LAICO E CRISTIANO.
SAN GIUSEPPE MOSCATI. LA BANDIERA DELLA SUA SANTITÀ
di Pierfranco Bruni
Laico e cristiano sono un intreccio profondamente spirituale. Di una metafisica spirituale che potrebbe richiamare Marcel. Infatti quando Don Giussani si occupò di Moscati per una prefazione a un volume scrisse che San Giuseppe Moscati rappresenta la «bandiera di che cosa significhi ‘laico, cioè cristiano'». È una definizione che non è definizione. È bandiera. E la bandiera non si spiega, si segue. Si riconosce da lontano. Giussani, che ha educato generazioni a riconoscere la Presenza dentro la vita normale, ha visto in Moscati non un modello da imitare, ma un segno da riconoscere. Don Luigi Giussani su San Giuseppe Moscati: «Questa è la storia di un santo laico, che ha vissuto la vita quotidiana in un modo nuovo. Da cristiano che chiede alla santità di Dio di rendere vero e compiuto ogni suo gesto». Un modo nuovo. Non una vita nuova. La vita è sempre la stessa: corsia, laboratorio, cattedra, ricetta, povertà, colera. Ciò che è nuovo è il modo. Il modo è la santità che chiede a Dio di rendere vero ogni gesto. Non di renderlo straordinario. Di renderlo vero.
È qui la rivoluzione laicale di Moscati. Non fa gesti straordinari. Fa veri i gesti ordinari. Con formula che resta scolpita come epitaffio: «laico fino nelle ossa, cristiano fin nel midollo» don Giussani su San Giuseppe Moscati. Fino nelle ossa e fin nel midollo. Non c’è separazione. Non c’è doppia vita. Il laico non è un cristiano a metà. È cristiano fin nel midollo, cioè nella parte più nascosta, più vitale, più generatrice del sangue. E laico fino nelle ossa, cioè nella struttura che lo tiene in piedi, che lo fa camminare, che lo fa stare nel mondo. Ossa e midollo. Struttura e vita. Laicità e cristianità. Senza compromesso.
Giovanni Paolo II su San Giuseppe Moscati chioserà «Un modello di vita cristiana e di dedizione ai malati che ci offre la figura di Giuseppe Moscati, il medico napoletano che ha saputo unire l’alta competenza scientifica con la pratica eroica della carità evangelica». Giovanni Paolo II dice «unire». Non confondere. Non sovrapporre. Unire. L’alta competenza scientifica resta alta competenza. La carità eroica resta eroica. Ma in Moscati si uniscono. Non perché la scienza diventa carità, ma perché la scienza è abitata dalla carità. Il medico napoletano non cura meno perché prega di più. Cura di più perché prega. La sua diagnosi è più acuta perché il suo sguardo è più caritatevole.
Mentre Paolo VI su Moscati: «Moscati ci dà l’esempio di come la professione del medico possa diventare un apostolato di carità, dove la scienza non è che lo strumento di un amore più grande verso il prossimo sofferente». Paolo VI, il Papa del Concilio, il Papa di _Lumen Gentium_, dice una parola che è ecclesiologia pura: apostolato. La professione diventa apostolato. Non nel senso devozionale. Nel senso conciliare. Il laico è apostolo non fuori dalla professione, ma dentro la professione. E la scienza non è che lo strumento. Lo strumento di un amore più grande. La scienza non è fine. È strumento. E lo strumento serve se c’è una mano che lo usa con amore.
Giuseppe Moscati: «La scienza ci promette il benessere e tutt’al più il piacere; la religione e la fede ci danno il balsamo della consolazione e la vera felicità». Moscati scienziato dice questo. Non un predicatore. Uno che ha pubblicato su «Alcuni effetti della privazione dell’ipofisi cerebrale nei cani secondo un nuovo metodo orbitario». Su «Peritonite tubercolare sperimentale». Su «Cisti colloide dell’apice del polmone».
