La ribellione e le macerie. Il mio Kierkegaard e la grazia tragica
Pierfranco Bruni
Cosa è il bene umano? E la differenza con il bene comune? Il salto. La scelta. Direbbe Kierkegaard. Il mio Kierkegaard è un viaggio oltre ma dentro il tragico metafisico. C’è una domanda che non si lascia archiviare. È la domanda che ci interroga mentre il giorno tramonta. Cosa è il bene umano? Non è il bene comune. Attenzione. Qui è necessaria una distinzione che è già una scelta esistenziale, che richiama il tragico e il ribelle.
Il bene comune è categoria politica, è architettura. È Aristotele che diventa Tommaso, è la polis che cerca ordine, è l’amministrazione del vivere. È necessario, ma non è salvifico. Il bene comune organizza, distribuisce, regola. È la prassi che si fa ragione. È piuttosto una linea antropologica più che filosofica.
Il bene umano invece è ben altra cosa. È più alto e più fragile. Il bene umano è la vocazione dell’anima a restare umana. È il singolo davanti all’eterno. Il bene comune ti chiede di appartenere. Il bene umano ti chiede di essere. L’appartenenza vive la metamorfosi. Si fa Essere. Tra i due c’è un abisso. E quell’abisso si attraversa solo con un salto. Ovvero lo spring. Kierkegaard lo sapeva. Tanto che ebbe modo di dire che non si diventa cristiani per evoluzione, ma per salto. Non si diventa uomini per abitudine, ma per scelta. Aut aut. Ed è qui il cuore di tutto.
Restare umani o dubitare? Ma il dubbio non è il contrario dell’umano. Il dubbio è la sua soglia. Dubitare è già un atto di umanità profonda, è il rifiuto dell’automa, dell’ideologia che pensa al posto tuo. L’uomo che non dubita ha già cessato di essere uomo. È diventato funzione. Ingranaggio del moderno. Ha superato Pascal. Kierkegaard, danese eppure così mediterraneo, così agostiniano nel suo tormento, ci insegna che la verità non è un sistema che ti contiene, ma una scelta che ti ferisce.
Dunque. Si sceglie. Sempre. O si è scelti dal nulla. Il nulla o il vuoto. L’abisso. Qui l’angoscia di Kierkegaard si fa solenne. Ma bisogna sempre tendere alla libertà del singolo per realizzare la Libertà. Non c’è una Libertà maiuscola senza la libertà minuscola, ferita, quotidiana del singolo che dice: io sono. Io scelgo. Io credo. Io dispero. La libertà del singolo è scandalo per ogni totalitarismo. Per ogni ideologia, e le ideologie sono acque stagnanti, non fiumi, per ogni ideologia che vuole sommergere il pensiero. Annullare il pensiero del Pensiero.
Bisognerebbe allontanarsi da ogni ideologia per poter pensare con la vita del Pensiero. Perché il Pensiero non è astrazione, è vita che pensa. È bios che si fa logos. Finché il pensiero resta ideologia, è slogan. Quando diventa vita, è filosofia. È religione. Una attrazione mai sistematica. Bensì esistenziale. È così che si può comprendere la parola più dura e più vera che è Tramontare. Si tramonta. Tramontare. È l’unica certezza per sconfiggere il moderno e ritrovare la religiosità. Un richiamo che Nietzsche riprenderà e farà suo. Il moderno ci ha imposto l’alba perenne, la luce artificiale che non finisce mai, il progresso senza ombra. Ma l’uomo non vive di sola luce. Vive di crepuscolo. Il tramonto non è fine, è rivelazione. È l’ora in cui le cose mostrano la loro anima. Solo chi accetta di tramontare ritrova il sacro. Perché il sacro nasce quando la luce declina e il mistero avanza. De Chirico lo aveva capito dipingendo piazze vuote all’ora metafisica. Il sole che scende non è sconfitta, è liturgia. Penso a De Chirico. Realizza il tempo nel vuoto. Al contrario di Hegel che aveva dirottato tutto a fenomeno.
