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Il 27 agosto del 1950 la morte di Cesare Pavese. Cosa è stato nella mia vita. Oltre gli studi. Una confessione come un ritorno

A admin
27 de agosto, 2026

Pierfranco Bruni 

Il  27 agosto del 1950  Cesare Pavese veniva trovato morto nella camera  346 dell’Hotel Roma Rocca Cavour di Torino, di fronte alla stazione centrale. 

Cosa è stato Cesare Pavese nella mia vita oltre che nei miei studi? Non una domanda. Una ferita che si interroga. Una preghiera che non trova ginocchia. Me lo chiedo spesso, quando il tempo si fa labirinto e il labirinto chiede archetipi. Non ho mai studiato Pavese. L’ho abitato.

Il mito. Prima di tutto il mito. Non come favola. Come struttura del destino. Pavese mi ha insegnato che il mito non è ciò che è stato. È ciò che ritorna. Che si ripete con altro volto, con altro nome, con lo stesso tremito. Il mito è la forma che la disperazione assume quando vuole farsi parola.

Poi il mestiere. Il mestiere di scrivere. Non l’estetica. L’etica. Scrivere come si impasta il pane in una casa di paese. Con le mani sporche di terra e di tempo. Pavese non scriveva per ornare. Scriveva per restare vivo un giorno in più nonostante la sua indefinibilescelta. E io ho imparato da lui che la pagina non è uno specchio. È una soglia. Si scrive sulla soglia. Tra la casa e il mare. Tra il sacro e l’assenza.

Il mistero. Pavese non spiega. Svela e subito dopo vela. Ogni sua donna amata è una rivelazione interrotta. Ogni collina è un altare dismesso. Il mistero in Pavese non è oscurità. È troppa luce che acceca. E io, che vengo da una terra di luce violenta, ho riconosciuto quella luce. L’ho chiamata destino.

Il tempo. Non il tempo degli orologi. Il tempo del ritorno. Pavese ha sfiorato Nietzsche traducendolo, ma non è diventato Nietzsche. Lo ha letto come si legge un fratello. Ha compreso l’eterno ritorno non come dottrina. Come condanna e come nostalgia. Ritornare è tragico perché si ritorna diversi nello stesso luogo. E il luogo non ti riconosce.

La disperazione. Anzi, il tragico. La disperazione è ancora umana, ha lacrime. Il tragico è metafisico, non ha più lacrime. Ha silenzio. Pavese è stato il tragico. L’uomo che ha guardato la morte negli occhi delle donne amate e ha capito che l’amore non salva. L’amore svela l’assenza. Le donne di Pavese — non personaggi, epifanie — portano negli occhi la stessa isola che non c’è. La morte non come fine. Come compagna di stanza.

Da Pavese si apre la via. Non una strada diritta. Un dedalo. Verso Kafka, perché il processo non è fuori, è dentro l’anima che si interroga. Verso Camus, perché il sole è un giudice che non perdona. Verso Cioran, perché l’insonnia è la vera metafisica. Verso Kierkegaard, perché la fede è un salto e il salto si fa sul vuoto. E soprattutto verso Maria Zambrano. La ragione poetica. L’unica che ha capito che Pavese non è un laico disperato. È un mistico senza chiesa. Un uomo che prega inginocchiandosi davanti ai gradini di una chiesa anche se non entra. Perché il sacro per lui non è dogma. È legame. Tra mito e preghiera.

Pavese legge Eliade prima che Eliade diventi una moda. Individua in lui il tempo del labirinto e il tempo degli archetipi. Non è erudizione. È riconoscimento. Pavese sa che l’uomo moderno ha perso il centro. E lo cerca nella Magna Grecia. Non nei libri. Nelle pietre. Mettere tutto questo in una griglia di simboli ha un nome solo. Grecità. Mediterraneo. Codici indefinibili. Non definibili perché il Mediterraneo non si definisce. Si respira. Si ricorda.

E qui entra Bianca Garufi. Il dialogo che diventa Leucò. Non un libro a quattro mani. Un dialogo tra due solitudini che cercano una lingua. Bianca è Leucò, la bianca, la ninfa, la donna che ascolta. Pavese parla con lei come si parla con il mare: per non sentirsi solo. I Dialoghi con Leucò non sono dialoghi. Sono preghiere laiche. Sono il tentativo di dare nome agli dèi quando gli dèi sono già partiti.

