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PAPA LEONE XIV A RIMINI. IL PENSIERO FORTE CONTRO IL RELATIVISMO E LE IDEOLOGIE DEL PROGRESSO

A admin
24 de agosto, 2026

Di Pierfranco Bruni

Vorrei ritornare su Papa Leone XIV e al suo discorso profondo preciso rigoroso. Nel suo discorso: una diversità di questioni che non possono essere lacerate attraverso frasi slegate scollegate tagliate da una complessità di problematiche e usate come slogan. A Rimini è accaduto qualcosa che non è cronaca di un Meeting ma è storia di una ricucitura. E le ricuciture vere non hanno il clamore delle rotture, hanno il silenzio denso di una verità che ritorna. Papa Leone XIV è arrivato a Rimini non per un saluto istituzionale, non per un passaggio cordiale nel calendario di una presenza pontificia. È arrivato per riaprire una porta che da troppo tempo era rimasta socchiusa, quasi con pudore, quasi con sospetto, nel pontificato precedente. Quella porta è la porta di Comunione e Liberazione. Di un carisma che non è una sigla organizzativa da gestire, ma è un pensiero, una antropologia, una modalità di stare dentro il reale con tutta la ragione.

Bisogna dirlo con verità e senza acrimonia, con parresia e con carità intellettuale. Il pontificato di Papa Francesco aveva impresso una torsione pastorale che era anche una torsione ermeneutica. Più prassi che logos, più periferia sociologica che centro metafisico, più accompagnamento che giudizio, più orizzonte sociale che verticale teologale. In quella torsione Comunione e Liberazione, che nasce proprio come avvenimento di pensiero, come educazione della ragione alla totalità, si è sentita non scomunicata, ma decentrata, messa ai margini di un racconto che privilegiava altre grammatiche. Una frattura non gridata, ma vissuta. Un inverno sottile. A Rimini, con Leone XIV, quell’inverno è finito. E non per una strategia di equilibri ecclesiastici, ma per una convergenza di pensiero. Perché Leone XIV è un agostiniano. E don Giussani è, fino in fondo, un figlio di Agostino.

Il cuore del discorso di Leone XIV a Rimini è stato un pensiero forte contro il relativismo. Ma attenzione, non è stato un pensiero contro il mondo, contro la modernità come crociata. È stato un pensiero che ha smascherato il relativismo come tradimento dell’umano. Il relativismo non è tolleranza. La tolleranza è una virtù alta, difficile, nobile. È la capacità del confronto, è l’eleganza del riconoscere l’altro senza rinnegare se stessi, è lo stile dell’incontro tra identità che non si annullano. Il relativismo è l’esatto contrario. È la dissoluzione di ogni identità in nome di una indifferenza che si traveste da abbraccio. Se tutto è uguale, nulla è vero. Se tutte le strade sono indifferenti, nessuna strada porta da qualche parte. E l’uomo resta senza cammino. Leone XIV ha detto che senza confine non c’è forma, senza forma non c’è volto, senza volto non c’è incontro. Il confine non è il muro che esclude, è la soglia che custodisce e che rende possibile l’oltre. Solo chi sa chi è può incontrare chi è altro da sé.

E qui entra Agostino, filosofo immenso della Città di Dio e del vissuto più lacerante. Agostino non è mai stato il pensatore della prassi che si auto-assolve, non è mai stato il sociologo della storia che si auto-redime. È il filosofo del dramma interiore, dell’aut aut che non ammette mediazioni furbe. Il suo cristianesimo non è un compromesso, è una conversione, è un attraversamento, è un vertere, un volgersi radicale. Leone XIV lo ha citato nella sua radice più profonda, quella delle Confessioni: «Fecisti nos ad Te et inquietum est cor nostrum donec requiescat in Te». Ci hai fatti per Te e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te. L’inquietudine non è nevrosi moderna, è struttura ontologica. E poi la citazione che è la spina dorsale del suo pontificato: «Due amori hanno costruito due città: l’amore di sé fino al disprezzo di Dio quella terrena, l’amore di Dio fino al disprezzo di sé quella celeste». De Civitate Dei, XIV, 28. Non c’è una terza città del compromesso relativista dove Dio è un’opinione e l’io è misura di tutto. C’è una scelta. L’aut aut agostiniano, e poi kierkegaardiano, è il contrario della doppiezza del mondo contemporaneo che vorrebbe tenere insieme tutto senza scegliere nulla. Agostino ci insegna che le religioni non sono narrazioni intercambiabili sul mercato del sacro, che la fede non è una preferenza soggettiva. La fede è avvenimento che entra nella storia e la giudica, che entra nel vissuto e lo trasfigura. La conversione non è cambiare idea, è cambiare vita perché si è incontrata una presenza.

