Vannacci prima di Vannacci
Carlo Di Stanislao
“La propaganda è all’arte della democrazia ciò che la violenza è alla dittatura.” — Noam Chomsky
La regia non è necessariamente una stanza segreta, un burattinaio nell’ombra o un piano scritto nei minimi dettagli. Nella politica contemporanea può essere qualcosa di molto più sottile: una rete di persone, interessi, idee, relazioni e occasioni che, senza rispondere a un unico comando, finiscono per spingere nella stessa direzione.
Quando un personaggio fino a poco prima sconosciuto diventa improvvisamente protagonista della scena pubblica, la domanda non dovrebbe essere soltanto: perché ha avuto successo? Bisognerebbe chiedersi anche chi abbia preparato il terreno, chi abbia amplificato il messaggio, chi lo abbia trasformato in un simbolo e, soprattutto, perché proprio quella figura sia riuscita a intercettare un bisogno già presente nella società.
Un libro, da solo, raramente crea un fenomeno politico. Può però diventare il detonatore di qualcosa che era già pronto a esplodere.
Il meccanismo è semplice. Una persona esprime idee forti; quelle idee provocano una reazione; la reazione genera attenzione; l’attenzione costruisce notorietà; la notorietà trasforma l’autore in personaggio; il personaggio, infine, diventa il simbolo di una parte della società.
A quel punto anche l’attacco può diventare propaganda.
Chi lo critica ne aumenta la visibilità. Chi lo accusa di essere pericoloso può rafforzarne l’immagine di ribelle. Chi tenta di delegittimarlo può involontariamente alimentare il racconto secondo cui il sistema avrebbe paura di lui.
È il paradosso della politica spettacolare: più si combatte un simbolo, più lo si rende visibile.
Ma esiste un livello ancora più profondo.
Le idee non nascono nel vuoto. Viaggiano attraverso libri, social network, gruppi politici, ambienti culturali e relazioni internazionali. Possono comparire contemporaneamente in Paesi diversi perché appartengono alla stessa corrente ideologica.
Questo, naturalmente, non dimostra l’esistenza di una regia straniera.
La somiglianza non è una prova di subordinazione.
Ma quando le convergenze diventano numerose, sistematiche e accompagnate da rapporti concreti, è legittimo porsi domande. Non accuse: domande.
Chi finanzia?
Chi organizza?
Chi comunica?
Chi amplifica?
Chi trae vantaggio?
Sono queste le domande che separano l’inchiesta dal complottismo.
Il complottismo ha già deciso la risposta. L’inchiesta, invece, accetta anche la possibilità di scoprire che il sospetto era infondato.
La vera novità della politica contemporanea, tuttavia, è che non serve più necessariamente un regista unico.
I social possono produrre una macchina propagandistica senza che nessuno la governi interamente. Un messaggio provoca indignazione, l’indignazione genera condivisioni, le condivisioni aumentano la visibilità, la visibilità produce consenso.
Il sistema si autoalimenta.
Così una frase diventa una bandiera, un libro diventa un manifesto, un personaggio diventa un’identità.
La propaganda più efficace non dice sempre alle persone cosa pensare.
Dice loro a cosa pensare.
Sposta l’attenzione. Stabilisce il nemico. Costruisce il conflitto. Divide il mondo in “noi” e “loro”. E quando una società accetta questa semplificazione, la politica smette lentamente di essere confronto tra idee e diventa guerra tra identità.
Per questo la domanda decisiva non è soltanto: “Chi muove i fili?”.
È più scomoda:
Perché esiste un pubblico disposto a seguirli?
Perché una determinata narrazione trova terreno fertile? Perché alcune parole provocano entusiasmo e altre indifferenza? Perché una persona diventa improvvisamente il contenitore delle paure, delle rabbie e delle speranze di migliaia di individui?
La risposta porta molto più lontano del singolo personaggio.
Porta dentro una società che cerca rappresentazione, dentro un sistema politico che spesso non riesce più a intercettare il disagio e dentro un ecosistema mediatico che trasforma il conflitto in spettacolo.
La regia, allora, potrebbe non stare dietro le quinte.
Potrebbe essere già sul palcoscenico, distribuita tra tutti coloro che alimentano lo spettacolo.
Ed è questo l’aspetto più inquietante: non sempre qualcuno deve ordinare al pubblico cosa applaudire. A volte basta costruire una scena nella quale il pubblico abbia già deciso chi vuole vedere protagonista.
Perché la regia più potente non è quella di chi muove i fili, ma quella di chi riesce a far credere al pubblico di essere stato lui a scegliere lo spettacolo.
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