Leone XIV a Parigi. Un linguaggio di speranza con la perseveranza del bene
Pierfranco Bruni
Maestoso discorso di Papa Leone XIV a Parigi. Il recupero completo di San Paolo. Ma non del Paolo soltanto della carità, ma anche del bene di Dio. Perché il bene è insostituibile nel rispetto del diritto alla vita. Una chiave di lettura che pone al centro l’aborto e il fine vita. Finalmente un Pontefice che pone al centro il rispetto della vita senza tatticismi. Dice che il diritto a vivere «costituisce il fondamento imprescindibile di ogni altro diritto umano». Non è una frase retorica. È il rovesciamento del relativismo giuridico che ha dominato gli ultimi decenni attraverso parole che riportano alla tradizione che è quella paolina oltre al suo Agostino.
La sottolineatura sta nel cuore di una società sopraffatta dal relativismo e dalla supponenza delle cose sulla persona. Viviamo in un tempo in cui l’avere ha sostituito l’essere, in cui l’algoritmo misura, calcola, classifica, ma non comprende. La persona non può e non deve essere indifferente di fronte ai grandi problemi che la modernità presenta. Non può delegare alla tecnica la sua coscienza.
Proprio per questo Leone XIV usa parole forti sulle quali si era già soffermato nella sua prima Enciclica. Ripeterà a Parigi, nella capitale dell’Europa che fu dei Lumi e che oggi cerca nuovi lumi: «L’essere umano non deve essere legato ai numeri. L’intelligenza artificiale deve essere al servizio dell’uomo. Infatti: La rivoluzione digitale non deve incatenare ma deve liberare».
È un passaggio decisivo. Il Papa non demonizza la tecnologia, la evangelizza. Chiede che resti strumento e non diventi destino. Insiste sul buono e sul senso della bontà intrinseci nell’uomo, su quella legge naturale che nessuna macchina potrà mai scrivere.
«La questione del rispetto della dignità umana e dei diritti e delle libertà fondamentali che derivano dalla natura umana si pone in ogni epoca e deve accompagnare l’evoluzione della società e il progresso tecnico». Un richiamo preciso che va verso l’impegno del cristiano e quindi c’è bisogno di una testimonianza pubblica, non intimistica, non rinchiusa in sacrestia.
Ed è qui il recupero paolino di Leone XIV. Non un Paolo edulcorato, ridotto a icona della solidarietà o a precursore del buonismo, ma il Paolo dell’agape come bene oggettivo, come verità che salva, come carità che è giustizia. Il bene non è un’opinione, non è negoziabile, non è una preferenza culturale. È fondativo. Senza il bene, il diritto si fa procedura vuota, la democrazia si fa conta di voti, la libertà si fa arbitrio.
Per questo il Papa lega insieme bioetica e tecnologia, in un unico sguardo. La difesa della vita nascente e morente e la difesa della libertà umana di fronte alla dittatura dell’algoritmo sono lo stesso combattimento. In entrambi i casi è in gioco l’irriducibilità della persona a cosa, a dato, a numero, a costo, a scarto. L’aborto e l’eutanasia, così come la riduzione dell’uomo a profilo digitale, nascono dalla stessa radice: l’idea che l’uomo valga solo se produce, se è efficiente, se è desiderato.
Questa è la vera rottura con il politicamente corretto. Non una chiusura, ma un’apertura radicale alla realtà. Il tema della guerra è uno dei punti di riferimento e su questo la sua motivazione porta alla scuola come modello educativo fondante per una nuova fraternità in cui «il mondo abbia la vita» perché dove c’è guerra non c’è amore e la sua esortazione è a non rassegnarsi davanti alle ingiustizie.
In un monito robusto, il Papa sottolinea che: «La pace è vera quando scaturisce dalla virtù della giustizia più che da un mero contratto, da una volontà retta piuttosto che da un instabile equilibrio di interessi. Infatti, solo una volontà retta può riconoscere nell’altro un fratello o una sorella, una persona come sé stessi».
Qui non ci troviamo soltanto a leggere la parola di un Pontefice ma di una profonda umanità carismatica che legge la modernità con gli strumenti sociologici e antropologici ma anche con lo sguardo profetico che va oltre la modernità. Chiama in causa la volontà ponendo l’attenzione sulla conoscenza della realtà. Infatti insiste sul fatto della conoscenza nel momento in cui afferma: «Se riconosciamo che la corruzione della legge parte dalla corruzione del cuore, possiamo apprezzare il fatto che qualsiasi scienza rischia di perdere senso se condotta senza etica, cessando così di servire e rispecchiare la dignità umana». Un percorso fortamente umano le cui radici della religiosità marcano il tutto.
Paolo e Agostino sono un intreccio consistente. Lo sguardo rivolto ai giovani ha una valenza primaria. L’essere umano è la condizione umana in un mosaico in cui non è l’ambiente il centro ma l’antropologia in sé: «L’attuale crisi ecologica è una crisi antropologica». Fino a toccare il linguaggio più paolino possibile usando un concetto indelebile che ruota intorno alle Lettere paoline in cui la perseveranza è sentiero e invito a «perseverare nella speranza che il bene è sempre possibile». Non al di là del bene. Ma sempre dentro e con il bene.