Questa è la stessa linea di don Luigi Giussani, che Leone XIV ha voluto citare testualmente, e questo è il segno più evidente della riapertura, della riconciliazione alta. Citare Giussani a Rimini, dal palco centrale, dopo anni di citazioni oblique, significa riconoscere che il carisma di CL è pensiero della Chiesa, non problema organizzativo. Giussani ha scritto parole che sono pietre angolari per uscire dal relativismo. Nel Senso Religioso afferma: «Il senso religioso è l’espressione della natura della ragione nella sua sete di totalità». Non sete di un frammento, non di una emozione, ma di totalità. La ragione relativista si accontenta del frammento, si censura da sé. La ragione religiosa, invece, è ragione spalancata. E ancora, in una frase che Leone XIV ha fatto sua: «Non si dà esperienza umana senza un’ipotesi di significato totale. L’uomo che nega questo è un uomo censurato». Censurato nella sua umanità più profonda. E poi ne Il rischio educativo, un testo che andrebbe rimesso al centro di ogni scuola, di ogni università, di ogni famiglia: «Una tradizione è vera quando custodisce il passato per rispondere alle domande del presente. Altrimenti è tradizionalismo». La tradizione non è museo, è trasmissione di un fuoco. Il relativismo vuole bruciare il passato in nome di un presente senza memoria. Giussani e Agostino ci dicono che senza memoria non c’è futuro, senza tradizione viva non c’è avvenimento. Leone XIV ha ridato cittadinanza a questo linguaggio. Ha detto a CL: la vostra storia non è da archiviare, è da ascoltare, perché avete tenuto accesa la domanda di totalità quando il mondo la voleva spegnere.

E come non sentire, in questa trama, la voce di Dante, che Leone XIV ha intrecciato con naturalezza, perché Dante è Agostino che diventa poesia, è Giussani che diventa immaginazione. Dante è il poeta del confine come necessità ontologica e come nostalgia di salvezza. La sua opera non è relativista per un solo verso. C’è una diritta via che si smarrisce e va ritrovata, c’è una selva oscura che non è una opinione ma è condizione esistenziale: «Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura, ché la diritta via era smarrita». Se la diritta via non esiste, non esiste neppure lo smarrimento, esiste solo un vagare indifferente. Dante invece ci dice che lo smarrimento è dramma perché la via esiste. E la libertà non è assenza di confini, è capacità di cercarli, di desiderarli: «Libertà va cercando, ch’è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta». Purgatorio, I, 71-72. La libertà costa, esige una vita che si rifiuta per essa. Non è il capriccio relativista del faccio ciò che voglio, è la scelta drammatica di ciò per cui vale la pena vivere e morire. E poi la chiusura di tutto il Paradiso, che è la chiusura di ogni relativismo, perché dice che alla fine non c’è caos ma,  direbbe Maria Zambrano, Amore ordinatore: «L’amor che move il sole e l’altre stelle». Paradiso XXXIII, 145. L’amore non è sentimento «liquido», è principio cosmico, è logos, è ordine, è confine e oltre di ogni confine.

Tutto questo si compie nel Magnificat, che Leone XIV ha voluto cantare in latino, restituendogli la sua forza rivoluzionaria e non sociologica. «Magnificat anima mea Dominum et exsultavit spiritus meus in Deo salutari meo. Deposuit potentes de sede et exaltavit humiles. Esurientes implevit bonis et divites dimisit inanes». Luca 1, 46-53. Il mio spirito esulta, ha deposto i potenti, ha innalzato gli umili, ha saziato gli affamati e ha rimandato i ricchi a mani vuote. Questa non è una piattaforma politica progressista, non è una prassi di liberazione orizzontale. È la fede che diventa giudizio sulla storia, è la Vergine che annuncia che Dio entra nella storia e la rovescia, non la asseconda. Il relativismo non vuole il rovesciamento, vuole l’accomodamento. Il Magnificat vuole il rovesciamento perché crede in una Verità che è Persona, non opinione.

Ecco perché Rimini è una svolta. Per anni si è predicata una Chiesa che per abbracciare il mondo doveva abbassare la pretesa di verità, doveva diluire il suo pensiero forte in una pastorale dell’accompagnamento senza giudizio. Leone XIV a Rimini ha detto l’esatto contrario con la dolcezza ferma dell’agostiniano. Solo se hai una verità da proporre puoi davvero abbracciare il mondo. Se non hai nulla da proporre, non abbracci, assecondi. Se non hai un confine, non attraversi, ti dissolvi. La vita non è mai conflitto, come dico da sempre, è confronto ed eleganza, è stile e incontro. Ma il confronto esige che ci sia un io consistente, l’eleganza esige una forma, lo stile esige una fedeltà, l’incontro esige una presenza. Agostino ci ha dato l’io inquieto, Dante ci ha dato la forma del viaggio, Giussani ci ha dato il metodo della presenza, Maria nel Magnificat ci ha dato lo stile del rovesciamento umile.

A Rimini si sono riaperte le porte non per una concessione, ma per un riconoscimento. La Chiesa di Leone XIV ha riconosciuto che senza il pensiero di Giussani, senza la struttura agostiniana dell’aut aut, senza la verticalità dantesca, senza il realismo del Magnificat, il cristianesimo rischia di diventare una ONG dell’anima, buona per tutto e decisiva per nulla. E invece il cristianesimo è avvenimento che rompe il relativismo perché afferma che il Mistero si è fatto carne, che la Verità ha un volto, che il confine è diventato soglia. E solo chi ha una soglia sa cosa significa entrare. È questo il tracciato forte nella lettura del linguaggio di Leone XIV a Rimini. Non è fatto di slogan buoni per tutti gli usi. È un tracciato d’anime e di pensiero per un uomo che guarda con attenzione al volto di Dio e al soffio dell’Essere.  

Tutte l’opinioni versati nel sito correspondono solo a chi la manifesta. Non e necessariamente l’opinione della Direzione

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