Uno che sa cosa è la scienza. E dice: la scienza promette benessere, tutt’al più piacere. Non disprezza la scienza. La delimita. Le dà il suo perimetro. Il benessere e il piacere sono perimetro. La vera felicità è oltre. È balsamo. È consolazione. È fede. Il rapporto tra scienza e fede è stato affrontato con molto acume da Benedetto XVI e proprio intorno a questa problematica citò San Giuseppe Moscati sottolineando: «Pensiamo all’opera di tanti Santi e Sante che per secoli hanno speso la vita nel servizio dei malati (…); oppure a figure esemplari più vicine a noi, come san Giuseppe Moscati, la cui memoria liturgica ricorre proprio in questi giorni: il suo è stato un cammino di fede e di preghiera, vissuto con generosa dedizione alla cura dei sofferenti ed interpretato non come mestiere, ma come vera vocazione» (dal discorso pronunciato il 17 novembre 2012 durante la XXVII Conferenza Internazionale del Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari).
Benedetto pone al centro proprio la figura del medico Moscati nella cristianità del confronto con il dolore. Tra Benedetto XVI e Moscati ci fu una intesa fortemente teologica proprio in virtù del rapporto tra scienza e fede. Perché per entrambi la ricerca ha un suo senso finché la «scienza non contraddica la fede» (parole di Benedetto). D’altronde la prima enciclica di Benedetto Deus caritas est va in questa direzione. Qui Benedetto XVI esprimerà un concetto che sembra essere stato formulato da San Giuseppe Moscati: «La competenza professionale è una prima fondamentale necessità, ma da sola non basta. Si tratta, infatti, di esseri umani, e gli esseri umani hanno bisogno sempre di qualcosa di più di una cura tecnicamente corretta. Hanno bisogno di umanità. Hanno bisogno dell’attenzione del cuore». Incisivo! Come pure sulla carità. Moscati sulla carità si soffermerà molto sulla visione paolina della carità.
Benedetto XXVI ancora dirà: «La carità cristiana dev’essere indipendente da partiti ed ideologie. L’attività caritativa del cristiano dev’essere indipendente da partiti ed ideologie. Il programma del cristiano — il programma del buon Samaritano, il programma di Gesù — è ‘un cuore che vede’. Questo cuore vede dove c’è bisogno di amore e agisce in modo conseguente». Insomma pur non soffermandosi molto direttamente su Moscati, Benedetto farà sue molte visioni del Santo napoletano.
Appunto: «Chi può metta. Chi non può prenda». È l’incipit della vita di un laico diventato Santo. Una frase che intreccia il mondo francescano con quello gesuitico. Questa frase trovata sul suo tavolo, scritta a mano, è Vangelo. È la Regola. È francescana perché è povertà condivisa, è gesuitica perché è discernimento. Chi può metta. Non per obbligo. Per capacità. Chi non può prenda. Non per vergogna. Per bisogno. È economia rovesciata. È Provvidenza che non è assistenzialismo, è restituzione. Dal volume di Marranzini le parole di San Giuseppe Moscati: «Non la scienza, ma la carità ha trasformato il mondo, in alcuni periodi; e solo pochissimi uomini son passati alla storia per la scienza; ma tutti potranno rimanere imperituri, simbolo dell’eternità della vita, in cui la morte non è che una tappa, una metamorfosi per un più alto ascenso, se si dedicheranno al bene» (dal volume 1, Alfredo Marranzini, Giuseppe Moscati, Edizioni ADP, 2008). Qui c’è tutto il testamento di Moscati. Non la scienza, ma la carità ha trasformato il mondo.
Non la nega. La relativizza storicamente: in alcuni periodi. E poi l’affondo escatologico che dice che solo pochissimi passano alla storia per la scienza, ma tutti possono rimanere imperituri se si dedicano al bene. La morte non è che una tappa, una metamorfosi per un più alto ascenso. È platonico e cristiano insieme. È metamorfosi. Non fine. «Ama la verità, mostrati qual sei, e senza infingimenti e senza paura e senza riguardi. E se la verità ti costa la persecuzione, e tu accettala; e se il tormento, e tu sopportalo. E se per la verità dovessi sacrificare te stesso e tua vita, e tu sii forte nel sacrificio».
