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Il pareggio che cambia la politica italiana

A admin
9 de septiembre, 2026
Carlo Di Stanislao

La storia è sempre storia contemporanea.”
— Benedetto Croce

Il pareggio, quando entra nella politica, non è mai soltanto una questione di numeri. Può diventare una condizione di sospensione, un passaggio nel quale gli equilibri consolidati smettono di funzionare e ciò che sembrava impossibile comincia improvvisamente ad apparire necessario. È questa, forse, la vera novità che emerge dal quadro politico italiano delineato dagli ultimi sondaggi: la possibilità concreta che, alle prossime elezioni, nessuno dei due grandi schieramenti riesca a superare la soglia necessaria per trasformare la propria forza elettorale in una maggioranza parlamentare.

La discussione sulla nuova legge elettorale si colloca precisamente dentro questa inquietudine. Il Senato si prepara a esaminare un sistema destinato poi a tornare alla Camera, con una questione ancora aperta e politicamente delicatissima: il rapporto tra preferenze, liste bloccate e possibilità per gli elettori di incidere realmente sulla scelta dei propri rappresentanti.

Ma il punto decisivo è un altro. Il ballottaggio, che avrebbe potuto rappresentare una garanzia di maggiore stabilità attraverso un secondo turno, sembra essere ormai tramontato. Matteo Salvini si è opposto, ritenendo che un sistema a turno unico possa essere più favorevole alla Lega e, soprattutto, a Roberto Vannacci. Giorgia Meloni ha preso atto dell’assenza di una maggioranza politica sufficiente per sostenere il ballottaggio.

Riemerge così una formula che può ricordare il cosiddetto “Melonellum”: chi supera il 42 per cento ottiene il premio di maggioranza. Una soglia apparentemente semplice, quasi puramente aritmetica. Ma la politica italiana potrebbe trovarsi davanti al paradosso che rende una soglia matematica assai più complessa di quanto sembri: nessuno potrebbe riuscire a raggiungerla.

È qui che il 42 per cento smette di essere soltanto una cifra e diventa una frontiera politica.

Secondo il quadro sondaggistico richiamato nell’analisi, infatti, centrodestra e centrosinistra potrebbero trovarsi addirittura intorno alla stessa percentuale, in una sorta di perfetto equilibrio: circa 41,5 per cento contro 41,5 per cento. Un risultato del genere aprirebbe una terra quasi inesplorata della politica italiana. Non perché il pareggio sia sconosciuto, ma perché un pareggio costruito dentro un sistema che assegna il premio di maggioranza a chi supera una determinata soglia produce un problema che la legge, da sola, non può risolvere.

Chi governa, se nessuno raggiunge il 42 per cento?

La domanda sembra semplice. La risposta potrebbe essere estremamente complicata.

Il Parlamento potrebbe trovarsi costretto a ricercare una soluzione di tregua, un governo sostenuto da forze diverse e costruito intorno all’emergenza della situazione. Potrebbe nascere un esecutivo istituzionale o comunque una formula politica non prevista dagli attuali schieramenti. Oppure potrebbe prevalere l’impossibilità di costruire una maggioranza e si tornerebbe alle urne.

In quest’ultimo caso, la politica sarebbe costretta a interrogarsi nuovamente sulla legge elettorale, sulle coalizioni e persino sulla natura stessa degli schieramenti. Perché quando il sistema non riesce a produrre una maggioranza, non è necessariamente soltanto il sistema a essere in difficoltà. Può esserlo anche la rappresentanza politica di una società sempre più frammentata.

Il dato più interessante riguarda Futuro Nazionale, indicato dal sondaggio citato intorno all’8 per cento. Una percentuale che, se confermata, renderebbe estremamente difficile per il centrodestra raggiungere il fatidico 42 per cento. E proprio Roberto Vannacci, forte di questa capacità potenziale di spostare gli equilibri, sembra poter assumere una posizione negoziale molto più forte rispetto al passato.

La politica delle coalizioni, allora, potrebbe trasformarsi nella politica dei piccoli ma decisivi numeri.

In un sistema bipolare imperfetto, infatti, non sono necessariamente i partiti maggiori a determinare da soli il risultato finale. Possono essere le forze intermedie, quelle capaci di sottrarre pochi punti percentuali a uno schieramento o di trasferirli verso l’altro, a decidere chi può governare. L’8 per cento di un partito può valere più del 30 per cento di un partito isolato, se quel primo dato diventa indispensabile per superare una soglia.

Anche a sinistra il quadro non appare rassicurante.

