L’INVIDIA MARXISTA E LE IDEOLOGIE. IL RESIDUO DI UN PENSIERO DERISO
Pierfranco Bruni*
Viviamo in un tempo in cui l’invidia si invidia in ogni sistema. Ogni struttura deve fare i conti con l’invidia la supponenza l’arroganza. Un tempo terribile. Come tutte le epoche di innovazioni e di decadenza. Le ideologie, mai sepolto, non sono un pensiero. Sono idee che il pensiero ha deriso, sconfitto, desacralizzato, perché si erano vestite di supponenza. Questa è la prima distinzione da fare, e va fatta con chiarezza metafisica, non sociologica. Il pensiero è ricerca, è inquietudine, è apertura, è dubbio che si fa forma. È un atto di libertà che non ha bisogno di consenso. L’ideologia è chiusura. È certezza travestita da sistema. È un dogma che ha perso la fede e ha conservato solo la cattedra. Il pensiero interroga; l’ideologia risponde prima ancora che la domanda sia stata posta. Il pensiero è nobile perché è libero. L’ideologia è servile perché ha bisogno di adepti, di militanti, di coro.
Le ideologie nascono dall’invidia. Non dal bisogno di conoscenza. Non dalla fame di giustizia. Dall’invidia. L’intuizione si fa qui più radicale. Va contro tutta la retorica progressista degli ultimi centocinquant’anni, contro quel catechismo laico che ha fatto dell’ideologia la nuova religione. Il marxismo, matrice di tutte le ideologie contemporanee, nasce dal troppo narcisismo e dalla terribile invidia. Narcisismo di chi crede di aver capito il segreto della storia, di chi si pone come profeta, come sacerdote di una nuova chiesa senza Dio, con i suoi vangeli, i suoi santi, le sue scomuniche. E invidia. È l’invidia terribile, profonda, spirituale, verso chi ha, verso chi è, verso chi possiede non solo beni, ma talento, bellezza, grazia, successo, forma. È l’invidia di non potersi sostituire addirittura a Dio. L’ideologo non vuole abolire Dio perché non crede in Dio: vuole abolirlo perché invidia il suo posto. Penso spesso a una frase di Miguel de Unamuno: «L’invidia è mille volte più terribile della fame, perché è fame spirituale».
Unamuno, lo spagnolo, l’uomo del Sentimento tragico della vita, l’uomo che ha fatto della lotta tra ragione e fede il suo teatro interiore, aveva capito tutto. La fame si sazia con un pane. L’invidia non si sazia mai. Perché non desidera il pane dell’altro: desidera che l’altro non abbia pane. Non vuole salire: vuole che l’altro cada. Non vuole possedere: vuole che l’altro sia spogliato. È fame spirituale, appunto. È il vuoto dell’anima che si nutre dell’odio per la pienezza altrui. È il nulla che non sopporta l’essere. Domina verso coloro che hanno successo. Chi la vive è chi non riesce ad essere come l’invidiato.
L’invidioso non vuole diventare come l’invidiato. Questo sarebbe ammirazione, sarebbe emulazione, sarebbe un concetto greco, agonico, nobile. I greci ammiravano l’eccellenza, l’areté. L’invidioso moderno vuole distruggere l’invidiato. Perché la sua esistenza è la prova vivente del suo fallimento. L’uomo di successo, l’artista riuscito, il pensatore autentico, il santo, sono uno scandalo per l’ideologo. Perché dimostrano con la loro sola esistenza che non è il sistema a fare l’uomo, ma l’uomo a fare se stesso. Che la libertà esiste. Che il destino non è struttura. E questo l’ideologia non può tollerarlo. Kierkegaard aveva capito bene: l’invidia è la negazione demoniaca dell’ammirazione.
Le ideologie si sviluppano non tanto per un processo che pensa di culminare in un dato di pensiero. Ma sono frantumi di idee frammentate. Non c’è logos nell’ideologia. C’è collage. C’è bricolage di concetti strappati al loro contesto, desacralizzati, resi slogan, resi arma. L’ideologia non pensa: assembla frantumi. Prende un pezzo di Hegel, un pezzo di Feuerbach, un pezzo di economia classica, un pezzo di risentimento, li incolla con la colla dell’invidia e dice: ecco la verità. Ma sono frantumi. Sono schegge impazzite che non fanno mai specchio intero. Il pensiero fa sistema perché ha un centro; l’ideologia fa sistema perché ha un nemico. Il centro del pensiero è la verità che cerca. Il centro dell’ideologia è il nemico che deve abbattere.
Aristotele, nella Retorica, osservava con la precisione chirurgica del greco: «L’invidia è un dolore causato dalla vista della buona fortuna manifestata nei nostri simili». Non è dolore per la propria sfortuna. È dolore per la buona fortuna dell’altro. È la definizione perfetta, insuperata. L’invidioso soffre non perché sta male, ma perché l’altro sta bene. E questa sofferenza, che è spirituale prima che materiale, diventa progetto politico. Diventa ideologia. Il marxismo, in questo senso, è la più grande codificazione dell’invidia in sistema «filosofico»: ha trasformato il dolore per la buona fortuna altrui in lotta di classe, in giustizia storica, in morale. Ha dato all’invidia una giustificazione dialettica.
