SAN LORENZO DEL VALLO NELLA MEMORIA DEL MEDITERRANEO.
Arule, Esaro e il tempo lungo di una identità tra Magna Grecia, Roma e il mito di Spartaco
Pierfranco Bruni
Nel tempo della storia c’è sempre un tempo pre-storico. Infatti direi che San Lorenzo del Vallo non si racconta con una data. Si racconta con un sedimento. È un paese che ha imparato a stare dentro la storia senza farsi consumare dalla storia. E la ragione è semplice: qui la terra ha parlato prima degli uomini, e gli uomini hanno avuto la saggezza di ascoltarla.
La prima voce è fittile. È fatta di argilla cotta, di mani contadine, di piccoli altari che si potevano portare con sé come si porta una promessa. Sono le arule. Altari portatili in terracotta, decorati a rilievo, nati intorno alla metà del VI secolo a.C. e arrivati fino al IV. In Magna Grecia ne sono stati rinvenuti migliaia, e nella valle dell’Esaro riaffiorano con una insistenza che non è casuale (cfr., oltre ai miei studi, Gennaro Pesce, Due monumenti arcaici del Museo di Crotone. In Bollettino d’arte, Anno 29, ser. 3, n. 5, 1935). Li troviamo negli insediamenti rurali, a contrada Masseria, nelle zone vicine al fiume, lì dove la città comandava e la campagna pregava.
Non erano templi. Erano soglie. Servivano al culto domestico, a quello che non ha bisogno di sacerdoti perché ha bisogno di gesti. Erano dedicati a Demetra e a Persefone, alle divinità della terra, a quelle forze che decidono se il grano nasce e se torna. È la religiosità popolare, quella che viene a essere definita “arte industriale classica” ma che in realtà è arte della sopravvivenza. Un’offerta, una fiaccola, un porcellino. Piccole cose per paure grandi.
Ed è proprio questa piccolezza a dire la grandezza di San Lorenzo. Perché quando una civiltà riesce a tenere il sacro dentro una terracotta alta venti centimetri, significa che il sacro è entrato nelle case. E quando entra nelle case, resiste. Resiste alla distruzione di Sibari nel 510 a.C., quando il Crati viene deviato e la città più ricca della Magna Grecia viene cancellata. Resiste alla fondazione di Thurio, all’arrivo dei Romani, alla trasformazione in Copia. Le città cadono. Le arule restano. Perché non hanno bisogno di mura. Hanno bisogno di fede.
L’Esaro è il secondo nome di questa storia. Il fiume non è sfondo. È asse. È la linea interna che taglia la Calabria e mette in comunicazione Ionio e Tirreno senza chiedere il permesso al mare. È strada, è confine, è memoria. Lungo l’Esaro sono passate merci, sono passate legioni, sono passate fughe. La più famosa è quella di Spartaco. Dopo aver incendiato l’Italia meridionale, i suoi uomini tentano di raggiungere la Sicilia. Vengono bloccati proprio qui, sulle rive dell’Esaro, dall’esercito di Crasso. È un episodio che i manuali liquidano in fretta, ma per San Lorenzo è fondativo. Significa che questa valle è stata frontiera. Significa che qui si è deciso chi poteva attraversare e chi doveva fermarsi. Significa che il territorio aveva già, in età repubblicana romana, il peso di un crocevia.
Del periodo romano restano le monete, restano i segni di una centuriazione, restano le ville. Ma Roma non cancella. Stratifica. Sopra le arule magno-greche mette le tegole e le strade. Sotto lascia Demetra. Lascia il culto della terra. Lascia la paura del raccolto e la speranza del raccolto. È una continuità contadina, ostinata, che non ha bisogno di proclami. Ha bisogno di cicli.