La grecità Pavese la riscopre non ad Atene. Sulle sponde della Magna Grecia. In Calabria. A Brancaleone. Confinato. Ma confinato senza confine. Paradosso pavesiano. Lo mandano in punizione e lui trova la sua patria. L’esilio come rivelazione. Brancaleone è la sua Itaca capovolta. Non torna a Itaca, la trova per la prima volta in una terra di confine. Ed è lì che scrive alla sorella: «Qui è tutto greco». Non è paesaggio. È ontologia. Tutto è greco perché tutto è origine, tutto è mito che si fa pietra, ulivo, mare.

Pavese accusato di antifascismo. Storia nota e mai capita. Accetta di chiedere la grazia a Mussolini affermando di non essere mai stato antifascista, lui e tutta la sua famiglia. Frase che scandalizza i puri. Io ci ho visto la verità più profonda. Pavese non era fascista né antifascista nel senso dei partiti. Era altro. Era un uomo che credeva nell’uomo, non nei sistemi. Non voleva fare l’eroe politico. Voleva tornare a scrivere, a pensare, a vivere. E Mussolini gli concede la grazia. Atto di potere che diventa, senza volerlo, atto metafisico: il potere che riconosce, per un attimo, di non poter imprigionare un mito.

A Brancaleone c’è una casa. La casa che ha abitato. L’ho visitata più volte. Anzi l’ho attraversata. Non è una casa. È un tempo dove si osserva il mare come quarta parete. Letteralmente. Il mare non è fuori dalla finestra. È la finestra. È il muro che manca. Pavese lì ha capito che il confinato senza confine è l’uomo moderno. Noi. Tutti. Confinati in noi stessi con il mare davanti che ci ricorda l’infinito.

Pavese è stato la preghiera. Non la bestemmia, come dicono i manuali frettolosi. La preghiera di chi si inginocchia davanti ai gradini di una chiesa senza entrare. Perché sa che il sacro non è dentro le mura. È sul gradino. Sulla soglia. È il legame tra mito e sacro. Senza mito il sacro diventa moralismo. Senza sacro il mito diventa gioco letterario. Pavese li tiene insieme con le mani che tremano.

E poi Ulisse. Sempre Ulisse. Pavese sfiora con trepida tragicità Ulisse nel suo dialogo con Calipso. Non è Omero. È oltre Omero. Calipso gli offre l’immortalità. L’essere immortale. Ulisse rifiuta. Perché comprende che essere immortali non ha senso se si perdono radici e identità. L’immortalità senza Itaca è una condanna, non un dono. Ecco l’inquieto Ulisse di Pavese. Inquieto perché non accetta il realismo. Non accetta lo storicismo marxista che vuole spiegare tutto con la storia. Pavese sa che la storia non spiega il destino. Lo tradisce. Ulisse non vuole diventare sistema. Vuole restare uomo che ritorna.

Per questo parla di umanizzare l’uomo, non i sistemi. Frase che ho portato con me per una vita. I sistemi — siano essi fascismo, antifascismo, marxismo, idealismo — vogliono umanizzarsi per farsi accettare. Pavese dice l’opposto. Bisogna umanizzare l’uomo. Restituirgli il suo centro. La sua ombra. La sua morte. Per questo non accetta Hegel. Non accetta la sua fenomenologia. Perché Hegel chiude. Sistema. Spiega. Pavese sa che la metafisica è la soglia che conduce alla spiritualità. Non è un sistema. È un varco. Hegel mette il tetto. Pavese cerca la porta aperta sul mare.

Cosa è stato Pavese nella mia vita oltre che nei miei studi? È stato il compagno di strada che non ti consola. Che ti accompagna fino al punto in cui la strada finisce e poi ti lascia solo. Perché solo si deve guardare il mare come quarta parete. Solo si deve capire che non si abbandona il mare. È il mare che ci abbandona quando noi perdiamo la capacità di ascoltarlo. Pavese è la mia lunga fedeltà al tragico come forma di conoscenza. Al mito come forma di preghiera. Alla Calabria greca come forma di eternità. Non l’ho studiato. Soltanto. L’ho riconosciuto. In ciò vivono quel linguaggio e quell’essere che nel tempo che ho viaggiato.

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