Nicola Comberiati, Il risveglio dell’amore, Guido Miano Editore, Milano 2026


Recensione di Maria Rizzi
La silloge “Il risveglio dell’amore” di Nicola Comberiati – Guido Miano Editore -, è una disamina ad ampio spettro delle situazioni umane, che termina con l’analisi della crisi del lirismo. Un viaggio circolare, che con stile immaginifico, esaltato da musicalità assordante, ci spinge a ripercorrere il suo vissuto e a manifestare con lui la rabbia per le ingiustizie che governano il pianeta.
L’opera è divisa in due parti: la prima, intitolata “Amori, affetti, speranze”, è centrata sugli amori più importanti della sua esistenza. Si parte dal grembo, da una mamma ‘antica’, legata ai riti di un tempo, lontana da ogni stereotipo. Vittoria, così si chiama, è guida, ma il legame profondo tra loro viene celebrato attraverso l’allattamento al seno, momento intimo e naturale, rifugio di pace e nutrimento d’amore. La donna, come accadeva spesso in passato, partorisce nove volte, cucina pasti poveri ed è dedita a lavori pesanti. L’ho definita guida, perché in ogni stagione della vita è per eccellenza il luogo del concepimento e della protezione biologica. Nel contesto della poesia del Nostro, l’eterno grembo rappresenta un capovolgimento del ciclo vitale: la madre, che un tempo ha dato la vita biologica al figlio facendolo uscire dal proprio corpo, ora lo riaccoglie idealmente in una dimensione spirituale ed eterna in ogni momento felice: “…Ma quando incontro l’amore/ ritorno/ nel mio grembo/ a ritrovare/ la bellezza dell’alba…” (Il grembo di mia madre). E quell’amore che ritrova in Vittoria, nel concreto sale i gradini della bellezza dei corpi fino alla bellezza ideale e universale.
Comberiati si definisce ‘muto d’amore’, incapace di esprimere i sentimenti con le parole. Questo atteggiamento è spesso legato a un passato in cui le emozioni non sono state accolte o validate. Il silenzio diventa una corazza protettiva contro la vulnerabilità. Ma il poeta, e soprattutto un artista come il Nostro, ha l’infinita risorsa dei versi. Sa esprimere l’amore di ogni tipo attraverso i versi e non si tratta solo di catarsi, ma di una lavorazione consapevole della parola, ritmata dai suoni della natura, affinché le esperienze intime divengano bellezza condivisa. “…Cerco nel vento/ l’aldilà del mio essere,/ i sospiri della nascita/ e i suoni di antiche melodie” (La solitudine del verso). D’altronde il verso poetico nasce da uno spazio vuoto, un ritiro ascetico o contemplativo. La parola si isola dal brusio del mondo per farsi eco autentica del paesaggio e del tempo interiore… come avviene in Petrarca o in Emily Dickinson.
La seconda parte della raccolta è intitolata “Indignazione, dolori, riscatti” e vede ergersi fiero il poeta civile, infinitamente caro al mio cuore. Comberiati inizia denunciando la guerra e l’atto dell’artista significa trasformare la parola in una testimonianza morale contro la violenza, l’irrazionalità e la distruzione dei conflitti. Il poeta rifiuta la retorica bellica e offre la visione cruda e reale della sofferenza umana in trincea, nei campi profughi, sotto le macerie. Denuncia con voce tonante i bombardamenti in Ucraina, e la poesia, unico mezzo per custodire la dignità, e ristabilire un legame di solidarietà universale, prova a resistere, mentre i giovani delle città rase al suolo coprono i corpi con i libri. “Non c’è amore nel braccio che distrugge” recita Comberiati nella lirica dedicata a Giulia Cecchettin. E la sua è una potente riflessione psicologica, legata alle relazioni malate, alla manipolazione e alla violenza. Il suo concetto, che definirei di psicologia cruda, è smantellata delle più pericolose illusioni relazionali: giustificare il danno in nome dell’amore.
A mio umile avviso i narcisisti che manipolano in nome del controllo rappresentano i deboli, gli insicuri di questa società senza spina dorsale. “…Il mare della mia infanzia/ tomba per bambini/ a cui è stato spento/ il respiro dell’infinito…”. I versi tratti da Lo steccato del mare di Cupro fanno tremare i polsi, levano il respiro a chi non ha fatto dell’indifferenza il suo habitus. Si riferiscono alla tragedia marittima avvenuta nel 2023, il naufragio di un caicco carico di migranti, che si è spezzato in due a pochi metri dalla costa di Steccato di Cutro, in provincia di Crotone, città natia dell’autore. Il bilancio fu di 94 persone morte, tra cui 35 minori e molti bambini. Sangue innocente e ‘invisibile’ nel mare nostrum a tormentare l’anima di coloro che, come Nicola Comberiati, non sanno sentirsi salvi, dopo una vita dedicata all’insegnamento, e alla creazione di una biblioteca popolare nella zona degli altipiani di Arcinazzo tra Frosinone e Roma, per far sì che i libri restino ‘biblioteca di fede’ (cit. Victor Hugo).
È importante definire nel giusto modo il valore della tonante poesia civile del Nostro. Essa rappresenta la fusione tra l’impegno etico – politico e la forza espressiva del verso, utilizzata come strumento di denuncia, risveglio delle coscienze e rottura degli schemi. Non si tratta di solo lirismo, ma di una parola-azione che assume valenza filosofica profonda. Il poeta si fa filosofo della società, criticando le derive morali, politiche e storiche del suo tempo. Il tono tonante o profetico, così limpido in Nicola Comberiati, serve a squarciare il velo di Maya dell’indifferenza di fronte all’ingiustizia.
Pur senza scrivere versi da tante stagioni amo la poesia in modo ‘matto e disperato’, per dirla con il Vate di Recanati, e i versi possenti di quest’autore, che non sceglie mai l’elegia, eppure leva canti struggenti alla natura, mi hanno conquistata. Il suo viaggio tra gli amori, le rabbie, la speranza, e la sofferenza per la crisi della poesia aderiscono al mio sentire come l’abito sognato da tempo. Egli riflette sull’incapacità del linguaggio di dare un nome al vuoto, sull’ alienazione e il trauma storico. La parola poetica diventa una casa che brucia, un’interrogazione disarmata di fronte alla dissoluzione dei valori. “La poesia/ di questi tempi/ si è fatta spettacolo/ moda/ passerella/ lagnanza e sconfitta,/ capitolo d’amore/ stracciato anzitempo…” (Poesia decaduta). Mi viene da pensare, sorridendo senza sorriso, a Pierangelo Bertoli e alla sua stupenda canzone A muso duro: “Adesso dovrei fare le canzoni/ Con i dosaggi esatti degli esperti/ Magari poi vestirmi come un fesso/ Per fare il deficiente nei concerti”. Mi scuso per la contaminazione, forse sbagliando professo la sinestesia tra tutte le arti.
A questo autore sanguigno e dolcissimo chiedo di contagiare lettori, amici e giovani con il suo silenzio palpitante e di aiutarli a svegliarsi nell’aurora di una nuova bellezza.
Maria Rizzi
Nicola Comberiati, Il risveglio dell’amore, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2026, pp.88, isbn 979-12-81351-97-4, mianoposta@gmail.com.