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Qualcuno ci ha mai promesso qualcosa? E allora perché attendiamo? Ti ricordi quella cosa chiamata cuore?

A admin
6 de septiembre, 2026

Paolo Arces

L’uomo vive nell’attesa, nell’attesa di qualcosa che arriverà. Ma cosa va aspettando, cosa arriverà? La mia felicità. Quella strana ed inenarrabile pienezza che più inseguo e più mi fugge. «Mh, non ora… No, non è questo… Non qui… Sì, dopo arriverà, prima o poi». Come se avessimo una spina sotto al piede, camminiamo sempre in punta, mai riuscendo ad affondare il passo con certezza: mai sentendoci vivi in quello che facciamo. Siamo diventati invisibili a noi stessi tanto da dimenticare la Felicità. Che significa? Che non pensiamo più di voler essere Felici. Siamo in un momento storico in cui la nostra emotività è sotto gli occhi di tutti eppure mai come ora «tutto cospira a tacere di noi». Eppure tutto, tutto in noi, tutto quello che vediamo, tutto quello che sentiamo accadere, tutto, parla del nostro bisogno di essere Felici, di essere Pieni, di essere Vivi. È come se la felicità fosse diventata un’emozione, un impulso, una reattività: «ogni tanto si è felici, ogni tanto si è tristi, è così». La felicità non è il piacere, non è la gioia, non è nulla di questo. La felicità non è finita. Tutto questo lo sappiamo. Non lo vogliamo ammettere. Allora siamo sempre più annoiati e sempre più erranti. Inseguiamo il piacere perché «quello che l’uomo cerca nel piacere è un infinito». Ma il piacere non ha il volto del nostro desiderio. Allora «erra lo spirto umano»: riduciamo la felicità a qualcosa da inseguire nella quantità, nella reiterazione, nella appropriazione, senza vedere che nulla ci soddisfa. La finitezza ci piaga. Siamo, esistenzialmente, come il bimbo di Montale: «nulla paga il pianto del bambino / a cui fugge il pallone tra le case», cioè condannati a inseguire questa felicità che fugge. È questa la nostra attesa. Ma, come una macchia che non scolora, noi facciamo di tutto per coprirla, eppure tutto è vano, tutto è inutile: ritorniamo sempre lì, nudi, specchiati nella nostra attesa.

Mai l’ho visto più chiaramente. Di recente mi è capitato di presentare un libro, o meglio, di testimoniare un incontro con un amico eccezionale, Marco Gallo. Eppure in vista del mio turno non riuscivo a pensare a cosa dire. Pensavo solo all’attesa. I miei occhi non potevano non assistere alla vertigine dell’attesa. Davanti a me dei ragazzi. Ragazzi distratti, vuoti, nudi: uno parlava loro della felicità e loro ridevano, urlavano, bestemmiavano. Ma i loro occhi così persi, così vacui, così smarriti. Il mio cuore palpitava sempre più. Questo peso che loro ignoravano era così gravoso che quasi schiacciava me. Dei ragazzi come me. L’unica domanda, l’unico pensiero che mi scorreva fisso era: «Che ne sarà? Voi siete felici? Vi basta?». Perché a me non è bastato fare questo? Perché dietro il vostro riso arrogante celate un abisso così profondo? Eppure loro erano qui. Perché? Nessuno li aveva effettivamente costretti. Loro si sono sentiti scelti. Forse per la prima volta. Hanno visto qualcosa che li attendeva. Se loro non volessero, come me, essere felici, sarebbe inutile starci qui a parlare. Perché davanti a loro ho scelto di dire: «Siete felici?». Perché non riesco a soccombere davanti all’epoca in cui siamo. Tutto ci grida di accontentarci. Ma perché? Nati per essere contenti finiamo per accontentarci. È vero, «tutto cospira a tacere di noi», perché mai siamo stati educati come oggi e mai così insoddisfatti. Incasellati nell’emotività, nella reattività, il «come stai?» chiede «quale è la somma degli eventi che ti è successa di recente?» e, di regola, stiamo bene se non ci è successo nulla. Come si fa a dire «è così» davanti alle cose che finiscono e alla felicità che le segue dietro? Chiamati a desiderare l’infinito, ci accontentiamo di questa finitezza. Il rischio educativo in cui ci imbattiamo oggi è che tutti dimentichiamo di avere un cuore, un cuore sproporzionato. È profetico Montale quando irrompe con l’ambivalente «scordato strumento cuore». In ogni risata di quei ragazzi, in ogni loro sguardo di complicità, in ogni loro schiamazzo, è lì, implicita, nascosta, dimenticata, una domanda sproporzionata, «scordata» (che non si accontenta), di Felicità. «Perché questa risata non mi fa felice? Perché una volta finito questo mi sentirò di nuovo vuoto, forse più di prima, di nuovo annoiato, di nuovo infelice?» Tutti ci dicono di abituarci a questo tarlo, nessuno ci dice di stanarlo. Oggi l’amicizia diventa allora un tacere di noi: un silenzio collettivo che cerca di ingoiare il nodo per nasconderlo, per non vederlo, «se non ne parliamo, se lo ignoriamo, non esiste, siamo felici». Uno, pur di non vedere questa spina nella carne, decide di non vedersi più. Così tutti viviamo nell’ubriachezza, concreta o meno. Così Pavese grida «la compagnia che ci facciamo serve a distrarci dalla varia attesa, dal vuoto instabile che la tentazione di tacere crea dentro di noi». Tutti oggi cerchiamo di fuggire dal silenzio. Allora la nostra attesa è sempre rimandata. Poco dopo la testimonianza è partita la musica. Che divertimento, sarà forse questo quello che aspettavano quei ragazzi! Ma allora eccoli, fermi nell’angolo, con il loro caro sballo, più vuoti di prima, più in attesa di prima: annoiati ma in attesa.

