Rimini. Meeting. Umano e troppo umano. Oppure: umano o troppo umano. E l’Amor che move il sole e l’altre stelle
di Pierfranco Bruni
Non voglio certamente fare la cronaca. Non mi vesto da cronista per l’occasione. Ma resto nel mio ambiente. Allora.
C’è un verso che non si conclude. Che non può concludersi. Perché è l’ultimo e, come tutti gli ultimi versi, è un inizio. «L’amor che move il sole e l’altre stelle». Dante lo pone alla fine del XXXIII canto del Paradiso, là dove la lingua cede, dove la memoria si fa nebbia di luce, dove l’uomo che ha attraversato l’Inferno e si è inerpicato sul Purgatorio, finalmente, non vede ma è visto. Non comprende ma è compreso. E tutto ciò che ha cercato – Beatrice, la filosofia, la politica, la lingua volgare, Firenze, l’esilio, il dolore – si risolve non in una idea, ma in un movimento. In un Amore che muove.
Ho voluto portare questo verso al centro di una riflessione nata a Rimini, al Meeting, in queste giornate di fine agosto dove l’estate non finisce ma si trasfigura. Perché a Rimini quest’anno si è parlato dell’uomo. Non di un tema sull’uomo. Dell’uomo e basta. Di un uomo in una platea mai monotematica, perché l’uomo non è mai monotematico. L’uomo è polifonia, è incrocio di venti, è mare arrotolato dove le onde fanno disegni che non sono mai gli stessi.
E al centro di questa platea, quasi a volerla tenere insieme come si tiene insieme una vela che altrimenti si strappa, è stato posto un altro centro: l’uomo e le religioni del confronto. Non le religioni a confronto come si mettono a confronto due libri su un tavolo. Ma le religioni del confronto. Il confronto come religione. Come atto sacro. Come liturgia dell’ascolto. È in questo spazio – tra l’uomo che è domanda e il confronto che è già risposta – che si sono evocati tre nomi che non sono citazioni ma abissi. Tre vertigini che si guardano. Agostino, Kierkegaard, Leone XIV.
Tre modi di dire l’uomo. Agostino è il primo a dirci che il cuore non è un organo ma un esilio. Inquietum est cor nostrum, donec requiescat in te. Il cuore è inquieto perché è fatto per un altrove che non riesce a nominare, ma che sente come si sente il mare anche quando non lo si vede, dall’odore del sale sui muri. Le Confessioni non sono un’autobiografia. Sono la prima antropologia del «troppo umano». Agostino ruba le pere non perché ha fame, ma per sentire il sapore del male, per sapere fino a che punto l’uomo può essere troppo umano da desiderare il nulla. E da quel troppo, da quell’eccesso di nulla, comincia la strada verso l’Essere.
Kierkegaard, a distanza di millecinquecento anni, riprende quella inquietudine e la fa angoscia. Non è più il cuore che cerca. È l’uomo sospeso sull’abisso della libertà. L’uomo che deve scegliere e che, scegliendo, si perde. Kierkegaard ci dice una cosa terribile e liberante: la fede non è ragionevole. Abramo che sale sul monte Moria con Isacco non è un buon padre, non è un buon credente secondo i manuali. È uno scandalo. È troppo umano per essere compreso e troppo divino per essere condannato.
E poi Leone XIV. Il nome nuovo, il nome che apre. Perché citare Leone XIV a Rimini non è un atto di ossequio. È un atto di lettura. Questo Pontefice che viene dal tempo di mezzo, dal tempo che ha visto crollare ideologie e ritornare idolatrie, sta dicendo una cosa che solo un grande spirito può dire oggi: bisogna tornare al paesaggio. Non al paesaggio come sfondo. Ma al paesaggio cristiano.
Ed è qui che ritorna don Giussani. Il paesaggio cristiano di don Giussani non è mai stato un paesaggio dipinto. È stato un metodo. Il metodo del «senso religioso» come occhio che riconosce. Giussani ci ha insegnato che la realtà non è da interpretare con un’idea sopra. La realtà è segno. La realtà parla. Il mare arrotolato parla. La fanciulla che passa sulla riva e ti mette il fato davanti parla. L’uomo che scompare a cui tu parli lo stesso perché la luna che cresce ogni giorno di più è testimone parla. Tutto parla, se hai l’occhio. Ma quale occhio?
E qui, finalmente, arriviamo al centro. Al verso che tutto muove. «L’amor che move il sole e l’altre stelle». Noi abbiamo sempre letto quel verso come conclusione mistica. Come estasi. Ma è una fisica. È la più precisa fisica dell’umano che sia mai stata scritta. Perché Dante non dice che l’Amore è il sole e le altre stelle. Dice che le muove. L’Amore non è statico. L’Amore non è possesso. L’Amore è movimento. È motore immobile, sì, ma che muove tutto proprio perché resta amore, cioè dono, cioè eccedenza, cioè «troppo». Capite? Il «troppo umano» di cui parlavamo non è un difetto da correggere. È il motore stesso.
