Contro l’ipocrisia che la cultura unisce. Viviamo un mondo divisivo e forse è giusto che sia così
Pierfranco Bruni
Non c’è nulla di più errato, e di più ipocrita, dell’affermazione secondo cui la politica divide e la cultura unisce. È una frase da convegno, buona per le tavole rotonde, per le retoriche dialettiche. Ma è falsa. La cultura non unisce. La cultura marca le parti. Separa le sponde. Distingue. Rende visibile la differenza. Ognuno appartiene alla cultura di formazione. Non esiste una cultura neutra, asettica, sospesa. Esistiamo perché siamo stati formati. E la formazione è già una frontiera. La cultura può creare, questo sì, un confronto più dialettico, più alto, più argomentato. Ma non lega le parti. Non le fonde. Non le omologa. Pretendere che lo faccia significa negare la sua natura più profonda. E questo significa che non può esserci una storia condivisa. Almeno non nel senso consolatorio che oggi si dà al termine.
Che cos’è, d’altronde, la storia? È politica, è cultura, è lettura della cronaca. Ovvero è formazione e presente. È un modello di “civilizzazione” delle civiltà e degli uomini. Non esiste una storia senza un occhio che la guardi, senza una lingua che la racconti. Già Herder lo aveva capito: ogni popolo ha il suo Volksgeist, il suo spirito, la sua misura del tempo. Spengler poi ci ha ricordato che le civiltà non sono una linea, ma organismi diversi che nascono, fioriscono e muoiono con una loro morfologia irripetibile. Le civiltà non sono mai state unitarie, nemmeno nella loro identità più intima. L’antropologia, se è seria, misura proprio questo: le radici, le origini, i modelli di appartenenza che diventano elementi identitari, scavi materiali e immateriali, miti fondativi, tabù alimentari, riti di morte. Ma in nessun campo della dialettica può esserci omogeneità. L’omogeneità è un’astrazione della politica, non una realtà della cultura.
Noi, i nostri padri, i nostri nonni, siamo eredi di divisioni. Siamo figli di scismi, di diaspore, di frontiere. Anche le religioni, che pure invocano l’universale, sono divisive e creano posizioni divergenti. Non per cattiveria, ma per struttura. Ogni fede ha una sua teologia della storia, una sua escatologia. Il monoteismo stesso si è diviso sin dal suo nascere. Il cosiddetto “immaginario collettivo” è, in questo senso, una frase di una banalità assoluta. Una formula pigra.
Il concetto di immaginario è dato da un’immagine diventata storia e che sarebbe diventata la stessa per tutti. Ma non può essere così. È impossibile. Ognuno di noi si approccia a una immagine con il proprio occhio, la propria storia e il proprio pensare e quindi la vede e la sente unicamente con la sua formazione. La mia croce non è la tua mezzaluna. La mia madre non è la tua. Il concetto di collettivo è un termine così errato che slega l’immaginario stesso. Lo svuota. Cosa fa da collante? Collettivo uguale collante. Può essere anche. L’immaginario è un collante? Ma per chi? Per chi cerca la condivisione sulle proprie posizioni. Per chi ha bisogno di costruire un consenso artificiale per governare. Non è così che funziona la cultura. Proprio perché ognuno porta una sua consapevolezza, una sua eredità, una sua ferita. Potrebbe essere usato il termine universale? Immaginario universale? Anche questo presenta le sue riserve, perché l’universale in antropologia è sempre un rischio, ma è già diverso, perché non invita a un collante obbligatorio. Non impone una fusione. Come è errato parlare di immaginario di tutti. Se siamo diversi? Se la nostra differenza è la nostra verità? Perciò credo che si debba parlare di immaginario individuale che incontra altri immaginari. Che li sfiora, che li interroga, che a volte li confligge. Ecco perché la cultura non unisce. Mette accanto. Non sovrappone.
Si può fare Cultura ponendo insieme porzioni di posizioni formative con una capacità di non raggiungere il conflitto e lo scontro. Ovvero si parla di compromesso. Di quello che i latini chiamavano cum-promittere, promettere insieme. Ma il compromesso non è unità. È coesistenza. Ancora una volta la deduzione è che la cultura parla chiaramente un linguaggio diverso dalla politica, più lento, più profondo, più simbolico, ma questo non significa che le stesse formazioni si assommino. Che si annullino. Viviamo in un mondo che presenta le sue parti. È stato sempre così. Dal Mediterraneo di Braudel, che non è mai stato un mare unitario ma un crocevia di mari, all’Europa di Huntington, che ha capito che gli scontri futuri non saranno economici ma culturali.
Non necessariamente occorre dividere con violenza. È importante confrontarsi senza mai peccare di presunzione e di arroganza. Senza l’idea, tipicamente ideologica, di dover convertire l’altro alla propria sponda. Ci riusciremo? Non credo. Ognuno ha un proprio mondo da vivere che ha le sue eredità, i suoi morti, i suoi dèi domestici.
Ognuno di noi è un’isola che abita se stessa con la sua consapevolezza e la sua storia. Le isole, a volte, si vedono. Si fanno segnali. Costruiscono ponti provvisori, arcipelaghi di dialogo. Ma restano isole. E la loro verità è proprio l’acqua che le separa. Che le custodisce. Il resto è un parlare soltanto. Antropologicamente l’immaginario universale è solo teoria. L’uomo è unico. Le civiltà sono unioni di culture. Le culture sono scavi di radicamenti materiali e immateriali. Ognuna di queste culture ha una formazione etnica e una visione soprattutto della vita, della morte, del sacro. Viviamo un tempo divisivo. Forse è giusto che sia così. Perché solo nella divisione riconosciuta, e non nell’unità imposta, può nascere il rispetto. Ci vuole rispetto e conoscenza per comprendersi. È necessario che culturalmente si evitano gli sconti. Non è facile. Perché l’uomo di Cultura non è detto che sia un saggio. Il più delle volte nell’intellettuale moderno manca la sapienza e quindi la vera saggezza.
