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FOSCOLO TRA LA PASSIONE LE PASSIONI E L’ESILIO. LUNGO IL BICENTENARIO DELLA MORTE 

A admin
17 de septiembre, 2026

PIERFRANCO BRUNI 

Passioni, Passione e Esilio. Tre coordinate nella vita di Ugo Foscolo per un Bicentenario che ci aspetta. Dunque. L’esilio in Foscolo è una rappresentazione profonda e radicale ma anche volontaria. Per troppa fedeltà alla Patria e alla sua Venezia. L’esilio è sempre una trasgressione al tempo del vissuto. Foscolo si trovò dentro la passione per la Patria e dentro le passioni degli amori. Fu rivoluzionario anche in questo. E capì che il legame tra passioni, Passione e Illusione era strettissimo. Versi lancinanti che restano ferita aperta e dicono già la Passione come destino:

«Né più mai toccherò le sacre sponde

ove il mio corpo fanciulletto giacque,

Zacinto mia, che te specchi nell’onde

del greco mar da cui vergine nacque

Vergine nacque Venere e a que’ climi

non ridarà mai il fato, ohimè, il mio canto,

né di mia cara madre in seno io pongo

le mie membra, ma a noi prescrisse

il fato illacrimata sepoltura».

Zacinto come destino lacerato. Come ferita eterna. Come un nostos greco che non si compie. L’esilio è il frantumarsi dell’anima. Il resto è sepolcro. Ma la morte non può essere strappo. È consapevolezza e ancora di più vicinanza. L’esilio è uno strappo. Come lo fu per Ovidio sul Mar Nero. Per Dante lungo le scale altrui. Come lo fu per Cioran a Parigi. Come lo fu per Maria Zambrano che fece dell’esilio una metafisica dell’anima.

La passione non si descrive. Può rappresentarsi? Foscolo dirà con lucidità tagliente: «Sente assai poco la propria passione, o lieta o triste che sia, chi sa troppo minutamente descriverla». Ma cos’è la passione per Foscolo? La Patria fu l’identità di una passione identitaria esistenziale. Questa fu Passione patriottica che diventa illusione con il suo esilio. Quindi il contrasto tra Passione e Illusione è potente. È l’anima che si innalza e cade. Ma l’anima può cadere? Certo. Metaforico convetto del cielo e delle macerie avrebbe detto il mio Cioran.

Camus dirà, nel tempo della peste che è anche tempo dell’esilio interiore e della passione spezzata: «Tutti avevano sofferto insieme, sia nella carne che nell’anima, d’una difficile vacanza, d’un esilio senza rimedio e di una sete mai appagata». Dante considera l’esilio come profezia e condanna. Cacciaguida annuncia:

«Tu lascerai ogne cosa diletta

più caramente; e questo è quello strale

che l’arco de lo essilio pria saetta.

Tu proverai sì come sa di sale

lo pane altrui, e come è duro calle

lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale…»

Così Dante Alighieri in Paradiso XVII, versi 55-60. È lo stesso sale che Foscolo assaggerà a Londra, povero, malato, dimenticato. Resta fondamentale un incipit che è emblema di patria e di esilio e di passione tradita. È l’inizio delle Ultime lettere di Jacopo Ortis, romanzo epistolare scritto dopo il Trattato di Campoformio del 1797 con cui Napoleone cedette Venezia all’Austria: «Il sacrificio della patria nostra è consumato: tutto è perduto; e la vita, seppure ne verrà concessa, non ci resterà che per piangere le nostre sciagure, e la nostra infamia».

Sciagure e infamia. Dunque. La fine delle illusioni e con esse il morire delle Passioni. Qui si chiude la fase politica delle illusioni di Foscolo. Qui finisce il giacobino e nasce l’esule metafisico. L’esilio vissuto come condanna metafisica. La Patria tradita è uno dei temi fondamentali di Foscolo. Così sempre in Jacopo Ortis: «Poiché ho disperato e della mia patria e di me, aspetto tranquillamente la prigione e la morte. Il mio cadavere almeno non cadrà fra braccia straniere e le mie ossa poseranno su la terra de’ miei padri».

Il tradimento ha in sé il senso del tragico. Una trasfigurazione che lo conduce a meditare su Ulisse. Ma Ulisse ritorna a Itaca e Foscolo sa che non ritornerà. Sperava di morire in patria e invece il fato gli prescrisse illacrimata sepoltura, come canta nel sonetto A Zacinto.

