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Andate avanti, cretini: la costante cecità del potere di fronte alla verità

A admin
20 de agosto, 2026

Carlo Di Stanislao

​«I censori sono come coloro che tentano di spegnere il fuoco coprendolo con la paglia: ottengono soltanto di alimentarlo con più forza.» — Voltaire

​Non sono sempre in accordo con Marco Travaglio, né condiviso sistematicamente ogni sua battaglia o stile comunicativo, ma il suo ultimo editoriale mi convince in modo nitido per la lucidità con cui mette a nudo i meccanismi più odiosi del potere. Sulla stupidità della censura esiste un’ampia e stratificata letteratura storica, ma quando a praticarla direttamente e senza vergogna sono politici navigati e giornalisti compiacenti, il concetto di stupido finisce inevitabilmente per rivelarsi pericolosamente minimalista. Il meccanismo dell’oscuramento istituzionale non è quasi mai un semplice errore di calcolo o una parentesi isolata; è piuttosto la risposta d’istinto di un sistema logoro che non possiede più alcun argomento dialettico per difendersi dalle proprie flagranti incoerenze.

​La tentazione recondita di imbavagliare chi lavora quotidianamente per mostrare i fatti nudi e crudi si ripresenta puntualmente ad ogni stagione politica, con modalità diverse, toni esasperati, ma sempre con la medesima, disarmante inefficacia. Quando il giornalismo d’inchiesta riesce a fare breach nella narrazione ufficiale, scatta immediata e coordinata la reazione a catena della delegittimazione ad personam, seguita da attacchi incrociati che puntano a trasformare il reporter da testimone a imputato. Non si smentisce mai il contenuto della notizia — operazione complessa che richiederebbe prove, documenti e argomentazioni verificabili — ma si preferisce attaccare direttamente la figura e la reputazione di chi quella notizia l’ha portata all’attenzione dell’opinione pubblica.

​L’errore tragico e ricorrente di chi manovra la scure della censura risiede nella convinzione ingenua che eliminare la fonte equivalga a cancellare il problema alla radice. È la classica illusione infantile di chi chiude gli occhi per non farsi vedere, dimenticando che la realtà circostante rimane esattamente quella che era un istante prima. Nel contesto moderno, dominato da flussi informativi rapidi e da una rete capillare di condivisione, ogni tentativo di soffocare una voce critica produce inevitabilmente l’effetto contrario: moltiplica in modo esponenziale l’interesse generale verso ciò che si voleva nascondere, trasformando una semplice inchiesta in un vero e proprio caso nazionale.

L’efficacia del bavaglio e l’effetto paradosso

​L’ostinazione con cui certe dinamiche oppressive vengono reiterated ad ogni cambio di governo ha un che di surreale e persino grottesco. La storia dimostra ampiamente come ogni atto di forza contro la libera informazione finisca per erodere ulteriormente la già precaria credibilità delle istituzioni che lo promuovono. L’opinione pubblica, pur essendo spesso distratta o frammentata da mille sollecitazioni quotidiane, sviluppa un fiuto infallibile per le notizie attorno alle quali si cerca di fare il vuoto: più il cordone sanitario si stringe attorno a un argomento, più quell’argomento diventa centrale e ineludibile nel dibattito pubblico.

​In questo complesso scenario, la figura del giornalista d’inchiesta smette di essere soltanto quella di un semplice cronista per diventare il catalizzatore di un’esigenza collettiva di trasparenza e verità. Chi tenta di fermare questo processo si ritrava a combattere contro i mulini a vento, mettendo in mostra una miopia politica che sfiora il ridicolo. La pretesa anacronistica di gestire l’informazione come se fosse un monopolio privato si scontra drammaticamente con la complessa architettura della società contemporanea, dove la verifica delle fonti e l’accesso alle informazioni sono strumenti alla portata di chiunque voglia approfondire e capire.

​I tentativi di condizionare le emittenti o le redazioni attraverso pressioni dirette, minacce di ristrutturazione aziendale o vere e proprie ritorsioni sul piano professionale e personale rivelano una profonda fragilità di fondo. Un potere davvero solido e consapevole delle proprie ragioni non ha alcun bisogno di zittire i propri critici o isolare le voci fuori dal coro; cerca il confronto, risponde nel merito e accetta il rischio della smentita. Quando invece la reazione prevalente diventa la punizione esemplare o l’isolamento coatto del professionista, si assiste alla confessione implicita di un’estrema vulnerabilità sistemica.

Il prezzo della memoria e dell’indipendenza

​Mantenere la schiena dritta in un contesto che premia regolarmente il conformismo e il servilismo richiede un prezzo altissimo in termini personali e professionali. Il giornalismo non asservito non genera consensi facili all’interno dei palazzi del potere, ma costruisce l’unico capitale che conti davvero sul lungo periodo: la fiducia indistruttibile dei lettori e dei cittadini. Un giornale o un programma d’informazione che rinuncia a scavare tra le pieghe del non detto per adeguarsi alle direttive di comodo smette istantaneamente di adempiere al proprio ruolo democratico, riducendosi a un mero organo di propaganda sbiadito e del tutto irrilevante.

​Gli attacchi scomposti e le minacce più o meno velate rivolte a chi fa informazione d’inchiesta non sono che il sintomo evidente di una classe dirigente incapace di sostenere il peso del controllo pubblico. Con il passare del tempo, gli esecutori di queste manovre censorie sono destinati a cadere nell’oblio o a essere ricordati esclusivamente per la loro pervicace volontà di ostacolare la verità. Al contrario, il lavoro meticoloso di ricerca, la verifica puntuale dei fatti e il coraggio di pubblicare ciò che risulta sgradito ai potenti rimangono scolpiti come presidio fondamentale della libertà collettiva.

​L’invito a proseguire sulla strada dell’indipendenza non è un semplice slogan retorico, ma un’esigenza sistemica imprescindibile per la tenuta civile di un Paese. Chi crede che sia possibile spegnere la luce dell’informazione critica attraverso editti, ritorsioni o silenzi imposti commette l’ennesimo e imperdonabile errore di valutazione. La realtà continua a esistere indipendentemente dalla volontà di chi vorrebbe modellarla a proprio piacimento, e ci sarà sempre qualcuno pronto a raccontarla senza fare sconti a nessuno.

​La battaglia per una stampa libera e senza condizionamenti non riguarda soltanto la categoria dei giornalisti o i singoli professionisti finiti di volta in volta nel mirino della politica. Riguarda direttamente la qualità della democrazia in cui viviamo e la possibilità reale per ogni cittadino di formarsi un’opinione fondata sui fatti e non sulle veline di palazzo. Per questo motivo, di fronte a ogni tentativo di restrizione o intimidazione, la risposta non può essere il timore o il ripiegamento tattico, ma una riaffermazione ancora più determinata dei principi di trasparenza e rigore professionale. I fatti restano, le censure passano, e la verità prima o poi trova sempre il modo di emergere con la forza devastante dell’evidenza.

Tutte l’opinioni versati nel sito correspondono solo a chi la manifesta. Non e necessariamente l’opinione della Direzione

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