Eppure tutti ci dicono che la felicità è un’emozione. Ma cosa è un’emozione se non una reattività, se non una istintività? Come possiamo accontentarci davanti ad uno che ci dice che la Felicità dipende dalle circostanze? Posso io vivere in balia di ciò che mi accade? Tutti parlano di felicità ma tutti intendono il piacere, quello struggente ed intenso fuggiasco. È nel piacere che noi attendiamo che si riveli qualcosa di Altro, qualcosa che ci compie, qualcosa che esaudisca quella Promessa di Eterno. Più uno pensa di poter afferrare quella Felicità nel finito e più questa fugge, corre lontana!

L’attesa urla l’infinito: è la voce di un cuore zittito. Uno che non lascia parlare il suo cuore, che non lo lascia desiderare, che lo lascia accontentarsi, smette di vivere. Allora tutti ci sentiamo smarriti, soli in mezzo alla gente, incapaci di dire chi siamo, incapaci di dire perché stiamo. È come, parlando con Montale, se ogni cosa che facciamo portasse scritto «Più in là!». Davanti a questo grido cosa fai? «Chi ha orecchie, ascolti». Ma chi ha orecchie? Chi si ricorda di avere un cuore. Solo lui, l’uomo desideroso, si accorge di quello stridio stroncato, che Rebora conosce bene… «Qualunque cosa tu dica o faccia / c’è un grido dentro: / non è per questo, non è per questo!». L’inadeguatezza ci punge sempre, è forse inevitabile… Ma perché? Perché, e lo chiedo con Leopardi, «se frale e in tutto vile, / se polve ed ombra sei, / perché tant’alto senti?». Desideriamo l’infinito eppure siamo finiti, desideriamo l’eterno eppure siamo tempo, desideriamo l’imperituro eppure siamo caduchi… perché? Caro Pavese, mai smettesti di indagare, mai ti abbandonò quell’ «esigenza permanente»…: «Qualcuno ci ha mai promesso qualcosa? E allora perché attendiamo?» Ma senza questo desiderio cosa siamo noi? Pari ad animali, incatenati all’istante, nella gabbia dell’istinto. Eppure siamo in rivolta. Come Camus, vittima del suo labirinto, vittima del suo stesso assurdo, tenta una disperata ribellione. Il suo Sisifo è realmente felice o si è solo accontentato? L’uomo senza eterno è l’uomo assurdo. È la sua più grande intuizione. «L’assurdo nasce dal confronto tra la domanda dell’uomo e l’irragionevole silenzio del mondo». Ma può quello stesso uomo, così «frale», così «vile», incolpare il mondo di tacere? E se fosse l’uomo incapace di ascoltare? È il mondo silente davanti all’uomo o l’uomo sordo davanti al mondo? Tutto il reale parla di Altro. Rebora continua…: qualunque cosa facciamo «tutto rimanda ad una segreta domanda». L’uomo realista è costretto ad ammettere un Mistero Infinito, una X incommensurabile verso cui tende. Lo stesso Camus lo ammette «Siate realisti. Desiderate l’Impossibile». Siamo immersi in una coscienza sociale che ci dà certezza nella perdita di certezze: viviamo in bilico tra un bene e un altro, sull’abisso che è il Tempo. Allora mai con tanta acuità la situazione dell’uomo è stata descritta: «Nell’imminenza di Dio / la vita fa man bassa / sulle riserve caduche, / mentre ciascuno si afferra / a un suo bene che gli grida: addio!». Nell’incombenza dell’Eterno, dinanzi all’uomo che desidera le stelle, tutto cospira contro di lui, tutto gli dice di accontentarsi. Eppure la vita, quindi il Tempo, «fa man bassa», deruba, mostra la finitezza delle «certezze» a cui ci aggrappiamo. L’aut aut in cui si gioca la nostra vita è questo: smettere di attendere, smettere di desiderare, quindi, smettere di Vivere, oppure compiere la propria vita come Attesa, perché già qui ci è stato Promesso qualcosa, qui ed ora… (un certo centuplo). L’atteggiamento dell’uomo solo, dell’uomo senza Altro si mostra in tutte le sue sfaccettature nell’uomo dello Steddazzu. «Non c’è cosa più amara che l’alba di un giorno in cui nulla accadrà. Non c’è cosa più amara che l’inutilità… La lentezza dell’ora è spietata, per chi non aspetta più nulla… Val la pena che il sole si levi dal mare e la lunga giornata cominci? Domani tornerà l’alba tiepida con la diafana luce e sarà come ieri e mai nulla accadrà». Uno che smette di attendere sceglie il Nulla.

