RIMINI SI VESTE DI BELLEZZA DELLA PAROLA DI CRISTO CON PAPA LEONE XIV
di Pierfranco Bruni
Un messaggio completamente anti ideologico. Ovvero la comunanza libera Rimini si veste di bellezza della Parola di Cristo con Papa Leone XIV e chi segue direttamente queste giornate vive la vera emozione della cristianità e del confronto tra popoli e Genti. Non è una cronaca. È un ritorno. Il 47° Meeting per l’Amicizia fra i Popoli è il luogo dove la fede si fa cultura e la cultura si fa incontro, ed è caloroso dopo anni di lacerazioni con Papa Francesco che non ha mai compreso il valore di CL e di don Giussani, troppa ideologia con Papa Francesco, troppo sociologismo travestito da misericordia senza forma, troppo orizzonte che dimenticava la verticale.
Papa Leone XIV riparte da Giovanni Paolo II, e ripartire da Giovanni Paolo II significa ripartire da una antropologia che non negozia l’uomo. Significa grandezza della carità e dell’amore in Cristo con Leone XIV, significa che la Chiesa non è una ONG, è un avvenimento. Prevost, che ha scelto il nome di Leone, ha scelto di riannodare un filo, di riprendere un discorso interrotto proprio con Bergoglio, e lo fa con parole che sono già magistero paolino che diventa agostiniano.
Infatti il Papa afferma: «Prima di confini, definizioni e istituzioni ci sono sempre le persone. Questa consapevolezza è al cuore del cristianesimo: voi lo sapete, perché siete stati educati a leggere il Vangelo come rivelazione di Dio che si fa incontro, avvenimento, sguardo, esperienza, risvegliando in ciascuno il desiderio di essere amato e di amare. In tal modo, non avete fatto del Meeting una sorta di enclave: al contrario, esso è diventato un crocevia per la Chiesa e per la società, un incontro che moltiplica gli incontri e ispira nuovi cammini». In questa frase c’è tutto Giussani e c’è tutto Agostino partendo da Paolo. Un sorriso e la parola che ha la sua abitazione in Agostino partendo da Paolo, perché Paolo dice che la carità ci rende liberi e Agostino dice che la Parola abita nel cuore inquieto, inquietum cor nostrum.
Una tradizione di fede che si fa cultura, e il tutto è in linea con una Mostra su Agostino e una stupenda mostra su Kierkegaard come se si levasse una Luce di elevatezza di pensiero in cui la Vita umana resta al centro e non possono esistere leggi che danno la morte come la Fine Vita. Agostino e Kierkegaard, il padre della interiorità cristiana e il cavaliere della fede che grida contro la cristianità borghese, messi insieme a Rimini non per caso, ma per dire che l’uomo non è funzione, non è ingranaggio, è essere spirituale e metafisico, distante da ciò che supera completamente le ideologie ed entra nell’uomo come essere spirituale e metafisico. L’ideologia vuole definire l’uomo, la fede vuole incontrarlo.
Per questo il messaggio di Leone XIV è profondamente paolino che rimanda ad Agostino e non certamente a Ignazio di Loyola, non alla strategia, non al discernimento come calcolo, ma alla misericordia come realismo. Il Papa dice: «Al falso realismo, che riarma le menti, le parole e le nazioni, la cultura cattolica ha oggi da opporre il realismo della misericordia, per il quale non possono esistere nemici e tutti, anche gli avversari, sono fratelli e sorelle da guardare negli occhi e incontrare nella verità. Il peccato esiste, certo, ma più forte è l’amore redentore di Cristo, che ci impegna a purificare pensieri, interessi, abitudini, frequentazioni, progetti, investimenti – ogni aspetto della vita – da tutto ciò che la cultura della potenza ha inquinato». Questo è Paolo ai Romani, questo è Agostino contro i donatisti, questo è il contrario dell’ideologia che arma le parole, è la parola che disarma le armi, è la bellezza disarmata.
Un elogio sublime al nostro caro don Giussani, finalmente, dopo anni di silenzio imbarazzato, dopo anni in cui CL era tollerata ma non compresa, perché CL non è movimento, è metodo, è sguardo: «…la bellezza disarmata di questo Mistero domanda di correre ‘il rischio educativo’ di cui vi parlò don Giussani. Egli intuì che ‘il metodo educativamente più capace di bene non è quello che vive di fuga dalla realtà, per affermare separatamente il bene, ma quello che vive della promozione del bene nel mondo'». Il rischio educativo è paolino, è andare all’Areopago sapendo di essere derisi, è parlare di resurrezione della carne a chi crede che la carne sia prigione, è non fuggire dalla realtà ma starci dentro per redimerla. Giussani ha capito che il cristianesimo non è un ideale da applicare, è un avvenimento da seguire, ed è questo che Francesco non ha compreso, perché vedeva in CL una chiusura, mentre era un’apertura, un crocevia, non un’enclave.
Prevost dice: «…disarmiamo lo sviluppo tecnologico quando si fa pervasivo e distruttivo». Una visione completamente anti ideologica e ricca nella visione di una misericordia divina, perché la tecnologia senza misericordia diventa dominio, la tecnica senza carità diventa fine vita, diventa selezione, diventa eutanasia dell’anima prima che del corpo. Disarmare lo sviluppo tecnologico non significa rifiutarlo, significa metterlo nelle mani delle persone, prima dei confini, prima delle definizioni, prima delle istituzioni ci sono sempre le persone, e le persone non sono dati.
Perché anche oggi la pace è custodita e diffusa da persone che amano incontrarsi e non temono di confrontarsi. Finalmente si ritorna a San Paolo, all’Apostolo delle Genti che a Rimini, luogo di popoli e di Genti che si incontrano sotto l’ombrellone e sotto la croce, ha di nuovo la sua dimora, perché Paolo è l’uomo del confronto che non teme l’incontro, è l’uomo che parla greco ai greci e giudeo ai giudei, non per strategia, ma per carità, perché la carità è sempre l’amore di Dio che si fa incontro, avvenimento, sguardo, esperienza.
Rimini con Leone XIV ritrova la sua verità profonda, non è una fiera, non è un convegno, è una esperienza di cristianità che confronta popoli e Genti, è Agostino che rilegge Paolo e dice che la Città di Dio non si costruisce con le leggi che danno la morte, ma con la misericordia che guarda negli occhi, è Kierkegaard che ricorda che la vita umana resta al centro e il centro è inquieto finché non riposa in Cristo. Un viaggio che chiama in causa il mistero e la fede. Da qui un invito alla giovinezza di quest’epoca ad amare e a lavorare per edificare l’amore rigenerando la gioia.
