L’eco del silenzio: Congo, Siria, Libia, Marocco, Mali, la minaccia di nuovi fronti tra Iran, paesi arabi e USA con il ruolo dell’Oman, e la mappa delle guerre dimenticate
Carlo Di Stanislao
«La guerra non si può umanizzare, si può solo abolire.»
— Albert Einstein
La nostra attenzione collettiva è un bene prezioso e drammaticamente scarso, continuamente monopolizzato dalle crisi geopolitiche più fotogeniche o strategicamente vicine, mentre l’eco del silenzio avvolge regioni devastate da sofferenze immense che la memoria collettiva sceglie scientemente di ignorare. Esiste una geografia del dolore che scorre parallela alle prime pagine dei giornali e ai notitiziari della sera. È una mappa tracciata da linee di frattura storiche, risorse naturali contese, eredità coloniali mai rielaborate e ingerenze esterne che alimentano conflitti cronici. Quando i riflettori si spengono o non si accendono affatto, la violenza non cessa di divorare vite umane; semplicemente cambia natura, trasformandosi in una condizione di esistenza quotidiana e normalizzata per centinaia di milioni di persone.
Il gigantismo della sofferenza nell’Africa centrale
Nessun luogo incarna il paradosso dell’indifferenza globale quanto la Repubblica Democratica del Congo. Da quasi tre decenni, la parte orientale del paese è il teatro di uno dei conflitti più sanguinosi e complessi, con un bilancio stimato in oltre sei milioni di vittime dirette e indirette. Non si tratta di una guerra tradizionale tra due eserciti contrapposti, ma di un ecosistema di violenza strutturale in cui convivono oltre cento gruppi armati, dalle milizie locali alle formazioni ribelli transnazionali come il movimento M23 e le ADF.
Al centro di questa tragedia c’è un paradosso geografico ed economico brutale: l’immensa ricchezza mineraria del sottosuolo congolese. Coltan, cobalto, oro, diamanti e rame, materiali indispensabili per la transizione energetica, per l’industria bellica e per la produzione di tecnologia di consumo, alimentano un circuito economico informale che finanzia direttamente la guerra. Le comunità contadine del Nord e Sud Kivu si trovano schiacciate tra gli interessi delle élite politiche locali, le avidità delle multinazionali e le ambizioni dei paesi vicini. Lo stupro viene utilizzato sistematicamente come vera e propria arma di guerra per decontestualizzare e terrorizzare le popolazioni rurali, provocando la fuga di oltre sei milioni di sfollati interni che vivono in condizioni d’emergenza umanitaria perenne.
L’ombra del Golfo Persico: l’Iran, gli USA, la stabilità araba e la corda tesa dell’Oman
Mentre l’attenzione oscilla tra crisi conclamate ed emergenze rimosse, un’ombra gravissima minaccia di spalancare nuovi fronti catastrofici nel Medio Oriente. La costante escalation delle tensioni tra l’Iran e la coalizione a guida USA, unita alle fragili architetture di sicurezza dei paesi arabi del Golfo, rischia di trasformare l’area in un incendio sistemico su vasta scala. La prolungata guerra d’influenza condotta attraverso gruppi d’azione regionale, unita ai dossier mai risolti sul programma nucleare e sulla sicurezza delle rotte commerciali vitali, ha spinto la regione sul ciglio di un precipizio.
In questo scenario altamente infiammabile, l’Oman ha storicamente rappresentato l’incudine e il martello della diplomazia regionale. Il Sultanato di Muscat ha coltivato per decenni una posizione di rigorosa «neutralità attiva», ponendosi come il canale d’ombra e il mediatore invisibile ma indispensabile tra Teheran, i vicini arabi e Washington. Tuttavia, questa tradizionale funzione di cuscinetto appare oggi drammaticamente sotto pressione. Il controllo strategico dello Stretto di Hormuz, varco essenziale per il commercio energetico, mette l’Oman direttamente sulla linea di fuoco in caso di collisione aperta. Se il delicatissimo equilibrio diplomatico garantito da Muscat dovesse spezzarsi sotto il peso di provocazioni incrociate o errori di calcolo strategici, la crisi travolgerebbe l’intero Golfo Persico, costringendo gli Stati del Consiglio di Cooperazione del Golfo a schierarsi e convertendo un confronto a bassa intensità in uno scontro dagli esiti devastanti.
Il congelamento ingannevole della crisi siriana
Spostandosi verso il Medio Oriente continentale, la Siria rappresenta un esempio tragico di come la stanchezza possa trasformare una catastrofe in corso in uno sfondo indistinto della geopolitica. Dopo oltre un decennio dall’inizio delle rivolte, il paese rimane profondamente frammentato, lacerato e impoverito. Il regime di Damasco ha riassunto il controllo formale di gran parte del territorio nazionale grazie all’intervento decisivo di alleati esterni, ma si tratta di una vittoria ottenuta sulle macerie di un’intera società.
