IO E IL CAPITANO ACHAB di Pierfranco Bruni è l’ombra più grande di ogni vita
di Natascia Ercoli*
C’è un libro che si legge in un’ora e si abita per mesi. «Io e il Capitano Achab» di Pierfranco Bruni appartiene a questa specie rara. Non è romanzo, non è racconto, non è diario. Sarà il lettore a decidere. Ed è già in questa indecisione la prima cifra poetica dell’opera: Bruni non scrive per chiudere un genere, scrive per aprire un varco. Un varco tra Melville e il Mediterraneo, tra l’epica e la bettola, tra la balena e il tempo. Esce nelle Edizioni Solfanelli, Collana Gli Alianti, 2026 – pp. 86 – euro 9,00. Recentemente su «Il Tempo» del 25 agosto 2026.
Conosco Pierfranco Bruni da anni come poeta, come italianista, come archeologo del Ministero della Cultura, come Presidente del Centro Studi Francesco Grisi, come voce tra le più alte della letteratura dei Mediterranei. Due volte candidato al Nobel, con oltre 120 libri, Bruni ha fatto della contaminazione tra antropologia religiosa, sciamanesimo e parola letteraria la sua casa. Questo suo ultimo lavoro è in realtà il punto d’altura di tutto il suo percorso. Si consuma un tradimento necessario: Achab non è più di Melville. L’operazione che Bruni compie è di una spregiudicatezza colta. Non riscrive «Moby Dick». Lo tradisce per fedeltà. Toglie Achab al Nord puritano, al Pequod come chiesa rovesciata, alla balena come Dio bianco e inconoscibile, e lo porta a Sud.
Il suo Achab «contava i mesi guardando la luna, ma anche sentendo l’odore del mare e leggendo le pagine della sua Bibbia. Frequentava spesso bordelli e case di scommesse e ci lasciava quasi sempre quello che non possedeva. Nelle giornate di cattiva stagione se ne stava in una bettola adiacente al porto, dove beveva grappa e caffè amaro».
Non è più il monomaniaco titanico di Melville. È un uomo di porto. Scontroso, ironico, come lo definisce Bruni stesso: «Il capitano Achab era un personaggio ironico e scontroso, ma sapeva stare al gioco». È un uomo che ha perso una gamba – «ovvio, gli aveva strappato una gamba» – ma non ha perso il desiderio. «Nonostante ciò corteggiava belle donne ed era quasi sempre corrisposto».
Qui sta la rivoluzione mediterranea di Bruni. La mutilazione non è più solo ferita metafisica, è iniziazione. Nella cultura sciamanica che Bruni indaga da decenni, chi è ferito dagli spiriti è colui che può vedere. La gamba d’osso di Achab è il suo terzo occhio. È ciò che gli permette di contare i mesi con la luna, di annusare la Bibbia come fosse sale.
Bruni mediterraneizza Achab, lo fa scendere dalla cattedra del giudizio e lo fa sedere al tavolo di una bettola. Lo umanizza senza banalizzarlo. La vera Balena Bianca è il tempo. In Melville la Balena è l’Assoluto inafferrabile. In Bruni la Balena è il Tempo. Tutto il libro ruota intorno a un aforisma che è anche preghiera laica, pronunciato da Achab vedendo passare una bella fanciulla sul molo, la stessa della splendida copertina di Marica Caramia: «Alla mia età la bellezza non si cerca. È il fato che si intromette per cercare di sconfiggere il tempo».
E subito dopo la domanda che è il cuore teologico del libro: «Potrà mai essere sconfitto il tempo? Scrivere è un modo per attraversarlo. Sognare è un modo per rivivere la vita». Ecco il Bruni più puro. Il tempo non è cronometro, è fato, è Moira, è ciò che ci arrotola come il mare con onde spesse d’altura. Non si vince. Si attraversa. E gli unici traghetti che abbiamo sono due verbi fragilissimi: scrivere e sognare. Bruni aggiunge, con una confessione di una sincerità disarmante: «Si scrive anche per evitare di avere incubi di notte». Non per gloria, non per letteratura. Per esorcismo. Per custodia.
È per questo che il libro è così breve. Perché la verità sul tempo non ha bisogno di 600 pagine. Ha bisogno di un sigillo. E il sigillo è quella frase del Cantico che attraversa tutta l’ultima produzione bruniana e che qui risuona implicita: «Ponimi come sigillo sopra il tuo cuore». Achab cerca un sigillo. Ha il sigillo della ferita sulla carne, ma cerca il sigillo dell’amore sul cuore. Cerca qualcuno che lo chiuda per non disperdersi. Perché chi ha avuto solo onde negli occhi, alla fine, vuole occhi che guardino una casa. Io e Achab: l’io che si fa ombra. Il titolo è fondamentale: Io e il Capitano Achab. Non è un’identificazione. È una compagnia. È una distanza ravvicinata.
È la tecnica dell’eterobiografia. Io racconto l’altro per raccontare me. Bruni racconta Achab per raccontare se stesso a settant’anni, ma racconta Achab anche per raccontare noi, lettori che siamo rimasti sul davanzale del vento ad ascoltare dopo che il Capitano è scomparso. E qui il libro dialoga potentemente con il percorso interiore che molti di noi stanno facendo: le ombre che ci portiamo dall’isola, il padre che legge il giornale e non commenta, le perdite infinite, le strade nel mare dove le onde fanno da incroci.
Achab è la nostra ombra più grande. È l’ombra del padre, del pirata, del capitano che credevamo di essere e che ora scopriamo essere stato solo un costume per non dire: ho paura del tempo. E la chiusura del libro è di un’etica spietata e liberatoria: «Achab non può essere ognuno di noi. Perché Achab è soltanto Achab. Lo scrittore inventa sé stesso e si reinventa ogniqualvolta scrive».
In un tempo di identificazioni facili, di metafore usa e getta, Bruni restituisce al personaggio la sua solitudine inviolabile. Achab è unico. La sua solitudine non è democratica. Non è condivisibile. È la solitudine di chi ha guardato l’abisso bianco e ne è tornato monco. Non possiamo essere Achab. Possiamo solo stargli accanto, sul molo, e bere con lui un caffè amaro.
È la lezione più mediterranea e più cristiana: non siamo tutti eroi. Siamo compagni dell’eroe. E il nostro compito non è inseguire balene, ma custodire il molo, tenere accesa la bettola, mettere una pietra come sigillo sul davanzale del vento. Per questo Io e il Capitano Achab è un romanzo breve che contiene un trattato di antropologia. Perché ci insegna che il viaggio non ha approdo ma ha distanze, vicinanze, percorsi. Ci insegna che non si sbarca mai, si naufraga soltanto, e che ogni naufragio, se abitato con eleganza estetica e lirismo, può diventare casa. Un vero viaggio nella spiritualità della parola.
*Natascia Ercoli, saggista