L’uomo è troppo umano quando ama Quando ama è eccessivo, è sproporzionato, è illogico. Ama chi non dovrebbe amare, ama oltre la morte, ama una ragazza vista per tre minuti su un pontile e per quella ragazza inventa un destino, un romanzo, un modo per sconfiggere il tempo. Questo è troppo umano. E questo è esattamente ciò che muove il sole e le altre stelle. Senza questo troppo, il sole starebbe fermo. Le stelle sarebbero lampadine spente.
Agostino lo aveva intuito: Amo: ergo sum. Amo, dunque sono, perché il mio amore mi sposta, mi muove, mi strappa alla mia inerzia. Kierkegaard lo aveva gridato: l’amore è la sola cosa che non si può dimostrare e che, proprio per questo, dimostra tutto. Giussani lo aveva reso esperienza: tu riconosci Cristo non perché ti hanno convinto, ma perché il tuo cuore sobbalza davanti a una presenza che corrisponde al tuo troppo. Al tuo desiderio infinito.
Leone XIV, oggi, in un mondo che ha ridotto l’amore a sentimento, a consenso, a contratto, a like, ci sta riportando alla cosmologia dell’amore. L’amore non è un sentimento umano tra gli altri. È la legge di gravitazione dell’essere. E allora l’uomo non è più solo una ermeneutica dei saperi nel segno del divino, come si diceva nelle ultime battute a Rimini. Questa definizione è vera, ma ora possiamo approfondirla, farla esplodere di luce dantesca.
L’uomo è ermeneutica dei saperi perché è amato e perché ama. L’uomo interpreta il mondo perché il mondo è già interpretato da un Amore che lo muove. Noi non diamo senso alle cose. Noi riconosciamo il senso che l’Amore ha già dato alle cose muovendole verso di noi. Il biologo studia una cellula. L’astronomo studia una galassia. Il poeta studia una lacrima. Sono tre saperi diversi. Cosa li tiene insieme? Non un metodo. Un movimento. Tutti e tre sono mossi dallo stesso Amore che muove il sole e le altre stelle. Il biologo è mosso dall’amore per la vita che si ostina. L’astronomo è mosso dall’amore per la luce che viene da milioni di anni fa eppure mi tocca ora. Il poeta è mosso dall’amore per una fragilità che non vuole morire.
Senza Amore, i saperi sono frammenti. Con l’Amore, sono ermeneutica. Sono dialogo. Sono religione del confronto. Al Meeting di Rimini ho visto questo miracolo laico e cristiano insieme: fisici che parlavano con teologi senza che nessuno dei due si sentisse invaso, perché entrambi erano mossi. Politici che ascoltavano poeti, perché entrambi erano mossi dal vento della conoscenza.
Qual è questo vento? Dante lo chiama Amor.
Giussani lo chiamava avvenimento. Agostino lo chiamava grazia. Kierkegaard lo chiamava salto. Noi, oggi, nel nostro tempo umano, troppo umano, possiamo chiamarlo semplicemente: ciò che non ci lascia fermi. Umano e troppo umano, dunque? Oppure umano o troppo umano? La risposta di Dante, che è la risposta di tutto il Meeting, che è la risposta del paesaggio cristiano che ritorna, è una terza via che scioglie l’aut aut: Umano perché troppo umano. E troppo umano perché mosso.
L’uomo è troppo umano quando si accorge che il suo cuore desidera tutto. Desidera il sole e le altre stelle. E si dispera perché non le può possedere. Questa è la sua grandezza e la sua miseria. Ma la rivelazione cristiana, che è la rivelazione più umana che ci sia, è che il sole e le altre stelle sono già mosse verso di lui. Per amore. Che l’uomo non deve scalare il cielo. È il cielo che si è mosso verso l’uomo.
«L’amor che move il sole e l’altre stelle» non è lassù. È qui. È il vento che arrotola il mare. È la luna che conta i mesi. È la grappa amara che diventa dolce perché bevuta con un amico. È il libro che, pur bagnato dagli spruzzi, non affonda. È l’uomo, infine, che smette di essere definizione e diventa sigillo. Ponimi come sigillo sopra il tuo cuore, dice il Cantico. Perché il sigillo non è ornamento. Il sigillo è ciò che tiene insieme, ciò che autentica, ciò che impedisce che la lettera venga aperta da altri. L’uomo sigillato dall’Amore è l’uomo che può finalmente essere troppo umano senza vergogna.
E può sedersi, come ho visto fare a Rimini, in mezzo al rumore del mondo, e raccontare una storia. Che poi è la storia di ciascuno di noi: feriti, ma in cammino. Perché mossi. Apounto: «Dall’Amor che move il sole e l’altre stelle». Un salto che diventa permanenza della ricerca della gioia edificata.