San Lorenzo sopravvive così. Sopravvive perché non è mai stata soltanto una città. È stata un modo di abitare. Un modo che unisce pre-magno greco, greco e romano in un unico respiro. Gli scavi e i rinvenimenti mostrano che l’area è stata frequentata fin dalle origini della colonizzazione achea, e che la valle ha funzionato da cerniera tra la costa ionica e l’interno tirrenico. Quando Sibari muore, quando Thurio nasce e si trasforma, quando Roma impone il suo diritto, San Lorenzo continua a seminare. Continua a cuocere l’argilla. Continua ad accendere piccoli fuochi davanti a piccoli altari.
È qui che si capisce che la storia del Mediterraneo non è fatta soltanto di porti, di triremi, di battaglie navali. È fatta anche di valli interne. È fatta di fiumi che collegano. È fatta di oggetti d’uso che diventano oggetti di culto. Le arule ce lo ricordano ogni volta che riaffiorano: non sono opere da museo. Sono sporche di cenere. Sono state toccate. Sono state accese. Portano l’impronta di chi, duemila e cinquecento anni fa, ha chiesto alla terra di restituire.
Ecco il punto. L’identità di San Lorenzo del Vallo è identitaria nel senso più profondo: è appartenenza che non si negozia. È il passaggio dal mito alla pratica. Demetra e Persefone non sono nomi da libro. Sono la spiegazione del ciclo. Sono il modo in cui una comunità rurale mette ordine nel tempo. Primavera, estate, autunno, inverno. Nascita, discesa, ritorno. Le arule raccontano questo ciclo meglio di qualunque trattato.
Poi arriva il nome cristiano. Lorenzo. Il martire arso sulla graticola. Altro fuoco. Altra prova. Un’altra sovrapposizione che non cancella ma aggiunge. Perché San Lorenzo ha sempre avuto questa capacità: accogliere senza tradire. Ha accolto i coloni achei, ha accolto i Romani, ha accolto il cristianesimo, e in ognuno di questi passaggi ha conservato il fondo. Il fondo è la valle. Il fondo è l’Esaro. Il fondo è la terracotta.
Oggi, quando si parla di San Lorenzo, si rischia di fermarsi al Comune, alla piazza, alle feste. È giusto. Ma è poco. Bisogna andare più indietro. Bisogna andare a contrada Masseria. Bisogna andare a cercare il frammento fittile con il rilievo consumato. Bisogna ricordare che qui è passato Spartaco e che qui Crasso ha chiuso una delle pagine più dure della guerra servile. Bisogna ricordare che qui la linea tra Ionio e Tirreno non è geografica. È antropologica.
San Lorenzo del Vallo è dunque una storia nelle storie del Mediterraneo. È pre-magno greca perché l’argilla parlava già prima delle colonie. È magno-greca perché ha partecipato al culto di Demetra e Kore con i suoi altari portatili. È romana perché ha visto monete, eserciti, centurie. È medievale e moderna perché ha trasformato tutto questo in nome, in comunità, in continuità.
Non è una storia epica. È una storia domestica. Ed è per questo che è vera. Le grandi città si raccontano con i marmi. San Lorenzo si racconta con le arule. E le arule dicono una cosa sola, semplice e definitiva: si può restare anche quando tutto crolla, se si ha qualcosa da accendere ogni mattina.
In fondo, l’identità di un luogo non è fatta dalle date che celebra. È fatta dai gesti che ripete. San Lorenzo ha ripetuto per secoli lo stesso gesto: prendere la terra, modellarla, cuocerla, pregarla. Da quel gesto è nata una civiltà. Una civiltà piccola, fittile, portatile. Ma capace di attraversare Sibari, Thurio, Copia, Roma, e di arrivare fino a noi.
E quando il vento scende dalla Sila o dal Pollino e passa sull’Esaro, sembra ancora di sentire quel fuoco piccolo. Non è nostalgia. È memoria. È la memoria di un paese che ha capito prima di altri che la Tradizione non è conservazione. È resistenza alle epoche della distruzione e della diaspora. Gli archetipi di una comunità sono nella lingua e nei simboli. Segni tangibili di una civiltà.
