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La filosofia. KIERKEGAARD, LA RIBELLIONE E LE MACERIE di Pierfranco Bruni

A admin
23 de septiembre, 2026

Giovanna Pezzillo*

Dopo Hegel Pierfranco Bruni necessariamente non poteva che incontrare Kierkegaard. Filosofia come vita. Mai come scuola. Ecco perché é un libro necessario. C’è un Kierkegaard che non sta nei manuali. Non è il filosofo della disperazione, non è il padre dell’esistenzialismo etichettato e archiviato. È un uomo che cammina per Copenaghen con la febbre addosso, che ama Regina Olsen, che ha paura di Abramo sul monte Moriah, che odia il sistema di Hegel perché il sistema cancella il volto. È questo il Kierkegaard che Pierfranco Bruni ci restituisce nel suo nuovo libro La ribellione e le macerie, edito da Solfanelli, pagine 306, euro 20. Un libro che non si legge come un saggio, ma come un viaggio.

Bruni compie un’operazione intellettuale rara e coraggiosa. Non spiega Kierkegaard, lo abita. Lo porta fuori dall’aula universitaria danese e lo conduce in una piazza italiana vuota, dipinta da De Chirico, all’ora metafisica del tramonto. È lì che avviene la filosofia. Non all’alba perenne del progresso che il moderno ci impone, ma nel crepuscolo, quando le cose mostrano l’anima. Appunto l’anima dell’uomo singolo.

Il cuore del libro è una distinzione che è già una scelta esistenziale. Cosa è il bene umano? Cosa è il bene comune? Per Bruni non sono sinonimi. Il bene comune è categoria politica, è architettura. È Aristotele che diventa Tommaso, la polis che organizza e regola. Necessario, ma non salvifico. Il bene umano è altra cosa. Più alto e più fragile. È la vocazione dell’anima a restare umana. È il singolo davanti all’eterno. Il bene comune chiede di appartenere. Il bene umano chiede di essere. Tra i due c’è un abisso. E quell’abisso si attraversa solo con un salto. È il famoso spring kierkegaardiano. Non si diventa cristiani per evoluzione, ma per salto. Non si diventa uomini per abitudine, ma per scelta. Aut aut.

Bruni costruisce il suo libro come un mosaico di taccuini, lettere immaginarie, appunti bagnati, incontri impossibili. A pagina 139 troviamo Kierkegaard che dialoga con Socrate a Rodi. A pagina 35 incontra Francesco alla Porziuncola. A pagina 233 è Regina Olsen che restituisce l’anello non per buttarlo, ma per fonderlo e farne un cucchiaio per dare da mangiare a chi ha fame. Perché l’amore non è possesso, è pane. È impossibile possibile.

È qui l’originalità più profonda. Bruni legge Kierkegaard con due lenti inedite. La prima è agostiniana: in interiore homine habitat veritas. Il percorso dalla carne all’estetica al religioso. La seconda è plutarchiana, tratta dai Moralia, dall’Erotikos: l’anima dell’amante vive nell’amato. Amare è esiliarsi da sé per abitare nell’altro. Così il religioso kierkegaardiano non è più solo dovere, è eros, è pathos. L’uomo che non vive più in sé, ma vive in Dio.

E poi c’è Nietzsche, c’è la critica feroce a Hegel. Per Bruni, Hegel, dopo.aver cenato con lui, metaforicamente, un un precedente libro, é un muro, una costruzione perfetta, un tempio senza uomo. Ha trasformato tutto in Cosa, ha azzerato la Persona. Kierkegaard, al contrario, recupera l’uomo con le sue conflittualità, oltre la Ragione e la Storia. Lo ricorda Boezio messo in esergo: hai cessato di sapere quel che tu stesso sei.

La pagina più bella è forse quella sulla parola tramontare. Il tramonto non è fine, è rivelazione, è liturgia. Solo chi accetta di tramontare ritrova il sacro, perché il sacro nasce quando la luce declina e il mistero avanza. In questo senso, il libro di Bruni è un libro contro il moderno, contro l’ideologia intesa come acqua stagnante, contro l’uomo ridotto a funzione, a ingranaggio.

E alla fine, cosa resta? Resta quella che Bruni chiama grazia tragica. Può esistere una grazia tragica? In Kierkegaard sì. È abisso e luce insieme. È la voce che nella notte fonda spacca il buio perché Cristo è fedeltà nel silenzio.

L’ultima frase del filosofo danese, che Bruni lascia come una lama, è il sigillo perfetto di questo libro ribelle: la maggior parte degli uomini vive per avere il pane quotidiano; quando l’ha avuto vive per avere un buon pane quotidiano; e quando ha ottenuto anche questo, muore. Una ribellione che il tempo riduce in macerie. Ma su quelle macerie, ci dice Bruni, si può ancora costruire il bene umano. Che è un volto. Magnifico. Dunque. Un libro da leggere lentamente, all’ora del tramonto.

*saggista

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