Il potere alla prova dei fatti: Meloni, Salvini e Schlein davanti al nuovo autunno politico
| Carlo Di Stanislao |
«Conoscere per deliberare.»
— Luigi Einaudi
Il potere torna alla prova dei fatti. Dopo l’estate, la politica italiana riprende il suo cammino con le stesse domande lasciate in sospeso e con qualche interrogativo in più. Parlamento e partiti tornano al lavoro, ma dietro la ripresa istituzionale si muove una questione molto più profonda: quanto vale il consenso quando non riesce a trasformarsi in decisioni, e quanto valgono le decisioni quando non riescono a produrre risultati?
È una domanda che riguarda innanzitutto Giorgia Meloni e il suo governo. La premier può rivendicare una durata dell’esecutivo ormai significativa nella storia della Repubblica. In un Paese abituato a governi brevi, crisi improvvise e maggioranze continuamente sottoposte a verifica, la capacità di mantenere una coalizione al potere rappresenta certamente un risultato politico.
Ma la durata non coincide necessariamente con la solidità e la solidità non coincide necessariamente con la capacità di governare.
All’inizio di una legislatura molte difficoltà possono essere attribuite al passato, alle condizioni ereditate, alla complessità della macchina amministrativa. Con il passare del tempo, invece, il governo diventa sempre più responsabile dei risultati che produce e dei problemi che non riesce a risolvere.
È questo il passaggio decisivo per Meloni: trasformare la stabilità politica in capacità concreta di cambiamento.
La maggioranza, del resto, non è un corpo uniforme. Matteo Salvini conserva una forte identità legata alla Lega, ai territori settentrionali e alla questione dell’autonomia. Antonio Tajani rappresenta invece una sensibilità moderata, europeista e legata alla tradizione liberale e popolare. Fratelli d’Italia rimane il perno della coalizione e il partito della presidente del Consiglio.
Tenere insieme queste componenti richiede una capacità di mediazione che non può essere sottovalutata.
La discussione sulla legge elettorale e sulle preferenze mostra bene quanto sia delicato l’equilibrio. A prima vista si tratta di una questione tecnica, ma dietro le modalità con cui vengono scelti i parlamentari si nasconde una domanda essenziale: chi deve avere il maggiore potere nella selezione della classe dirigente, l’elettore o il partito?
Ogni sistema elettorale produce conseguenze politiche. Le preferenze rafforzano il rapporto diretto tra candidato ed elettore, ma possono aumentare la competizione interna. Altri sistemi affidano maggiormente ai partiti la composizione delle liste.
Per questo una legge elettorale non è mai soltanto una legge elettorale. È anche una legge sul potere.
E quando una maggioranza discute delle regole con cui si presenterà alle prossime elezioni, inevitabilmente comincia a ragionare sul proprio futuro. Ogni partito calcola i propri interessi, le proprie candidature, i propri territori, le proprie possibilità.
Il rischio è che la politica finisca per dedicare più energie alla conquista e alla conservazione del potere che alla responsabilità del suo esercizio.
La vicenda della Lega e dei rapporti con i governatori del Nord rientra in questo quadro. Una tregua può essere un segnale positivo, ma una tregua non equivale necessariamente alla soluzione di un conflitto. In politica, talvolta, significa semplicemente che tutti hanno compreso che in quel momento è più conveniente evitare lo scontro.
La vera prova sarà capire se l’accordo riuscirà a diventare una linea politica stabile.
Anche il posizionamento di Roberto Vannacci e il rapporto con Alternative für Deutschland inseriscono un ulteriore elemento nella discussione sulla destra italiana ed europea. La questione non riguarda soltanto una persona, ma l’evoluzione di una parte della destra continentale, sospesa tra sovranismo, identità nazionale, rapporto con l’Europa e nuove forme di radicalizzazione politica.
Per Meloni si tratta di un equilibrio delicato. La sua forza politica nasce da una precisa identità, ma la responsabilità di governo impone pragmatismo e credibilità internazionale.
È il paradosso del governo: ciò che permette di vincere le elezioni deve poi confrontarsi con la complessità della realtà.
E mentre il centrodestra cerca di governare le proprie differenze, il centrosinistra deve affrontare un problema speculare: trasformare l’opposizione in una concreta alternativa di governo.
Elly Schlein ha davanti a sé una possibilità importante. Ma per diventare alternativa a Meloni non basta denunciare ciò che il governo fa o non fa. Occorre costruire una visione diversa dell’Italia.
Ed è proprio a questo punto che il tema del cinema acquista un significato politico molto più profondo.
Potrebbe sembrare un passaggio laterale rispetto alla legge elettorale, ai rapporti nella maggioranza o alla competizione tra governo e opposizione. In realtà è esattamente il contrario. Se la politica è chiamata a proporre un’idea di futuro, allora il cinema e la cultura sono uno dei luoghi nei quali quell’idea di futuro viene immaginata, discussa e resa visibile.
La politica decide come distribuire risorse, come organizzare istituzioni, come costruire infrastrutture. Ma una comunità non vive soltanto di infrastrutture materiali. Vive anche di un’infrastruttura invisibile fatta di memoria, linguaggio, conoscenza, immaginazione e valori condivisi.
Il cinema appartiene a questa infrastruttura.