Marco Aurelio, l’imperatore stoico, che sapeva cosa vuol dire essere al vertice ed essere invidiato, scriveva nei suoi Colloqui con se stesso: «Se gli dèi prestano ascolto a qualcuno, tu pure prega di non essere invidiato da nessuno». Perché l’invidia non è un sentimento privato. È una forza distruttiva che muove la storia. L’invidiato è sempre in pericolo. Socrate fu invidiato dagli ateniesi mediocri. Cristo fu invidiato. I farisei non condannarono Cristo perché era eretico: lo condannarono perché la folla lo seguiva. Perché aveva successo. Perché parlava meglio. Perché guariva. Perché era amato. L’invidia dei sacerdoti è più pericolosa dell’odio dei tiranni.
Il problema esiste e ha la sua complessità. Dunque cosa è l’invidia? Bisogna assentarsi dalle ideologie. Già in sé l’idea è una «logica» senza la visione del pensare. L’idea, quando si fa ideologia, perde il respiro del pensiero e diventa formula. È logica senza logos. È calcolo senza contemplazione. Aleksandr Isaevič Solženicyn, che ha dovuto difendersi dalla strategia del sistema dell’invidia, dal Gulag che è la più grande fabbrica di invidia organizzata della storia moderna, ha osservato: «Il tronco più profondo della nostra vita è la coscienza religiosa, e non la coscienza ideologica formata dal partito».
Cosa vuol dire ciò? Che l’ideologia non ha coscienza del religioso. Che non può averla. Il marxismo, essendo, infatti, non filosofia vera ma ideologia, ha la sua struttura nella invidia «sociale». Ma una società fondata sull’invidia non è società: è branco. Solženicyn ci dice che senza coscienza religiosa – e per religioso intendiamo senso del limite, del mistero, del dono, della colpa e del perdono – non c’è vita, c’è solo sistema. E il sistema invidioso finisce sempre per divorare i suoi figli. L’invidioso non pensa, non costruisce, non ha la capacità del proporre e del confronto sano. L’invidia è sempre «guardare contro» ma guardare contro è inferiorità che porta però alla supponenza sterile. In-videre in latino vuol dire guardare male, guardare contro, guardare storto. L’invidioso guarda sempre contro l’altro, mai dentro di sé. E in questo guardare contro c’è tutta la sua inferiorità, che si maschera da superiorità morale, da supponenza sterile, da giudizio universale.
Perché in fondo, come dice Martin Heidegger, «La filosofia implica una mobilità libera del pensiero, è un atto creativo che dissolve le ideologie». Il pensiero è mobile, l’ideologia è immobile. Il pensiero crea, l’ideologia occupa. Il pensiero dissolve le ideologie semplicemente esistendo, perché porta luce dove l’ideologia ha bisogno di ombra. Ma qui si innesta la condizione della contraddizione proprio di Marx. Quando dice: «Indeciso tra l’ideologia della stupidità e la stupidità dell’ideologia, sceglie il Saggio l’ideologia della stupidità dell’ideologia». La contraddizione di un processo politico che è giunto sino ai nostri giorni. Sembra una vera affermazione di negatività. Marx, nel suo narcisismo profetico, capisce che l’ideologia è stupidità, ma la sceglie lo stesso, perché la stupidità organizzata è più potente dell’intelligenza solitaria. È la scelta del nichilismo: meglio una menzogna che tiene insieme le masse che una verità che le divide.
Addirittura John Maynard Keynes, che non era certo un reazionario, è giunto a questa conclusione definitiva, che andrebbe scritta su tutte le facoltà di economia del mondo: «Il socialismo marxista rimarrà sempre un fenomeno per gli storici dell’Opinione: come abbia potuto una dottrina così illogica e così stupida esercitare un’influenza così potente e duratura sulle menti degli uomini, e, attraverso loro, sugli eventi della storia». Keynes, l’economista, vede ciò che l’ideologo non vede: l’illogicità, la stupidità. Ma la forza dell’ideologia non sta nella sua logica, sta nella sua capacità di dare un alibi all’invidia. Dice all’invidioso: hai ragione tu a odiare chi ha di più, chi sa di più, chi è di più. Il tuo odio è giustizia. Il tuo rancore è storia. È potentissimo. Allora. Qui non si tratta di porre una citazione dietro l’altra. Ma di creare un mosaico meditato in cui poter dire che l’invidia è un fattore ideologico. L’ideologia marxista non ha mai avuto scrupoli, perché l’invidia non ha scrupoli.
Bisogna tornare a Unamuno: l’invidia è fame spirituale. E la fame spirituale si cura solo con una cosa: con la bellezza, con la contemplazione, con la coscienza religiosa di cui parlava Solženicyn. Con il riconoscere che l’altro, il riuscito, il graziato, non è un ladro che mi ha rubato qualcosa, ma un segno che la vita è abbondanza, non penuria. Le ideologie sono il residuo di un pensiero deriso. Ma il pensiero ritorna sempre. Ritorna come onda. Come quegli dèi che escono dalle onde e non invidiano nessuno. Perché sono dèi. È importante credo ogni tanto porsi delle dimande e restare nella meditazione perché in tempo di macerie non resta che la polvere. Attenzione però. La polvere potrebbe servirsi del vento.
*Presidente del Centro Studi e Ricerche Francesco Grisi – Con impaginazione tecnica del saggio a cura dell’Autore
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