Teresa in Jacopo Ortis è una delle passioni amorose che intreccia amor patrio e amore sensuale. La Patria e la donna sono la stessa Passione. Infatti Jacopo a Teresa confessa con carnalità disperata: «Preparami un migliaio di baci, ch’io verrò stasera a succhiarli dalla tua bocca celeste». Passione e carnalità. Passione e patria. Lo stesso incendio.

La sua saggezza nasce dalla sua riflessione filosofica e l’intreccio tra letteratura e filosofia si compie sulla sconfitta delle illusioni e la perdita delle passioni o viceversa. Appunto affermerà nella sua antropologia del disincanto: «Pentimenti sul passato, noja del presente, e timor del futuro; ecco la vita». Anche se scriverà ad Antonietta Fagnani Arese, la donna che fu la sua passione più lacerante e mondana: «Io non so né come io t’ami, né quanto; so che il mio amore è l’unica mia vita».

Sarà la poesia a mettere insieme il tutto perché è sempre convinto nonostante tutto che: «Un uomo che non ha passioni non ha calore nel cuore, né forza nell’anima, né luce nell’ingegno». Ma anche qui il destino diventa una certezza. Infatti: «Il mondo è una foresta di destini». È il tempo comunque che sempre domina. Il timore? Probabilmente sì. Perché è proprio nei Sepolcri che annida la risposta alla passione che muore e all’esilio che resta: «E quando il tempo con sue fredde ali

spazza fin le rovine, le Pimplee

fan lieti di lor canto i deserti,

e l’armonia vince di mille secoli il silenzio».

La poesia fa da contrasto all’oblio del tempo e quindi anche alle Illusioni e alle passioni e alla Passione. La poesia è l’unica patria che non tradisce. Ecco perché Foscolo non è innovativo. Ma porta con sé novità. Anche perché Foscolo non credeva alle innovazioni e tanto meno alle rivoluzioni intese come moda. Un passaggio che riporta a Schopenhauer e che è la sua poetica: «L’arte non consiste nel rappresentare cose nuove, ma nel rappresentarle con novità».

In fondo la Patria, questa passione antica, resta dentro il cuore, l’anima, il corpo, la fatica d’esistere in quanto la si porta sempre con sé. La sua definizione è metafisica: «La patria è là dove l’anima è ferma». Foscolo era in esilio volontario dal 1816. Non aveva voluto fare atto di fedeltà e giuramento al regime austriaco che era subentrato a Milano dopo la caduta del Regno Italico. Aveva scelto la fedeltà alla propria coscienza piuttosto che la sicurezza di una cattedra. I suoi ultimi anni li visse in una situazione di estrema povertà, inseguito dai creditori, umiliato, costretto a dare lezioni private di italiano per sopravvivere. La morte lo colse a Turnham Green, sobborgo di Londra, il 10 settembre 1827, all’età di 49 anni, ammalato di idropisia, con l’acqua nei polmoni che è anche simbolo dell’acqua del mare di Zacinto che non poté più toccare. Vi era accanto la figlia Floriana.

La metafora delle ultime parole di Jacopo a Teresa restano emblematiche di tutto il Foscolo esule e appassionato e dicono già la sua morte londinese: «Ma io moro incontaminato, e padrone di me stesso, e pieno di te, e certo del tuo pianto! Perdonami, Teresa, se mai… ah consolati, e vivi per la felicità de’ nostri miseri genitori; la tua morte farebbe maledire le mie ceneri. Ora tu accogli l’anima mia». Un gesto finale che sembra raccogliere le finite illusioni e il tragico in disperazione. Teresa come ultimo colloquio? Teresa come Patria impossibile? Teresa come Zacinto che non si tocca più? Teresa come Passione che non muore ma si fa sepolcro?

In Foscolo l’esilio non è solo geografia. È ontologia della Passione. È il modo di stare al mondo di chi ha amato troppo la Patria e troppo le donne per accettarne la servitù. È eresia civile e eresia amorosa. È quella che Maria Zambrano chiamerà l’esilio come patria dell’anima, dove il vero esule non perde la patria ma la porta con sé come ferita sacra e come passione incancellabile. Per questo Foscolo è nostro contemporaneo. Perché ci insegna che l’esilio e la passione non sono una punizione inflitta da un potere. Sono una scelta di chi non vuole tradire la propria anima. Non tradisce.  Accetta la perdita delle illusioni e la sconfitta delle passioni. 

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