Un film racconta ciò che una società è stata, ciò che è diventata e, talvolta, ciò che potrebbe diventare. Per questo il cinema non è soltanto spettacolo e non è soltanto industria. È uno strumento attraverso il quale una nazione guarda se stessa.
Ed è precisamente qui che il cinema entra nella tesi politica dell’articolo.
Se governare significa scegliere una direzione, allora occorre anche stabilire quale immagine del Paese si vuole consegnare al futuro. Una politica incapace di produrre una visione si limita ad amministrare l’esistente. Può approvare leggi, distribuire risorse, correggere bilanci, ma non riesce a dire dove vuole condurre la comunità.
La cultura è invece il luogo nel quale una società può anticipare il proprio futuro prima ancora di costruirlo materialmente.
Per questo il cinema può essere una questione politica nel senso più alto del termine.
Sostenere la produzione cinematografica, tutelare le sale, formare sceneggiatori, registi e tecnici, conservare gli archivi, promuovere il restauro, favorire l’accesso dei giovani alle professioni creative non significa semplicemente aiutare un settore economico. Significa mantenere viva la capacità del Paese di produrre immagini, racconti e interpretazioni della propria esperienza.
E nell’epoca delle piattaforme globali, degli algoritmi e dell’intelligenza artificiale, questa capacità diventa ancora più importante.
Le immagini che formano l’immaginario delle nuove generazioni non conoscono più confini nazionali. Le grandi piattaforme distribuiscono contenuti su scala planetaria e gli algoritmi contribuiscono a decidere ciò che vediamo. È un processo inevitabile e in molti aspetti straordinariamente positivo, ma pone una domanda politica: può una comunità continuare a riconoscersi se rinuncia progressivamente alla capacità di raccontarsi?
La risposta non può essere il protezionismo culturale. Non si tratta di chiudere l’Italia al mondo, ma di fare in modo che l’apertura non diventi dissoluzione della propria voce.
Qui il cinema si collega direttamente alla politica industriale, alla scuola e alla formazione.
Un Paese che vuole competere nel futuro deve investire non soltanto in fabbriche, infrastrutture e tecnologia, ma anche nelle persone capaci di produrre idee. Un regista, uno sceneggiatore, un compositore, un montatore, un direttore della fotografia o un giovane autore rappresentano una forma di capitale umano tanto quanto un ingegnere o un ricercatore.
La creatività è una risorsa economica, ma prima ancora è una risorsa civile.
Ecco perché una proposta politica sulla cultura dovrebbe essere molto più ambiziosa della semplice discussione sui finanziamenti al cinema. Dovrebbe interrogarsi sul rapporto tra scuola e creatività, tra università e ricerca, tra patrimonio storico e innovazione, tra identità nazionale e apertura internazionale.
In altre parole, dovrebbe rispondere alla stessa domanda che attraversa tutta la politica: quale Paese vogliamo essere?
È qui che il confronto tra maggioranza e opposizione può diventare finalmente interessante.
Il centrodestra può rivendicare il valore della memoria, dell’identità e della tradizione. Il centrosinistra può sottolineare pluralismo, inclusione e apertura. Ma nessuna delle due prospettive può esaurirsi nello slogan.
La vera sfida consiste nel trasformare una visione culturale in una politica concreta.
Perché il cinema, in fondo, insegna qualcosa che vale anche per la politica: non basta avere dei protagonisti; bisogna sapere quale storia si vuole raccontare.
Una maggioranza può avere numeri e consenso, ma senza una direzione rischia di limitarsi a conservare se stessa. Un’opposizione può avere molte critiche, ma senza un progetto rischia di vivere soltanto della debolezza dell’avversario.
Il cinema diventa allora una metafora, ma anche qualcosa di più di una metafora. È un esempio concreto di come una comunità possa trasformare memoria, conflitto, immaginazione e competenze in un racconto condivisibile.
Ed è proprio questo che la politica dovrebbe tornare a fare: non soltanto amministrare ciò che esiste, ma costruire un racconto credibile di ciò che può ancora esistere.
Alla fine, dunque, il problema riguarda tutti.
Meloni dovrà dimostrare che la stabilità può diventare trasformazione. Salvini dovrà trovare un equilibrio tra identità territoriale e responsabilità nazionale. Tajani continuerà a rappresentare l’anima moderata della coalizione. Schlein dovrà dimostrare che l’opposizione può trasformarsi in un progetto credibile.
E tutti dovranno confrontarsi con la stessa domanda.
Non soltanto chi ha il potere.
Ma per fare che cosa.
È qui che torna la lezione di Luigi Einaudi: «Conoscere per deliberare».
Prima comprendere la realtà, poi scegliere. E dopo aver scelto, assumersi la responsabilità delle conseguenze.
La politica italiana produce già abbastanza parole. Ciò che serve è una maggiore capacità di trasformarle in decisioni, risultati e visione.
Perché gli elettori possono ascoltare gli slogan e seguire le polemiche, ma alla fine giudicano ciò che cambia nella loro vita.
E giudicano anche ciò che un Paese riesce ancora a immaginare.
Perché un governo può amministrare il presente, ma soltanto una politica dotata di visione può costruire il futuro. E il cinema, insieme alla cultura, è uno dei luoghi nei quali quel futuro comincia a prendere forma prima ancora di diventare realtà.
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