Qualche giorno fa, recitando le lodi, mi è quasi sembrato di star rispondendo a Pavese, di stargli mostrando un’alternativa, anzi, di fargli notare la scelta decisiva. «Prima che sorga l’alba, vegliamo nell’attesa: tace il creato e canta nel silenzio il mistero. Il nostro sguardo cerca un Volto, nella notte: in cuore a Dio s’innalza più puro il desiderio. E mentre, lieve, l’ombra cede al chiaror nascente, fiorisce la speranza del Giorno che non muore. Presto l’aurora in cielo ci inonderà di luce; la Tua misericordia, o Padre, ci dia vita. E questo nuovo giorno, che l’alba per noi schiude, dilati in tutto il mondo il regno del Tuo Figlio. A Te, o Padre santo, all’unico Tuo Verbo, all’infinito Amore, sia lode in ogni tempo». La vita ci chiede un giudizio, un giudizio essenziale: chi ha la parola ultima, le tenebre (la caducità, l’insoddisfazione, il male) o la luce (l’eterno, l’infinito, il Bene). Allo schiudersi dal sonno, allo spalancare degli occhi, siamo chiamati a scegliere: o l’alba, l’inizio di questa giornata, è spietata, è «infinita vanità», è «nulla eterno», oppure, e qui si gioca la libertà dell’uomo, è radicalmente Luce, è l’insorgere del Mistero, è il fiorire della speranza dell’Eterno, è, infine, la veglia dell’Attesa, che si compie in questo, «il nostro sguardo cerca un Volto», un Volto che risponda al nostro desiderio. È grandiosa la chiamata dell’uomo. Davanti all’attesa che inevitabilmente avvertiamo, è necessaria, è urgente questa presa di posizione. Ma noi siamo strutturalmente «tesi e in attesa». Questa attesa è, logicamente, generativa di una tensione, noi tendiamo verso la risposta, verso il compimento di ciò che aspettiamo nel fondo delle cose, verso quel «Più in là» già citato.

Ma tesi sempre «più in là» si arriva sino al «di più»: siamo tensione verso l’Infinito, verso Dio, verso il Volto di Uno che risponde alla mia attesa, al mio anelito d’amore. Ma insita nella nostra struttura è che possiamo attendere solo qualcosa che c’è, che «per forza ha da esserci»: se non si compie, se non ha risoluzione questa attesa, allora siamo mal fatti, mal realizzati, sbagliati, a metà. È penetrante questa rivelazione nei versi di Pirandello: «Spesso la grandezza mia consiste / nel sentirmi infinitamente piccolo: / ma piccola anche per me la terra, / e oltre i monti, oltre i mari cerco per me / qualche cosa che per forza ha da esserci, / altrimenti non mi spiegherei / quest’ansia arcana che mi tiene, / e che mi fa sospirar le stelle…»

Siamo chiamati a riconoscere QualcUno di più grande. Questa «ansia arcana» ci «tiene», ci lascia restii, chiusi, incapaci di penetrare la realtà sino in fondo, le amicizie, gli amori, le gioie… Ma se resta solo tale allora, camminiamo, anzi precipiteremmo nel Vuoto! È umanamente ingestibile, ma affascinante, il rischio che Montale avverte: «Forse un mattino andando in un’aria di / vetro, / arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il / miracolo: / il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro / di me, con un terrore di ubriaco». Ma questa attesa, che ci fa volgere e rivolgere, ha una tensione, ci fa «sospirar le stelle»! Ancor più, queste Stelle le desideriamo perché nasciamo con questo «sospiro», io come ogni uomo della terra, e ancor più ci richiamano a loro, ci gridano, citando Ada Negri, «Vieni, Vieni!». Che desideriamo l’Infinito è la più grande chiamata di, e a, Dio. Il compimento di una vita, della Felicità, sta nel vivere ogni attimo, che è pregno di attesa, come Vocazione. Scoprendolo con Giussani: «La mia vita è una Voce che mi chiama, la Voce potente di Colui cui ogni cosa è debitrice di tutto quanto è; la mia vita è risposta a quella Voce che chiama». Quando uno vede questo allora vede che nulla è casuale, nulla è inutile, ogni circostanza è la voce con cui sono chiamato. Davanti a questo, neppure Montale, nei suoi passi nel Vuoto, può resistere: «Dio chiama: la luce, la terra, le cose tutte sono, per così dire, costituite dalla chiamata di quella voce potente che rompe il silenzio infinito del nulla. Dio mi ha chiamato dal nulla». Vivere non è più subire la realtà. Vivere è rispondere alla sua Voce.

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