PIERO GOBETTI. GIOVANE INTELLETTUALE DI OGGI. Nel segno del libro di Caterina Arcangelo – Fuoriasse Edizioni, 2024 – Verrà presentato il 25 Agosto a Paludi
di Pierfranco Bruni
Cesare Pavese annotava sul suo diario, Il mestiere di vivere, in data 23 maggio 1946, riferendosi a Sibilla Aleramo: «Eppure lei è il fiore di Torino 900-10. Mi commuove come un ricordo. C’è in lei Enrico Thovez, Cena, Gozzano, Amalia, Gobetti. C’è Nietzsche, Ibsen, il poema lirico. Ci sono tutte le esitazioni e i pasticci della mia adolescenza. Lontana. C’è la confusione di arte e vita, che è adolescenza, che è dannunzianesimo, che è errore. Tutto vinto e passato».
Un contesto imponente. Da qui? Perché Gobetti? Perché ritornare a quel fiore reciso di Torino, a quella generazione che aveva creduto che arte e vita potessero confondersi e che proprio in quella confusione aveva trovato l’errore e la verità? C’è oggi un bisogno che si fa fame, ed è il bisogno di riscoprire figure che sappiano parlare ai giovani non per la profondità soltanto dei temi toccati, ma per la scelta delle parole, per lo stile che è già etica, per la dignità che diventa civiltà. Caterina Arcangelo – presidente del CISLE, Centro Internazionale di Studi sulle Letterature Europee, fondatrice e presidente di Cooperativa Letteraria, direttrice di FuoriAsse – Officina della cultura – lo ha compreso con il suo libro Piero Gobetti. Giovane intellettuale di oggi, edito da Fuoriasse nella collana L’Approdo, 150 pagine che non sono celebrazione, sono restituzione, sono atto di coscienza storica. L’ho letto in questi giorni con tanta attenzione, con la lentezza che merita chi scrive sapendo che la parola è responsabilità.
È forte oggi il bisogno di riscoprire figure in grado di parlare ai giovani e non solo per la profondità dei temi toccati o per la ricerca di stile, ma anche per le parole scelte. Gobetti è un giovane che parla ad altri giovani. È portatore di idee ancora nuove. Idee capaci di stimolare nel profondo la riflessione. Per questa ragione Piero Gobetti è in grado di sovvertire il sistema di ricerca e di interpretazione della parola e della storia. Un’intera tradizione culturale ci viene riproposta nella sua epigonalità a discapito di figure che, come Piero Gobetti, continuerebbero a essere un chiaro esempio di civiltà e dignità.
Caterina Arcangelo coglie il centro perché per Gobetti cultura è coscienza storica, ed è questa l’epigrafe che sigilla il libro e ne fa manifesto: «Per noi cultura è coscienza storica». Non erudizione, non accumulo, non catalogo, ma coscienza, cioè responsabilità, cioè giudizio, cioè capacità di far storia essendo storici, di stare dentro i fatti con il pensiero dell’uomo e con l’uomo nel pensiero.
Piero Gobetti nasce a Torino il 19 giugno 1901 da famiglia di piccola borghesia del commercio, matricola nel novembre 1918 fonda Energie Nove con Ada Prospero che sarà sua compagna, studente di Einaudi, di Mosca, di Ruffini, di Jannaccone e soprattutto di Gioele Solari, affascinato dal russo e dalla tempesta bolscevica, con le dovute e necessarie distinzioni.
Essere giovani intellettuali oggi significa essere gobettiani senza saperlo, significa avere urgenza di conoscere, approfondire, studiare, avere l’urgenza di far storia, perché Gobetti è scomodo, non è catalogabile. Estimatore di Antonio Gramsci e de L’Ordine Nuovo, si avvicina al proletariato torinese, e nello stesso tempo è esponente della sinistra liberale progressista collegata a Gaetano Salvemini, promotore di Rivoluzione Liberale. Ammira la Riforma protestante, valuta positivamente don Luigi Sturzo, vede nella religione una forza di emancipazione morale e civile, una libertà delle coscienze. Non è un liberale da salotto, è un liberale che ha capito che senza operai non c’è libertà, senza fabbrica non c’è nazione. È un liberale che cerca nella storia non lo storicismo ma una innovazione liberale. Appunto Salvemini.
