Alessandro Manzoni. La letteratura e la filosofia tra inquietudine e verità
Pierfranco Bruni
Il cammino manzoniano è inquieto ma si defisce nella ricerca della verità. Infatti tra verità e inquietudine si gioca tutta l’opera di Alessandro Manzoni. Non è un’alternativa da scegliere, è una tensione da abitare. La verità non consola subito, e l’inquietudine non distrugge. In Manzoni si tengono insieme come due mani che cercano di lavarsi a vicenda. È questa la ragione per cui le letture su di lui non si chiudono mai: la bibliografia critica è vasta e aperta perché Manzoni non consegna soluzioni pronte, consegna un campo di prova. Un campo dove la storia incontra il mito, la ragione incontra il sacro, la lingua incontra il popolo, e l’uomo, sempre l’uomo, resta al centro con le sue paure, i suoi calcoli, le sue cadute e la possibilità di rialzarsi.
Per capire dove Manzoni colloca il concetto di Tradizione bisogna entrare in questo gorgo metafisico senza paura di bagnarsi. Non è un gorgo accademico. È il luogo dove i Padri del cristianesimo hanno pensato la storia come luogo di salvezza, dove Dante ha fatto della Commedia una politica dell’anima, dove Vico ha mostrato che i popoli si raccontano prima di farsi leggi, dove il Risorgimento ha provato a fare di quella narrazione una nazione. Manzoni attraversa tutto questo senza ridurlo a etichette. Non è solo romantico, e sarebbe riduttivo metterlo lì. È un uomo che prende l’eredità dell’Illuminismo, la misura con la propria inquietudine, e la consegna a una tradizione che non è museo, è vita.
La Tradizione in Manzoni non è conservazione sterile. È memoria che diventa giudizio. È il filo che lega l’Antico Testamento, con la sua durezza e la sua promessa, alla cattolicità paolina, con la sua apertura e la sua responsabilità. È la religiosità popolare che non è superstizione, è linguaggio comune, è modo di nominare il bene e il male quando le istituzioni tacciono. È per questo che Manzoni è forse il primo scrittore moderno del Risorgimento a dire con chiarezza che l’identità di un popolo non si costruisce solo con le costituzioni. Si costruisce con le storie che un popolo è capace di raccontarsi di sé. E quelle storie, per lui, passano dal cristianesimo. Non come ideologia. Come esperienza.
Si vede già negli Inni Sacri. Lì la parola non celebra, interroga. La nascita, la passione, la risurrezione non sono quadri. Sono eventi che chiedono all’uomo contemporaneo di decidere da che parte stare. Poi arrivano le tragedie, Il Conte di Carmagnola e L’Adelchi, dove il tragico non è spettacolo, è problema politico e morale. È il potere che schiaccia, è la libertà che paga, è la storia che sembra andare da una parte e l’uomo che va dall’altra. E infine i Promessi Sposi, che non sono un romanzo storico come se ne scrivevano tanti nell’Ottocento. Sono una fenomenologia dello spirito travestita da cronaca seicentesca. Perché Manzoni non descrive solo la peste e la fame. Descrive come lo spirito attraversa la materia e la trasforma.
Ecco il punto: i personaggi. Don Abbondio e fra Cristoforo non sono macchiette. Sono due antropologie. Don Abbondio è l’uomo della paura ragionata. Calcola, pesa, si adatta. Vive di compromessi perché crede che la realtà sia più forte dei principî. Fra Cristoforo è l’uomo della verità vissuta. Non ha armi, ha presenza. Non discute, testimonia. Il loro contrasto non è solo narrativo. È filosofico. È il contrasto tra una ragione che si accontenta e una ragione che si consegna. Tra una tradizione intesa come abitudine e una tradizione intesa come scelta.
In mezzo c’è La Colonna Infame. È il testo più manzoniano che ci sia, anche se non è il più letto. Lì Manzoni affronta il Male senza alibi. Racconta il processo agli untori e mostra come la verità possa essere uccisa dalla fretta, dal sospetto, dal potere. È Dostoevskij prima di Dostoevskij. È la domanda: cosa succede quando una società ha più bisogno di colpevoli che di giustizia? La risposta di Manzoni non è giuridica. È pedagogica. È tolstojana nel senso più profondo: educare lo sguardo a vedere l’uomo, non il caso. È qui che la Tradizione diventa struttura. Non è un insieme di precetti. È una pratica di discernimento. È la capacità di stare tra il Bene e il Male senza scorciatoie.
Manzoni arriva a questo dopo un lungo cammino. Legge Kant, e ne trattiene il rigore. Legge la fenomenologia prima che si chiamasse così, perché guarda i fenomeni e chiede che cosa rivelano dell’uomo. Poi viene la conversione. Non è un episodio privato. È la decisione fondante. È il momento in cui l’inquietudine smette di cercare alibi e chiede verità. Prima della conversione Manzoni è un illuminato che ha capito i limiti dell’Illuminismo. Dopo la conversione è un credente che ha capito che la fede senza ragione è superstizione e la ragione senza fede è desolazione. È l’umanesimo ficiniano che torna, ma non come erudizione. Come interferenza necessaria: l’uomo al centro, ma un uomo che non basta a se stesso.