Questo è del 17 ottobre 1922. È la sua regola monastica per il laico. Ama la verità. Mostrati qual sei. Senza infingimenti, senza paura, senza riguardi. È epistemologia ascetica. La verità come forma di martirio quotidiano. Se ti costa persecuzione, accettala. Se ti costa tormento, sopportalo. Se ti costa la vita, sii forte nel sacrificio. Non è eroismo. È coerenza ontologica. Ancora dal testo di Marranzini il quale riporta dalle lettere di Moscati: «Abbiate, nella missione assegnatavi dalla Provvidenza vivissimo sempre il senso del dovere: pensate cioè che i vostri infermi hanno soprattutto un’anima a cui dovete sapervi avvicinare, e che dovete avvicinare a Dio; pensate che vi incombe l’obbligo di amore allo studio, perché solo così potrete adempiere al grande mandato di soccorrere le infelicità. Scienza e fede!».
Si affida a un forte senso del dovere, ma assegnato dalla Provvidenza. Non dal primario, non dal barone. Dalla Provvidenza. E gli infermi hanno soprattutto un’anima. Non solo. Soprattutto. Avvicinare l’anima e avvicinarla a Dio. E poi l’obbligo di amore allo studio. Non obbligo di studio. Obbligo di amore allo studio. Perché solo così si soccorrono le infelicità. E chiude con il grido, con il sigillo: Scienza e fede! Con punto esclamativo. Non come conciliazione diplomatica. Come sintesi vitale. Dal 2 volume di Marranzini si legge: «Sono un cristiano e ricordo la massima della carità». Semplice. Disarmante. Sono un cristiano. Non dice: sono un cattolico praticante, sono un devoto. Sono un cristiano. E ricordo la massima della carità. La carità ha una massima. Ha un principio. Non è sentimento. È massima. È legge interiore.
Sempre dal Volume 2: «Chi non abbandona Dio, avrà sempre una guida nella vita, sicura e diritta. Non prevarranno deviazioni, tentazioni, passioni a smuovere colui che del lavoro e della scienza di cui l’initium est timor Domini, ha fatto il suo ideale». È la chiave di volta. Chi non abbandona Dio. Non chi cerca Dio ogni tanto. Chi non lo abbandona. Avrà guida sicura e diritta. Non prevarranno deviazioni, tentazioni, passioni. E l’ideale: lavoro e scienza di cui l’initium est timor Domini. L’inizio della scienza è timore del Signore. Non paura servile. Timore filiale. Rispetto del mistero. Custodia del limite. «Occorre solo un cuore semplice, come di bambino, per riconoscere i segni della grande Presenza dentro la vita normale, come incontrando un medico nella stanzetta di un ospedale o una giovane donna con un bimbo deposto in una mangiatoia.» (Dalla prefazione di Luigi Giussani al libro di Paola Bergamini, Laico cioè cristiano. San Giuseppe Moscati medico, 2003).
Giussani chiude il cerchio. Occorre solo un cuore semplice, come di bambino. Non occorre una laurea, non occorre una teologia. Occorre semplicità. Per riconoscere i segni della grande Presenza dentro la vita normale. Non fuori. Dentro. Come incontrando un medico nella stanzetta di un ospedale. È Moscati. O una giovane donna con un bimbo deposto in una mangiatoia. È Maria. È Natale. Il medico e la Madre. La corsia e la mangiatoia. La stessa Presenza. La stessa semplicità. Questo è Moscati. Laico fino nelle ossa. Cristiano fin nel midollo. L’amore per Dio resta il centro. Sono state messe in atto le parole che poi Benedetto XVI scriverà in quella sua prima attestazione della enciclica, ovvero: «Amore di Dio e amore del prossimo si fondono insieme: nel più piccolo incontriamo Gesù stesso e in Gesù incontriamo Dio». Moscati fu il medico che ha fatto del camice una veste liturgica e della corsia un altare. Non perché ha benedetto gli strumenti, ma perché li ha usati come se ogni malato fosse Cristo.
Un atto di fedeltà alla fede. Fedeltà alla Fede è un impegno non solo spirituale ma umano. Ciò che fece della sua vita San Giuseppe Moscati: «I malati sono le figure di Gesù Cristo. Molti sciagurati, delinquenti, bestemmiatori, vengono a capitare in ospedale per disposizione della misericordia di Dio, che li vuole salvati! (…) Volgetevi tutti i giorni ai divini ideali (…) e pensate che i vostri infermi sono, soprattutto, delle anime, a cui dovete saper guardare». Dunque. Bisogna saper guardare. Lo sguardo è lo specchio di se stessi nel quale l’altro vive costantemente.