Il Partito Democratico, secondo il sondaggio di Antonio Noto citato nell’analisi, sarebbe sceso al 19,5 per cento, tornando sotto la soglia psicologica del 20 per cento. È un dato politicamente significativo perché colloca il partito di Elly Schlein in una posizione molto più delicata rispetto alla fase di crescita seguita alle elezioni europee. Il confronto con il risultato delle politiche del 2022 e con quello europeo rende ancora più evidente il problema: il Partito Democratico non può permettersi di considerare acquisito il proprio ruolo di guida del centrosinistra.

E qui compare la seconda grande questione: Giuseppe Conte.

Per Elly Schlein il problema non è soltanto Giorgia Meloni. È anche la possibilità che il Movimento 5 Stelle possa tornare a rappresentare una forza capace di contendere al Partito Democratico la leadership dell’area progressista. Conte sembra muoversi con decisione proprio in questa direzione.

Se la nuova legge elettorale dovesse confermare un’indicazione del presidente del Consiglio già contenuta nel programma elettorale, la questione delle leadership diventerebbe inevitabile. Non sarebbe più sufficiente stabilire quali partiti debbano allearsi. Bisognerebbe stabilire chi debba guidare la coalizione.

E a quel punto le primarie potrebbero diventare non una possibilità, ma quasi una necessità.

Il confronto tra Conte e Schlein alla Festa dell’Unità di Reggio Emilia assume così un significato che supera l’episodio. Conte atteso sabato, Schlein domenica: due presenze distinte, ma inserite nello stesso spazio simbolico. La mobilitazione di militanti, autobus e automobili dà alla manifestazione il carattere di una prova generale. Non ancora una campagna per le primarie, forse, ma certamente l’apertura di una stagione nella quale la leadership del centrosinistra dovrà essere nuovamente discussa.

È interessante osservare come la politica italiana stia tornando, quasi ciclicamente, alla sua domanda originaria: chi rappresenta chi?

La destra deve fare i conti con la crescita di soggetti che possono rendere più difficile il raggiungimento della soglia necessaria a governare. La sinistra deve affrontare una competizione interna che riguarda contemporaneamente il Partito Democratico, il Movimento 5 Stelle e le altre forze dell’area progressista. Nel mezzo rimangono formazioni come Azione e gli spazi politici che cercano di sottrarsi alla logica rigida dei due schieramenti.

Il risultato potrebbe essere una politica nella quale nessuno è davvero sconfitto e nessuno è davvero vincitore.

Ed è proprio questo il significato più profondo del possibile 41,5 contro 41,5.

Un paese diviso quasi perfettamente in due non produce automaticamente una democrazia bloccata. Può produrre, al contrario, una fase di trasformazione. Ma perché questa trasformazione non diventi soltanto immobilismo, deve trovare strumenti politici adeguati. Il problema non è semplicemente che due coalizioni siano vicine nei sondaggi. Il problema è che la distanza tra consenso elettorale e capacità di governare potrebbe diventare troppo grande.

La soglia del 42 per cento, dunque, è soltanto la superficie del problema.

Sotto di essa si muove qualcosa di più profondo: una società nella quale le appartenenze politiche sono meno stabili, le coalizioni più fragili, i leader più esposti e gli elettori più disponibili a spostarsi da uno schieramento all’altro.

Meloni e Schlein hanno entrambe ragioni per preoccuparsi, ma per ragioni diverse.

La prima deve guardare alla destra che si muove alla sua destra e che potrebbe rendere matematicamente più difficile la conquista del premio di maggioranza. La seconda deve guardare a un centrosinistra nel quale la leadership non è più scontata e nel quale Conte può trasformare la competizione politica in una competizione sulla rappresentanza stessa dell’opposizione.

In questo scenario, il futuro della politica italiana potrebbe non essere deciso soltanto dalle elezioni, ma da ciò che accadrà dopo un’eventuale elezione senza vincitore.

È questa la vera incognita.

Perché se il 42 per cento fosse raggiunto, il sistema produrrebbe il suo vincitore. Se nessuno lo raggiungesse, invece, comincerebbe una fase completamente diversa, nella quale Parlamento, partiti e istituzioni dovrebbero trovare una risposta a una domanda che nessuna legge elettorale può evitare per sempre: come trasformare una società frammentata in una maggioranza politica capace di governare?

Forse è proprio qui che la frase di Croce acquista il suo significato più autentico. La storia è sempre contemporanea, perché il passato non ritorna mai semplicemente uguale a se stesso: ritorna come problema, come interrogativo, come necessità di comprendere il presente.

E il possibile pareggio italiano è precisamente questo: non la fotografia immobile di due schieramenti equivalenti, ma il segnale di una politica che potrebbe essere costretta a cambiare forma.

Perché il 42 per cento può essere una soglia matematica. Una maggioranza politica, invece, nasce dalla capacità di convincere una società che esiste ancora un futuro comune.

Tutte l’opinioni versati nel sito correspondono solo a chi la manifesta. Non e necessariamente l’opinione della Direzione

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