È da qui che nasce la sua lingua. Manzoni non fa una battaglia di stile per vezzo. Fa una battaglia di lingua perché sa che senza lingua comune non c’è nazione. E senza nazione non c’è destino condiviso. La lingua diventa così atto di Tradizione. Unisce i cuori, le geografie, le conoscenze. È la stessa intuizione che porterà più tardi D’Amicis a scrivere per i bambini d’Italia. Ma in Manzoni c’è di più. C’è la consapevolezza che la parola deve essere abitabile. Deve poter entrare in una casa, in una chiesa, in una piazza. Deve poter dire il sacro senza diventare predicazione e dire il quotidiano senza diventare cronaca.
È in questo intreccio che si capisce perché Manzoni arriva fino a Gentile, o meglio perché Gentile lo ritrova. L’attualismo gentiliano cerca l’atto puro del pensiero che si fa storia. Manzoni l’aveva già messo in scena: i personaggi non sono tipi, sono atti. Don Abbondio è l’atto della paura. Fra Cristoforo è l’atto della carità. Renzo è l’atto dell’ira che impara la pazienza. Lucia è l’atto della promessa che resiste. La Colonna Infame è l’atto della memoria che si rifiuta di mentire. Tutto è spirito che si fa carne, e carne che chiede di essere giudicata dallo spirito. Fenomenologia, sì. Ma fenomenologia dello spirito religioso, non astratto.
Ecco perché Manzoni è attuale. Perché la nostra contemporaneità soffre dello stesso male: ha verità senza inquietudine, o inquietudine senza verità. Da una parte abbiamo dati, procedure, efficienza. Dall’altra abbiamo ansia, rumore, paura del futuro. Manzoni ci dice che le due cose devono stare insieme. La verità senza inquietudine diventa ideologia. L’inquietudine senza verità diventa nichilismo. Lui ci insegna a stare nel mezzo. A non avere paura del dubbio amletico, ma a non fermarsi al dubbio. A cercare la catarsi, cioè la purificazione dello sguardo.
La Tradizione, per Manzoni, è proprio questo: la capacità di non morire di oblio e di non suicidarsi nell’attualità. De Maistre la pensava come autorità. Manzoni la pensa come responsabilità. Non è “si è sempre fatto così”. È “da dove veniamo e dove vogliamo andare, e con quali mezzi”. I mezzi sono i principî. E i principî, per lui, non sono conservatori nel senso piccolo. Sono conservatori nel senso grande: conservano l’uomo.
Guardiamo ancora ai tre nodi: tragico, sacro, definizione dei personaggi. Il tragico è la storia che va per conto suo. Il sacro è la possibilità che l’uomo dia un senso a quella storia. La definizione dei personaggi è il luogo dove le due cose si scontrano e, a volte, si riconciliano. È un testamento. Inni Sacri, tragedie, Promessi Sposi, Colonna Infame sono il testamento di un Risorgimento che non voleva solo fare l’Italia. Voleva fare gli italiani. E voleva farli a partire da una tradizione che non cancellava l’Illuminismo, lo compiva. Lo portava oltre, dentro la responsabilità.
Oggi abbiamo bisogno di Manzoni perché abbiamo smarrito il senso della misura. Abbiamo tecnica e ci manca giudizio. Abbiamo informazione e ci manca narrazione. Abbiamo identità che urlano e ci manca identità che ascoltano. Manzoni ci ricorda che la Tradizione non è nostalgia. È futuro che ha memoria. È la lingua che unisce invece di dividere. È la verità che accetta di convivere con l’inquietudine perché sa che solo così resta viva.
In fondo Manzoni ci consegna un’unica lezione, semplice e durissima: l’uomo non si salva da solo, ma nessuno lo salva al posto suo. Serve la comunità, serve la storia, serve la fede. E serve il coraggio di dire che il Bene e il Male esistono, che non sono opinioni, che si vedono negli atti. Don Abbondio ce lo insegna con il suo no. Fra Cristoforo ce lo insegna con il suo sì. La Colonna Infame ce lo insegna con il suo silenzio dopo l’urlo.
Tra verità e inquietudine Manzoni non sceglie. Resta. E nel restare costruisce una casa. Una casa di lingua, di storia, di Tradizione. Una casa dove il Novecento, e ora il nostro tempo, può ancora entrare per non morire di noia o di oblio. Perché quando un popolo smette di raccontarsi la verità, smette di esistere. Manzoni lo sapeva. E per questo ha scritto. Inquietudine e verità. Dunque. Anticipa il mondo dell’esistenzialismo partendo però da una forte consapevolezza che è quella della fede. Non discute la fede. D’altronde non si discute. Non c’è il dubbio cartesiano. C’è appunto quello metodo che Kierkegaard ha chiamato aut aut. Egli è dentro questa visione.
