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La ribellione e le macerie. Il mio Kierkegaard e la grazia tragica

A admin
24 de septiembre, 2026

di Pierfranco Bruni*

Cosa è il bene umano? Non è il bene comune. Distinzione che è già scelta esistenziale. Il bene comune è categoria politica, architettura. Aristotele che diventa Tommaso, la polis che ordina. Organizza, regola. Necessario, non salvifico.

Il bene umano è altra cosa. Più alto e fragile. Vocazione dell’anima a restare umana. Il singolo davanti all’eterno. Il bene comune chiede di appartenere. Il bene umano chiede di essere. Tra i due un abisso. Si attraversa solo con un salto. Kierkegaard: non si diventa cristiani per evoluzione, ma per salto. Non si diventa uomini per abitudine, ma per scelta. Aut aut.

Dubitare non è contrario dell’umano, è la sua soglia. Dubitare è rifiutare l’automa, l’ideologia che pensa al posto tuo. Chi non dubita ha cessato di essere uomo. È funzione. Kierkegaard, danese eppure mediterraneo e agostiniano, insegna che la verità non è sistema che ti contiene, ma scelta che ti ferisce.

Si sceglie. Sempre. O si è scelti dal nulla. Non c’è Libertà maiuscola senza libertà minuscola del singolo che dice: io sono, scelgo, credo, dispero. Scandalo per ogni totalitarismo, per ogni ideologia, acque stagnanti che vogliono sommergere il pensiero. Allontanarsi dall’ideologia per pensare con la vita del Pensiero. Il Pensiero non è astrazione, è vita che pensa, bios che si fa logos. Se resta ideologia è slogan. Se diventa vita è filosofia, religione esistenziale.

Così si comprende la parola vera: Tramontare. Il moderno impone alba perenne, luce artificiale senza ombra. Ma l’uomo vive di crepuscolo. Il tramonto non è fine, è rivelazione. L’ora in cui le cose mostrano l’anima. Solo chi accetta di tramontare ritrova il sacro. De Chirico lo capì: piazze vuote nell’ora metafisica. Il sole che scende non è sconfitta, è liturgia.

Lì l’umanità deve essere magnifica. Non si accontenta del bene comune amministrato, cerca il bene umano trasfigurato. Siamo linguaggio del bene e del male, mai quiete assoluta. Siamo confine. Fenomenologia nasce dalla Ragione che descrive, vuole forma. Husserl mette il mondo tra parentesi. Metafisica nasce dal dubbio e dal mistero. Non descrive, interroga. Non mette tra parentesi, si mette in ginocchio. Kierkegaard sta sul crinale: volo di colomba e giglio nel vento.

Matrice agostiniana: in interiore homine habitat veritas. Dalla carne che seduce, all’estetica che incanta, al religioso che salva. Da Regina Olsen ad Abramo sul Moriah. E componente plutarchiana: l’anima dell’amante vive nell’amato. Plutarco nell’Erotikos: amare è esiliarsi da sé per abitare nell’altro. Questo è il religioso kierkegaardiano: l’anima non vive più in sé, ma in Dio. Non dovere, ma eros, pathos.

Infine estetica che diventa fascino del tempo e supera l’angoscia come malattia mortale. L’estetico non va distrutto, va attraversato. Quando il tempo non è cronometro ma attesa, l’angoscia è vinta. Il mio Kierkegaard non è filosofo della disperazione, ma del tramonto che diventa alba. Restare umani è tramontare ogni giorno per rinascere nella libertà del singolo, dove la Libertà è volto umano.

Non categorie, ma attesa, speranza, grazia tragica. In Kierkegaard è abisso e luce. Voce che spacca il buio perché Cristo è fedeltà nel silenzio. Resta la sua frase a coltello: la maggior parte degli uomini vive per avere il pane quotidiano; quando l’ha avuto vuole un buon pane quotidiano; e quando ha ottenuto anche questo, muore. Ribellione che il tempo riduce in macerie.

*Presidente del Centro Studi e Ricerche Francesco Grisi 

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