A 80 anni dalla nascita di Pino Tosca e a 25 dalla morte. Il filosofo del Tradizionalismo che difese il Brigantaggio
Pierfranco Bruni
È l’ottantesimo della nascita di Pino Tosca. Ci ha lasciato nel 2001, proprio il 4 settembre. 25 anni fa. Era nato a Piacenza nel 1946. Morto a Modugno. Una geografia che già dice il suo destino di uomo del Nord che ha scelto il Sud come patria elettiva. Perché non dirlo filosofo del tradizionalismo? Lo fu infatti, fino in fondo. E lo fu senza mai cadere nel folklore della tradizione, ma vivendola come pensiero vivente. Nel corso di questi anni ha pesato, come una inquadratura necessaria e mai elusa, una questione meridionale che toccava in profondità gli aspetti letterari. Su questo, con Pino Tosca, ne abbiamo spesso discusso, confrontandoci con le tesi sostenute da Petronio, che restano un punto di riferimento imprescindibile per chi voglia intendere il nesso tra storia e letteratura nel Mezzogiorno.
Molti scrittori meridionali, o che del Meridione hanno fatto un loro argomento narrativo centrale, non solo conoscevano la temperie del Mezzogiorno, ma si documentavano attraverso le posizioni diverse che del Mezzogiorno stesso avevano avuto personaggi come Salvemini, Di Vittorio, Di Crollalanza, Salandra, Nitti, Misasi, anchesso scrittore, D’Orso. Scrittori e storia del Mezzogiorno, dunque, per raccontare una dimensione della letteratura che non è mai soltanto letteratura. Oggi resta di sicura attualità questo intreccio che recupera comunque le identità e la scrittura, il pensiero e le immagini della narrazione stessa e che in Tosca diventano elemento di una valutazione anche sul piano antropologico. Perché in Tosca la letteratura non è mai ornamento, è antropologia, è destino, è terra. Salvemini, Di Vittorio e Di Crollalanza. Tre protagonisti che hanno fatto del Mezzogiorno una identità progettuale la cui eredità non si può che cogliere in un processo storico che ha alla base una forte rilevanza politica. Tre figure diverse, tre Italie diverse, tre Sud diversi che si incontrano in una stessa inquietudine. In Tosca questo tracciato è stato sempre presente, come una bussola. Non per ideologia, ma per fedeltà a una terra che andava pensata, non soltanto raccontata.
Le sue analisi sul fenomeno del Risorgimento sono una forte testimonianza di questa fedeltà. Affermava, e cito le sue parole perché vanno custodite: Il dramma del Risorgimento è dunque quello di non essere riuscito a coniugare identità particolare e identità nazionale, anzi lasciando questultima in termini indefiniti e, comunque, prevaricatori. Ritorna, così, il suo amato Alianello, il grande rimosso, il narratore delle verità scomode. Qui si colloca il suo studio sulle Insorgenze e sul Brigantaggio. Uno studio attento, documentato, sofferto, sul quale la storiografia moderna deve fare certamente i conti, se vuole uscire dalla retorica celebrativa e guardare in faccia la storia.
Pino Tosca si è confrontato con i problemi culturali della sua e nostra contemporaneità non smettendo mai le vesti del maestro antico e non smettendo neppure le vesti del cavaliere donchisciottesco, al quale ha dedicato una poesia che risale al 1972 e che resta una chiave per comprenderlo. Il sognatore, il poeta, lironico mentitore o il fingitore che sa. L’onore e la patria mai dismessi, mai negoziati. Non era un uomo daltri tempi, come qualcuno potrebbe superficialmente dire. Era un uomo di tutti i tempi, proprio perché aveva scelto di rimanere ritto sul suo cavallo sino alla fine, non smentendosi, coerentemente. Scriveva: Ora che questo mondo disprezza il tuo valore, ora che libri e scuole deridono il tuo onore, o prode cavaliere che mi insegnasti ad amare, se la tua vita è un sogno, chio possa ancora sognare. Da Al folle cavaliere. Il sogno, dunque. La speranza e l’amore. Con questi strumenti, che non sono strumenti ma sono anima, alla ricerca di un uomo con la sua identità e la sua religiosa consapevolezza della Terra Promessa.
Fu un pensatore che studiò Gentile e soprattutto Evola, senza mai diventarne un epigono. Li attraversò, li interrogò, li mise in discussione. Studiò la storia del Brigantaggio raccogliendo testimonianze vere, andando sui luoghi, ascoltando le voci, rovistando negli archivi della memoria orale prima ancora che in quelli di carta. E fu dalla parte dei Briganti, fu antirisorgimentale nel senso più nobile del termine, cioè fedele a un’altra idea d’Italia, a un’altra idea di popolo. Oltretutto fu un amico di una fratellanza unica. Di una destra completamente eretica, irregolare, libera, che non ha mai chiesto tessere né benedizioni.
Studiò attentamente Galileo Galilei e scrisse diversi saggi che ancora oggi sorprendono per acume e libertà di giudizio. In uno di questi affermò tra l’altro che lInquisizione non condannò affatto il Galilei per la sua divulgazione del sistema copernicano, e ciò è provato da molti fatti. A parte il Cardinale di Cusa, gli stessi Papi mai osteggiarono i sistemi astronomici di Copernico, anzi li consideravano un frutto dellingegno umano e del progredire scientifico. Nel 1533, quindi ben ottantatre anni prima delle avvisaglie inquisitoriali contro il Galilei, il tedesco I. A. Windmanstad aveva sostenuto le tesi copernicane in Roma, dinanzi allo stesso Papa e a diversi Cardinali. E Clemente VII, in considerazione di ciò e come incentivo a continuare in quelle ricerche, aveva donato a Windmanstad un antico manoscritto greco. Prese di petto tutta la questione e aprì una potente discussione che andava oltre il luogo comune scolastico e restituiva a Galilei la sua complessità e alla Chiesa la sua storia meno apologetica e più vera.
Scrisse su Brasillach, su Céline, su Drieu La Rochelle, su Ugo Spirito, su Augusto Del Noce, su Francesco Grisi. Nomi che non sono un elenco, ma una costellazione. Scrisse sul Medioevo nella linea della tradizione che sarà cardiniana. Ovvero, e anche qui bisogna citarlo: Il Medioevo aveva concepito una società unita nella differenziazione organica delle sue componenti partecipative, si pensi alle Corporazioni. Il Rinascimento, invece, incentiva lo spirito critico individualistico che porta inevitabilmente ai primi moti di conflittualità sociale. Mentre infatti si rafforza la borghesia mercantile, sorgono i primi raggruppamenti sociali nelle città. E così via, in un ragionamento che lega economia, teologia e forma del vivere. Svolse un ruolo importante negli studi su Padre Pio. Su Silone, letto non come icona laica ma come inquietudine cristiana. Fu un cristiano senza chiesa? Forse. Fu certamente un tradizionalista vero, nel senso che la tradizione per lui non era un passato da rimpiangere, ma un principio metafisico da testimoniare.
Insomma, uno studioso e un pensatore complesso. Ironico a volte, tagliente, capace di sorridere delle miserie del presente, ma di una serietà notevole e di uno spessore culturale molto alto ma anche popolare, perché parlava alla gente, non sopra la gente. Questa è la sua eredità più viva. Non una scuola, non una corrente. Un modo di stare al mondo, ritto sul suo cavallo, fedele al suo sogno, con la consapevolezza religiosa della Terra Promessa che non è mai dietro di noi, ma sempre davanti. È qui la Tradizione che non crea mai ferite. Ecco perché lo considero il vero filosofo del tradizionalismo metafisico.