In quell’ora, l’umanità deve essere magnifica. Lo dice ora Benedetto XIV, Papa della ragione in fede e dello stupore, che sa tenere insieme diritto canonico e meraviglia. L’anima grande che non si accontenta del bene comune amministrato, ma cerca il bene umano trasfigurato. Ovvero la Città di Dio che abita l’anima. Ma perché questa magnificenza della Meraviglia è così difficile? Perché viviamo un’esistenza precaria perché siamo linguaggio del bene e del male. Mai della quiete o dell’inquieto. Siamo parola. Siamo racconto. Non siamo mai quiete assoluta, né mai inquietudine assoluta. Siamo il confine. Siamo il linguaggio che nomina il bene e il male e, nominandoli, li vive. Adamo ha dato il nome e ha scelto. Ed è lì che la precarietà diventa destino. E diventa bellezza.
Qui si apre la distinzione che è centrale. La fenomenologia è sistematica altrimenti non sarebbe tale. Nasce dalla Ragione. Husserl, con rigore, vuole descrivere. Vuole mettere il mondo tra parentesi per capirlo. È un gesto greco, apollineo. Sistematico. La metafisica invece nasce dal dubbio e dal mistero. Non descrive. Interroga. Non mette tra parentesi, si mette in ginocchio. Diciamolo con chiarezza. La fenomenologia vuole forma. La metafisica accetta l’ombra. La fenomenologia nasce dalla Ragione che ordina. La metafisica nasce dal dubbio che ama e dal mistero che avvolge in un intreccio tra apparente distrazione e singolare mistero. Kierkegaard, il mio Kierkegaard, sta esattamente sul crinale di un volo di colomba e di un giglio nel vento.
In Kierkegaard c’è una matrice profonda agostiniana. È innegabile. Agostino è il primo uomo moderno perché è il primo a dire in interiore homine habitat veritas. Dalla conversione all’estetica e quindi al religioso. In tale contesto il percorso di Agostino è il percorso di Kierkegaard che definirei: dalla carne che seduce, all’estetica che incanta, fino al religioso che salva. Dall’amore inquieto di Regina Olsen alla scelta del solitario, Kierkegaard compie un viaggio lungo le strade di Copenaghen. Dalla seduzione di Don Giovanni all’angoscia di Abramo sul monte Moriah. Dalla bellezza tragica al tragico biblico. Ma c’è di più ed è l’intuizione.
Infatti in Kierkegaard c’è una componente plutarchiana che richiama il concetto dell’anima dell’amante che vive in quella dell’amato. L’amante dura fino a quando l’amato vive. Per Kierkegaard ci sarà anche dopo. Perché se la vita è mortale il tempo è immortale. Il timore e il tremore sono più terribili dell’angoscia stessa. Plutarco, nei suoi Moralia, nell’Erotikos, ci dice che amare è esiliarsi da sé per abitare nell’altro. L’amante non vive più in sé, vive nell’amato. Non è alienazione, è trasfigurazione. Ebbene, questo è il religioso kierkegaardiano: l’anima che non vive più in sé, ma vive in Dio. L’amante, l’uomo, che trova la sua dimora nell’Amato, l’Assoluto. Senza questa follia d’amore plutarchiana, la fede di Kierkegaard sarebbe solo dovere. Invece è eros. È pathos.
Ed ecco allora l’ultimo passaggio: estetica che diventa fascino del tempo nel superare l’angoscia come malattia mortale. Il mio Kierkegaard. L’estetico, in Kierkegaard, non è da distruggere. È da attraversare. Da trasfigurare. L’estetica è il tempo che seduce, è la bellezza che trattiene. Quando l’estetica non è più possesso ma fascino, quando il tempo non è più cronometro ma attesa, allora l’angoscia, quella malattia mortale che è disperazione di non poter morire come uomo, viene superata. Il mio Kierkegaard non è il filosofo della disperazione. È il filosofo del tramonto che diventa alba. È colui che ci insegna che restare umani significa avere il coraggio del salto, il coraggio di tramontare ogni giorno per rinascere nella libertà del singolo, dove finalmente la Libertà non è più un’idea, ma un volto. Un volto umano. Magnifico.
È appunto la magnificenza che conduce Kierkegaard dall’etica all’estetica e da questa al religioso. Non categorie. Mai categoria, ma attesa, speranza, grazia tragica. Può esistere una grazia tragica? In Kierkegaard è l’abisso e la luce. È quella voce che ti sveglia nella notte fonda e spacca il buio perché Cristo è fedeltà nel silenzio. Cosa resta alla fine? Ciò che Kierkegaard ha lasciato proprio in punta di coltello: la maggior parte degli uomini vive per avere il pane quotidiano; quando l’ha avuto vive per avere un buon pane quotidiano; e quando ha ottenuto anche questo, muore. Una ribellione che il tempo riduce in macerie.
