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Tra posti di lavoro e minacce globali: Trump ignora la sfida dei Data Center e dell’IA

A admin
11 de septiembre, 2026

Domenico Maceri


“I data center sarebbero utili a qualunque comunità. Si tratta di posti di lavoro, salari e tasse più basse”. Così il presidente Donald Trump si è schierato a favore della costruzione dei data center, strutture indispensabili per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale.

Il presidente Usa, come spesso accade, mette in primo piano gli aspetti economici, senza considerare le altre preoccupazioni che la proliferazione dei data center suscita tra molti americani. Il 69% degli americani, infatti, è contrario alla costruzione di data center nella propria comunità, mentre solo il 31% è favorevole. L’opposizione attraversa anche gli schieramenti politici: è contrario l’81% dei democratici, ma anche il 57% dei repubblicani. Tra gli indipendenti, gli oppositori arrivano al 71%.

Questa opposizione trasversale ai data center e all’intelligenza artificiale (IA) emerge anche dalle posizioni di due figure politiche collocate agli antipodi. Da una parte Steve Bannon, ex stratega e collaboratore di Donald Trump, esponente dell’ultradestra; dall’altra il senatore Bernie Sanders, leader della sinistra democratica. Entrambi condividono forti perplessità sulla proliferazione dei data center e sui rischi legati all’intelligenza artificiale.

I data center sono le strutture fisiche che consentono il funzionamento dei sistemi di intelligenza artificiale. Il loro consumo energetico è enorme e mette sotto pressione le reti elettriche locali. Inoltre, secondo i critici, la crescente domanda di energia rischia di rallentare la transizione verso le fonti rinnovabili. Per il loro funzionamento, i server hanno bisogno anche di ingenti quantità di acqua per evitare il surriscaldamento. Un problema particolarmente rilevante nelle aree degli Usa già colpite dalla scarsità idrica.

A questi problemi si aggiungono i rifiuti prodotti dalle apparecchiature elettroniche, che possono contenere metalli e materiali tossici. Ma per molti americani la preoccupazione più immediata riguarda il lavoro. L’americano medio teme infatti che l’intelligenza artificiale possa eliminare milioni di posti di lavoro. Dario Amodei, cofondatore e AD di Anthropic, l’azienda di IA che ha creato i modelli Claude, ha sostenuto che il 50% dei posti di lavoro di livello base potrebbe scomparire nei prossimi cinque anni, con un possibile aumento della disoccupazione dal 10 al 20%.

Ancora più inquietanti sono i timori legati alla sicurezza. Alcuni Paesi potrebbero utilizzare l’intelligenza artificiale per scopi militari, mentre altri potrebbero sfruttarla con finalità terroristiche. Esiste però una preoccupazione ancora più radicale: che i modelli di IA possano arrivare ad agire autonomamente, sottraendosi al controllo degli esseri umani.

Un episodio di questo genere sarebbe avvenuto tra maggio e luglio del 2026. La vicenda, associata a Hugging Face, ha alimentato il timore di attacchi informatici non direttamente orchestrati da esseri umani. Un gruppo di modelli di IA aveva ricevuto istruzioni per risolvere un problema all’interno di una “sandbox”, un ambiente isolato. I modelli, però, avrebbero aggirato alcuni dei parametri imposti, agendo in maniera autonoma nel tentativo di raggiungere l’obiettivo.

È proprio questa possibilità a preoccupare maggiormente gli esperti: che sistemi sempre più sofisticati possano sviluppare comportamenti non previsti dai loro creatori. Il timore è che, senza guardrail e regole condivise a livello globale, l’IA possa arrivare a danneggiare gli esseri umani o, in prospettiva, a sostituirli in una parte crescente delle attività.

Il nuovo allarme è stato lanciato da tre ricercatori che lavoravano nella società dei fratelli Amodei, Anthropic, una delle aziende che ha già espresso dubbi sull’impiego dell’IA per obiettivi militari e si è scontrata con l’amministrazione Trump.

Ma la preoccupazione per i rischi dell’IA è emersa anche dalle dichiarazioni di Jacob Coxon, ricercatore che aveva lasciato OpenAI per collaborare con Anthropic. Dopo aver rassegnato le dimissioni anche da Anthropic, Coxon ha dichiarato che «le persone che sviluppano l’AI credono sinceramente che potrebbe ucciderci tutti entro la fine del decennio».

Il vero punto di svolta, secondo questa prospettiva, arriverebbe se l’IA diventasse capace di migliorarsi autonomamente. L’episodio di Hugging Face, sostengono i suoi critici, avrebbe già mostrato un assaggio di questo rischio: gli agenti di IA avrebbero dimostrato la capacità di coordinarsi tra loro per raggiungere un obiettivo, arrivando persino a non seguire i comandi degli esseri umani.

Servirebbero dunque paletti a livello nazionale, ma negli Stati Uniti le aziende coinvolte nello sviluppo dell’IA si oppongono a una regolamentazione più stringente, citando soprattutto la concorrenza della Cina. Un timore che non può essere liquidato facilmente, ma che apre una questione più ampia: come regolamentare una tecnologia che non conosce confini nazionali?

Alcuni analisti sostengono infatti che la risposta ai rischi dell’IA dovrebbe essere globale, richiamando l’iniziativa del presidente americano Dwight Eisenhower. In un discorso alle Nazioni Unite, Eisenhower affrontò il problema della proliferazione nucleare e spinse per la creazione di organismi internazionali capaci di gestire la minaccia. Da quella spinta nacquero anche iniziative come la creazione dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA).

Il precedente nucleare, tuttavia, mostra anche i limiti della cooperazione internazionale: una dozzina di Paesi ha comunque sviluppato proprie armi nucleari. Ed è proprio la minaccia nucleare che il presidente americano Trump ha indicato come una delle ragioni dell’intervento militare nel Golfo Persico, sostenendo la necessità di impedire all’Iran di ottenere armi nucleari.

Trump, però, non sembra intenzionato a promuovere una regolamentazione dell’IA né a livello nazionale né internazionale e continua a rilanciare proposte e dichiarazioni controverse. Una delle ultime è stata la promessa di versare 5.000 dollari a ogni cittadino adulto se i repubblicani manterranno il controllo sia della Camera dei rappresentanti sia del Senato alle prossime elezioni di medio termine, a novembre.

Il contrasto è evidente: mentre crescono i timori per l’impatto dell’intelligenza artificiale sul lavoro, sull’ambiente e sulla sicurezza, la Casa Bianca continua a puntare sull’espansione della tecnologia. La vera domanda, quindi, non è più se l’IA cambierà l’America e il mondo ma quanto velocemente avverrà e che ne sarà della nostra umanità.


Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

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