La percezione che il conflitto sia finito è del tutto fallace. Il nord-ovest del paese, in particolare la provincia di Idlib, resta una polveriera sotto il controllo di formazioni islamiste e costantemente esposta a bombardamenti aerei. Il nord-est gestito dalle forze curdo-siriane affronta continue pressioni militanti e incursioni, mentre la presenza residua dello Stato Islamico continua a rappresentare una minaccia asimmetrica letale nei territori desertici dell’interno. Più dell’ottanta per cento della popolazione vive oggi sotto la soglia della povertà estrema, provata dalle sanzioni, dall’iperinflazione e dalla distruzione delle infrastrutture sanitarie ed idriche. I milioni di profughi siriani sparsi nei paesi confinanti affrontano un’ostilità crescente, bloccati in un limbo istituzionale senza prospettive di rientro sicuro né di integrazione definitiva.
La frammentazione libica e l’instabilità nel Nord Africa
L’instabilità nel bacino del Mediterraneo trova il suo epicentro nella Libia, una nazione ricca di idrocarburi che dopo la caduta del precedente regime non è mai riuscita a ritrovare una sintesi statale unitaria. Divisa tra amministrazioni rivali, milizie territoriali, mercenari e reti criminali, la Libia è diventata un laboratorio di caos sistemico in cui la sovranità statale è stata polverizzata.
Questa paralisi istituzionale ha trasformato il paese nel principale hub del traffico di esseri umani verso l’Europa. Centinaia di migliaia di migranti provenienti dall’Africa subsahariana e dal Corno d’Africa restano bloccati in un sistema punitivo fatto di centri di detenzione arbitrari, torture, estorsioni e lavoro forzato. Sul piano diplomatico, la situazione libica viene mantenuta in uno stato di stallo calcolato dalle potenze regionali ed estere, più interessate alla sicurezza delle forniture energetiche e al contenimento dei flussi migratori che alla ricostruzione di un tessuto democratico legittimo e trasparente.
Spostandosi lungo la fascia nordafricana, anche il Marocco vive una complessa realtà diplomatica e di sicurezza collegata al contenzioso mai risolto del Sahara Occidentale. La tensione congelata con il Fronte Polisario si ripercuote sulla stabilità dell’intera regione magrebina, alimentando corse agli armamenti e ostacolando qualunque processo di integrazione economica regionale. Il dramma dei rifugiati sahrawi che vivono da decenni nei campi nel deserto è l’ennesima riprova di come le crisi prolungate tendano ad assuefare la diplomazia, trasformando l’eccezione in norma.
L’incendio invisibile del Sahel e del Mali
Proseguendo verso sud, la fascia del Sahel affronta una delle escalation di violenza più rapide e letali. In Mali, la crisi iniziata con l’insurrezione tuareg si è rapidamente evoluta in un contagio jihadista orchestrato dai gruppi affiliati ad Al-Qaeda e allo Stato Islamico. Le istituzioni statali, fragili e percepite come corrotte, hanno ceduto il passo a continui colpi di stato militari che hanno progressivamente spezzato i legami di cooperazione con i partner storici per riallinearsi con la Russia e i suoi mercenari.
Il conflitto maliano non è un evento isolato, ma il catalizzatore di un’instabilità che ha già travolto il Burkina Faso e il Niger, minacciando direttamente gli stati costieri del Golfo di Guinea. Gli attacchi contro i villaggi, le esecuzioni sommarie, la chiusura delle scuole e il blocco delle vie di comunicazione sono all’ordine del giorno. In questa regione, il cambiamento climatico agisce da formidabile acceleratore di conflitti, inaridendo le risorse idriche e le terre coltivabili e scatenando guerre intestine tra comunità pastorali e popolazioni sedentarie, prontamente strumentalizzate dai gruppi estremisti.
Rompere il muro della distrazione
L’elenco dei conflitti sommersi non si esaurisce in questi territori. Dallo Yemen devastato da una crisi alimentare senza precedenti al Myanmar stritolato dalla dittatura militare, fino alle tensioni dimenticate nel Corno d’Africa e in Sudan, la geografia dell’abbandono è sconfinata. Rompere il muro dell’indifferenza richiede un impegno critico consapevole: comprendere che l’assenza di copertura non equivale mai all’assenza di sofferenza, e che le crisi dimenticate di oggi sono inevitabilmente le emergenze irrisolvibili di domani.
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