica a quella intima ed esistenziale. Giobbe rappresenta l’uomo investito da una prova smisurata, chiamato a conservare intatta la propria dignità anche nel momento del massimo isolamento. Questo parallelismo sollecita una riflessione profonda sul senso del dovere, sul rispetto per la persona e sul valore del garbo istituzionale nei momenti di difficoltà, invitando il pubblico ad adottare uno sguardo improntato all’empatia e alla serenità di giudizio.
Ascolto interviste a colleghi di partito. Dalle testimonianze dei compagni di strada emerge con forza l’entusiasmo di una classe dirigente coesa, animata dal desiderio di rinnovare le istituzioni e di guidare l’Italia verso gli standard delle grandi democrazie occidentali. Vengono ricordati i successi del lavoro di squadra, la passione per le riforme programmatiche, la capacità di dialogare con le forze sociali e l’ambizione di un modello economico moderno, aperto all’innovazione e allo sviluppo tecnologico.
Tuttavia, osservando il mosaico dei ricordi che compongono la narrazione televisiva, emerge una riflessione spontanea: peccato, neanche una parola su uno dei suoi collaboratori più significativi, Domenico Susi. Per completare adeguatamente il quadro di quell’esperienza di governo, la memoria storica non può prescindere da figure di tale spessore. Susi, a lungo Sottosegretario di Stato alle Finanze e punto di riferimento imprescindibile per il Partito Socialista e per il territorio abruzzese, ha rappresentato con dedizione ed equilibrio l’anima concreta, pragmatica e competente dell’azione riformista.
La presenza costante di Domenico Susi al fianco del leader e il suo instancabile lavoro nelle istituzioni hanno garantito il radicamento territoriale e la tenuta tecnica di molte importanti riforme tributarie e finanziarie dell’epoca. Ricordare il suo contributo significa rendere giustizia a quella fitta rete di intelligenze, garbo istituzionale e passione civile che costituiva l’impalcatura operativa della politica di quegli anni. Restituire spazio e dignità a dirigenti rigorosi come Susi arricchisce il racconto collettivo, dimostrando come i grandi progetti politici vivano e si concretizzino soprattutto grazie alla lealtà e alla competenza di chi lavora con costanza e discrezione al servizio della comunità.
Ricorre spesso il concetto di “caprio espiratorio”. L’evocazione di questo meccanismo rivela la tendenza, tipica dei periodi di grande transizione, a concentrare su un singolo protagonista il peso di contraddizioni e trasformazioni strutturali ben più vaste. Riconoscere l’esistenza di questa dinamica costituisce un fondamentale atto di maturità civile: la comprensione del passato non deve cedere alla tentazione della semplificazione o della ricerca del capro espiatorio, ma deve mirare all’analisi costruttiva delle responsabilità complesse e dei contesti storici generali.
Guardare a quegli anni con la serena obiettività che solo il tempo sa regalare permette di riscoprire il patrimonio di idee, riforme e visioni che ha caratterizzato la stagione socialista e la storia repubblicana. La narrazione offerta dalla televisione pubblica, arricchita dalla memoria di tutti i suoi legittimi protagonisti, continua a rappresentare uno strumento straordinario per promuovere una cultura del dialogo, della riconciliazione e del reciproco rispetto.
In definitiva, la lezione che si trae dalla riscoperta della memoria politica è profondamente positiva e orientata al futuro. Riconoscere il valore del lavoro svolto da figure di primissimo piano e da collaboratori esemplari come Domenico Susi ci insegna che il progresso di una nazione si costruisce attraverso la passione, la competenza e il coraggio delle proprie scelte, lasciando alle generazioni successive la responsabilità di custodi custodi di un’eredità ricca di insegnamenti civili.
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