Il suo sforzo intellettuale è una tessera di un mosaico che vuole proporre il disegno di un nuovo liberalismo, insieme classico e rivoluzionario, con un’istanza etica che rinvia più a Kant che a Hegel. Non c’è Hegel in Gobetti. C’è un intreccio quasi rosminiano ma profondamente liberale. Quindi non c’è fenomenologia dello spirito. Non c’è neppure storicismo nonostante Gramsci. C’è l’etica come intransigenza, come fedeltà, come sacrificio, come chirurgia della parola. Tutto ciò è nel saggio speculare di Caterina Arcangelo.
Gobetti: «Lo scrittore è un po’ come il chirurgo: fa una diagnosi precisa, opera e cerca di rimuovere la cancrena, ma questa è spesso più forte di lui ed allora prepara una cura più adatta, allora aspetta fiducioso perché ha capito dove il male va a parare. La morte del chirurgo – morte intellettuale – impedisce la guarigione. La malattia vince, il corpo sopravvive pertanto malato». È questa la diagnosi che l’Italia non ha voluto o saputo ascoltare.
Gobetti muore a Parigi il 16 febbraio 1926, studente universitario, dopo essere stato picchiato a Torino e lasciato esanime sulla porta di casa, costretto all’esilio, mai più riavutosi dalle ferite fasciste. Eppure è più vivo di tanti vivi, perché la sua domanda è rimasta intatta e oggi è domanda nostra: che cosa significa essere liberi quando la libertà è impopolare, quando costa, quando ti lascia esanime sulla porta di casa. Il liberale che cerca nella storia non lo storicismo ma una innovazione liberale.
Da questa coscienza nasce la sua voce più intima, quella che Caterina Arcangelo raccoglie come confessione di radici. È come se l’autrice di questo importante saggio si identificasse in questo profilo gobettiano, perché anche lei viene da una terra di radici: «Io sento che i miei avi hanno avuto questo destino di sofferenza, di umiltà: sono stati incatenati a questa terra che maledirono e che pure fu la loro ultima tenerezza e debolezza».
Non è retorica meridianista, è coscienza di una terra che è destino, che è catena e tenerezza, che è quella stessa terra di Paludi che il 25 agosto ospiterà la presentazione del libro con il magnifico coordinamento di una attenta e precisa studiosa, Donatella Novellis, perché Gobetti parla anche alla Calabria, parla alle terre incatenate che hanno maledetto la loro terra e l’hanno amata come ultima debolezza. La sua lezione meridiana è anche lezione calabrese.
Da questa tenerezza nasce l’intransigenza. «Resteremo al nostro posto – dice Gobetti – di critici sereni, con un’esperienza di più. Attendiamo senza incertezze, sia che dobbiamo assistere alle burlette democratiche sia che dobbiamo subire le persecuzioni che ci spettano». La serenità del critico non è indifferenza, è fermezza, è stare al proprio posto mentre tutto crolla, sia che siano burlette democratiche sia che siano persecuzioni. È l’etica di chi non baratta.
E ancora la lezione politica più alta, quella che oggi più ci serve, quasi profezia: «Lo Stato non professa un’etica, ma esercita un’azione politica». Lo Stato non è chiesa, non è pulpito, è azione, e se diventa etica di Stato diventa fascismo, diventa teocrazia, diventa ideologia. L’etica non è dello Stato, è del giovane che dice: «Bisogna pure che ci sia chi si sacrifica, chi insegue, con avido amore, il suo ideale etico». Avido amore, non calcolo, non convenienza, ma avidità di assoluto, fame di ideale che si fa sacrificio.
Giovane intellettuale di oggi non significa attualizzato, significa attuale, cioè necessario. Oggi che la vita moderna è malata di chiacchiera, Gobetti ci insegna che la rivista non è contenitore, è intransigenza, è scelta di parole che non si vendono. Oggi che tutto è comunicazione, Gobetti ci dice che la parola è responsabilità, che non si può essere intellettuali se non si è storici, se non si ha coscienza che prima delle istituzioni ci sono le persone, e prima delle persone c’è il dovere di essere liberi.
Il libro di Caterina Arcangelo non è agiografia, è un ponte. Getta un ponte tra il 1926 e il 2026, a cent’anni dalla morte, e ci dice che la coscienza è nel tracciato dei fatti ma soprattutto nel pensiero, nell’uomo, nelle civiltà. Salvemini alla notizia della morte di Gobetti disse: «A me pare di aver perduto una radice nella vita». Leggendo queste pagine di Caterina Arcangelo, sentiamo di aver ritrovato una radice. Tra pensiero e pensare la crisi della modernità.
