Fulvia Donatella Narciso (in arte Viulfa Scaroni)
Splendori di vita (Poesie)
Guido Miano Editore, Milano 2026, Pagg.64


Recensione di Tito Cauchi
Fulvia Donatella Narciso, nata a Milano (1955) ma cremonese di elezione, è scrittrice multiforme dal curriculum di tutto rispetto, avendo pubblicato ed avendo ricevuto premi e riconoscimenti da oltre cinquant’anni. Vanta la discendenza dall’illustre antenato “Manzoni”. Poetessa è autrice della recente raccolta “Splendori di vita”, dedicata ai genitori Egidio e Alda.
Nella prefazione Raffaele Piazza, quanto al contenuto, rileva come elemento caratterizzante “profonde radici cattoliche”, nelle invocazioni rivolte a Dio e nell’incanto che ricava dalla natura; e quanto alla estetica indica una versificazione stilisticamente veloce che plana assecondandone l’armonia. Infine, così conclude: “un’anima alla ricerca dell’Essenza della vita” che è la “felicità”. Quanto sopra mi trova d’accordo, nondimeno seguiamo la Narciso nel suo percorso poetico.
Penso che idealmente la raccolta può dividersi in due parti, la prima di ispirazione religiosa ma non in senso manicheo, e di inno alla natura, la seconda marcatamente di dissenso verso la società. Comprende 40 componimenti, di ampiezza e di metro variabili; frequente è l’uso di parole tronche, mi pare che a volte stridano, e delle rime generalmente baciate che donano armonia; altresì, di tanto in tanto, mi pare faccia uso di tempi verbali nella forma indefinita. Farò uso di citazioni per entrare meglio nell’humus poetico della Nostra.
Trovo le prime quattro composizioni epigrafiche, lapidarie ed essenziali; così, per esempio l’incipit “Tutti i popoli del mondo/ dormono sotto lo stesso tetto…”, (Fratellanza, p.11) che sembra una ovvietà banale, reputo di grande forza e di portata universale, sia nella forma religiosa, sia nella forma umana e civile, condivisibile fra tutti i popoli, che rovescia l’egoismo che governa da sempre il mondo in cui viviamo e soprattutto nei nostri giorni. Anche la poesia successiva (Metrica, p.12) lascia riflettere; da un lato porta una grande verità intima della Poetessa e immagino, anch’essa, di portata universale: “Il tempo per soffrire è ‘lungo’…, il tempo per gioire è ‘breve’…”, in quanto i segni della sofferenza ce li trasciniamo per tutta la vita; mentre, purtroppo, non facciamo tesoro della gioia; nel contempo la gioia è fugace e può essere ingannevole. Senza volermi dilungare, richiamo il binomio Vita-Morte, Amore-Orrore, e simili: perciò intendiamo un invito alla moderazione.
I versi successivi si sviluppano in una visione ordinaria e incantata del mondo circostante in coerenza con i sentimenti di umana solidarietà; per esempio, verso una bambina cieca, verso Edi (suppongo una giovane vita) che ha “cessato di soffiare”; oppure in un dialogo-poemetto tra un padre e il proprio bambino, su una barca, in cui decantano “la bellezza del posto e del divino perché”. Fulvia Donatella Narciso ci offre uno sguardo tutt’intorno che sa di mare, di luce, di montagna. Altra poesia-poemetto è a p.19 (“Finita la preghiera”) ove eleva un inno alla bellezza del creato, che si può percepire nel semplice “accarezzare una capretta”; ivi i tempi verbali all’indefinito sembra che prolunghino le azioni, i sentimenti e la preghiera, mettendo insieme pure i Tre Re Magi. Sono visioni contemplative le sue: un bambino che gioca al pallone, un vecchio che sta a pregare, una neonata dal “bel nastro rosa”. Ed anche gli astri del cielo, sono raggiunti da un pensiero per la nonna Norina Manzoni (p.27), con la certezza di un incontro futuro.
Più avanti eleva un inno all’alba: “Pace paradisiaca/ in oasi azzurra; / gioiose sensazioni/ di universale bellezza; / sterminato inseguirsi/ di onde all’infinito” (p.34), che esalta l’amore alla vita “in un eterno abbraccio” (p.37, Quando). Nella poesia “16 anni” (p.25), sente l’abbaglio dei primi battiti d’amore, consapevole che può trattarsi di un fuoco di paglia (Mi ricorda la canzone omonima degli anni settanta del passato secolo, cantata da Nunzio Gallo). Ma l’Io lirico si fa più vibrante qui, nel sorriso di un bimbo: “Vedrà vibrare la luna e le stelle, / nel blu di fate, più vive, più belle…/ Quanto ho sofferto, quanto ho bramato, /quanto ho aspettato, ma poi l’ho scoperto: /quell’astro immenso che viene da Dio /e non si spegne: lo voglio io! …” (p.28, Riverbero di primavera).
***
Ed eccoci a quella che reputo come seconda parte. Fulvia Donatella Narciso, perciò, passa dai toni elegiaci a un cambio di registro, nei toni assertivi da ammonitrice (p.29, Eterna fluidità esistenziale) che, mi pare, rimproveri l’uomo che si impone come metro di giudizio; con ciò invita l’uomo a essere più umile nei suoi giudizi, con ironia commenta che occorre fatica nel discernimento, alla moderazione, all’umiltà. Così pure assume toni da educatriceinvitando alla retta vita, a evitare la droga (p.32, A Gian Luigi); emette denuncia di condanna del piromane, del potere per fini egoistici, disapprova l’uso smodato dell’automazione, semplice constatazione della robotizzazione entrata nella vita quotidiana che trasforma la società umana in “società dei consumi”. Tutto il percorso al momento raggiunto sembra condurre alla meta della preghiera, in una “chiesetta lassù in cima” (p.38).
Fulvia Donatella Narciso nell’ultima decina di poesie, di “Splendori di vita”, è come se, abbagliata da tanta luce, raggiungesse l’acme della folgorazione; così, in forma di brevi monologhi, esprime una sorta di tu per tu, incalzanti per denunciare il suo sdegno prorompente con cui critica la Legge commentando che “è solo un problema d’ottica”; critica il Concordato e a proposito del Divorzio, a malincuore, osserva che giunge quando “ormai è troppo tardi/ per tornare indietro!”. È un susseguirsi di richiami, “basta una cospicua bustarella…”; denuncia la difficoltà a trovare casa in affitto, l’inutilità di un ufficio di collocamento per trovare lavoro. E poi ancora l’inflazione, entrata nel linguaggio comune come “naturale”; scavare affannosamente alla ricerca di petrolio. Urla anche per i morti ammazzati che sono “ombre che incombono/ sulla coscienza collettiva.” (p.53, Terrorismo).
Fra le trame, non può mancare la manifestazione dei propri intimi affetti nel cuore di mamma, la quale trova sempre un cantuccio riservato ai figli; o verso il padre Egidio: “Fiocchi sfumati di neve, /spinosi, /raccolgono il peso /dei tuoi anni /e lo arruffano, /insieme ai ricordi /ai sorrisi, /alle folli passioni!” (p.54, Quella barba bianca). Infine si chiede “Perché guerra?!” (p.59). Insomma il suo è un cammino di ricerca del perché e di sé medesima.
Tito Cauchi
Fulvia Donatella Narciso, Splendori di vita, prefazione di Raffaele Piazza; Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 64, isbn 979-12-81351-83-7, mianoposta@gmail.com.