A 20 ANNI DALLA SCOMPARSA. ORIANA FALLACI. Scrisse una controstoria sul campo
Pierfranco Bruni
Oriana Fallaci. L’antislamica che pose l’Occidente nel cuore della civiltà. Moriva il 15 settembre 2006. Una data che non è solo una data. È una soglia. Con quel giorno non chiudeva la sua esistenza, apriva il suo mito alla storia. Non solo una giornalista. Non solo una inviata di guerra. Una scrittrice che ha penetrato i sentieri delle parole attraversando luoghi, vivendo avventure, abitando destini. Sta, con orgoglio e senza pregiudizi, nella storia della letteratura italiana del Novecento. Anzi, nel suo centro inquieto.
Una scrittrice che ha saputo raccontare la nostra contemporaneità dentro le tragedie della modernità. Passare per le parole e giungere al limitare degli orizzonti. Quegli orizzonti che, per la Fallaci, segnano il confine sottile, sanguinante, mai pacificato, tra l’Occidente e il Mediterraneo. Tra la ragione e il deserto.
Nelle sue pagine la donna non è mai figura di contorno. È figura di fondamento. È Penelope che non aspetta, è la madre che non genera, è la guerrigliera che non si arrende. È la donna che diserta l’attesa. Non tesse più la tela. La strappa. E va alla guerra, non per amore di un uomo, ma per amore di sé.
Una giornalista che è entrata nella letteratura. Anzi, ed è questa la sua vera eresia e la sua vera grandezza, una scrittrice che ha cucinato fisicamente e letterariamente il linguaggio giornalistico con quello di una scrittura rapida, nervosa, tragica, in cui il vissuto, il sofferto, il visto si è trasformato in destino.
L’Occidente con gli Stati Uniti d’America è stato il perno della sua formazione culturale. Nomadismo come categoria dello spirito. Non stanzialità come scelta etica.
Nel 1969 pubblica la sua esperienza di un anno di guerra in Vietnam in «Niente e così sia». È il libro dello smarrimento. Come Pasolini, guarda con sospetto i figli di papà che inneggiano a Che Guevara e crede poco alle piazze occupate in Italia o in Francia. Lì si muore. Qui si recita. C’è un Occidente che esplora con l’Apollo 12 la luna e un Medio Oriente in costante conflitto. La luna e la trincea.
Il suo rapporto con Alekos Panagulis, conosciuto in Grecia il 21 agosto 1973, il giorno in cui esce dal carcere, è un tassello fondamentale sia letterario che esistenziale. Tre anni soltanto, perché Panagulis muore in un misterioso incidente stradale il 1 maggio 1976. Ma quei tre anni sono la misura dell’assoluto. È l’uomo che non si piega. È Antigone al maschile.
Il suo romanzo del 1979 ha per titolo, appunto, «Un uomo». La stessa Fallaci dirà: «Un libro sulla solitudine dell’individuo che rifiuta d’essere catalogato, schematizzato, incasellato dalle mode, dalle ideologie, dalle società, dal Potere».
Due tappe fondamentali fino agli anni Novanta: il suo primo romanzo del 1962 «Penelope alla guerra», dove si racconta una donna che lascia le mura di Itaca per cercare la libertà come consapevolezza, e «Lettera a un bambino mai nato» del 1975, libro del corpo che diventa parola. È il ventre che interroga il mondo. Non c’è partito, non c’è fede, c’è una madre che parla a ciò che non è ancora nato e gli chiede se vale la pena nascere.
Da qui l’imponente romanzo «Insciallah», pubblicato nel 1990, nato dalla sua spedizione tra le truppe italiane inviate nel 1983 a Beirut. Beirut come metafora di tutti i confini. Beirut come Mediterraneo ferito. «Non di rado infatti sfuggo all’esilio delle scartoffie e non osservato osservo. Ascolto, spio, rubo alla realtà. Poi la correggo, la realtà, la reinvesto, la ricreo…». È il metodo Fallaci: rubare alla realtà per restituirla più vera.
Un filo lega «Insciallah» agli ultimi libri: «La rabbia e l’orgoglio» del 2001, nato da un lungo articolo sul Corriere della Sera del 29 settembre 2001, «La forza della ragione» del 2004 e «Oriana Fallaci intervista se stessa. L’Apocalisse» del 2004. Sono il superamento culturale della storia islamica e delle eredità mediterranee, nell’orgoglio di un Occidente che dovrebbe smettere di tessere la tela di Penelope. Ormai Penelope è andata alla guerra.
Qui si gioca l’equivoco e la grandezza. L’ultima Fallaci viene accusata di intolleranza. Ma chi la legge con sguardo mediterraneo capisce che non è intolleranza. È fedeltà. Fedeltà a quell’Occidente che l’ha formata: Omero e Dante, la Resistenza fiorentina dove da bambina faceva la staffetta partigiana, l’America di Kennedy e di Martin Luther King.
«Non siate gregge perdio, non riparatevi sotto l’ombrello delle colpe altrui, lottate, ragionate col vostro cervello». Con queste parole, nel Prologo a Un uomo del 1979, dava la sua lezione di libertà. Una lezione che oggi, vent’anni dopo la morte, brucia ancora.
Nata il 29 giugno 1929, il suo primo articolo è del 1946 su Mattino dell’Italia Centrale, il primo libro del 1958 I sette peccati di Hollywood. Tra le sue interviste dirette è passata la storia internazionale di decenni.
Con la civiltà occidentale nel cuore, non ha mai temuto giudizi secchi. Su Dario Fo e Franca Rame disse, in un’intervista a Riccardo Mazzoni su Panorama il 21 novembre 2002: «In loro non vedevo dignità…». Dei comunisti disse: «Il metodo bolscevico, anzi stalinista… Nel perseguitare l’avversario attraverso la calunnia e l’oltraggio e la menzogna».
Ebbe il coraggio di inoltrarsi nella realtà islamica, tanto da essere messa sotto processo per le sue idee. Della sinistra scrisse: «Quando ero bambina, i comunisti volevano che i ricchi si vergognassero d’essere ricchi… Ora, se non sei ricco, ti sputano addosso».
Oltre che giornalista è stata una vera scrittrice. Resta centrale, negli ultimi anni, l’incontro con Benedetto XVI in forma privata a Castel Gandolfo il 27 agosto 2005. Tra i temi: la crisi dell’Occidente e il rapporto tra Ragione e Fede. Lo definì «l’uomo politico contemporaneo più degno di ammirazione e rispetto». Fu forse l’antesignana del Discorso di Ratisbona del 12 settembre 2006. Tre giorni dopo ci lasciava.
Importanti anche i libri postumi: La paura è un peccato del 2016, Sveglia Occidente del 2021 e La forza della passione. Lettere a Monsignor Fisichella del 2026.
Il seme di Oriana è questo: non esiste neutralità. Esiste solo verità. E la verità si paga con l’esilio. Con il deserto. Con la solitudine. Con l’orgoglio di non aver mai chiesto scusa per aver amato troppo l’Occidente e troppo la libertà.
Per questo oggi va riletta non come giornalista, ma come classico. Perché ha abitato il confine. E il confine, nel Mediterraneo, è l’unico luogo dove si capisce chi siamo.
