Hegel e Foscolo. Tra l’idea come fenomeno e il tragico lirico
Pierfranco Bruni
Fenomenologia dello Spirito e culto dei Sepolcri. Due aspetti che caratterizzano la diversità profonda tra Hegel e Foscolo. Nel mio «A cena con Hegel» ho cercato un itinerario a intreccio che potesse creare una visione ermeneutica, ma nel fondo della questione, nonostante si pensi al materialismo e all’idealismo, l’uno resta filosofo del concetto e l’altro è marcatamente tragico lirico.
Hegel e Foscolo sono contemporanei, eppure non abitano lo stesso secolo. Hegel nasce nel 1770, Foscolo nel 1778. Otto anni che sembrano pochi, ma che sono un abisso. Hegel vedrà la Prussia diventare Stato, Foscolo vedrà Venezia venduta. L’uno teorizza lo Stato come realizzazione dello Spirito, l’altro subisce lo Stato come tradimento della Patria. È già qui, in questa frattura biografica, tutta la loro diversità. Biografia e formazione tra ideologia e l’esilio tragico tra istanza razionale e forte sentimento di identità patriottica.
Comunque, se Foscolo supera la ragione con «I Sepolcri», Hegel focalizza lo Spirito come fenomeno. Ciò non è assolutamente verificabile in Foscolo. Perché c’è una misura precisa che è la rottura del tempo del linguaggio. Hegel scava appunto in quella vita «che teme la morte e si mantiene in essa, è la vita dello spirito». È un passo centrale della Fenomenologia, 1807. Lo stesso anno in cui Foscolo pubblica «Dei Sepolcri», 1807. Due libri nello stesso anno, due modi opposti di guardare la morte. Ma Hegel resta impigliato nella ragione. Mentre Foscolo nell’esilio.
Per Hegel la morte non va rimossa, va sopportata, va guardata in faccia, va mantenuta dentro. Solo così lo Spirito diventa se stesso. La famosa frase: «Ma non la vita che teme la morte e si mantiene pura dalla devastazione, bensì quella che la sopporta e si mantiene in essa, è la vita dello spirito». Lo spirito hegeliano è quello che attraversa la morte per vincerla dialetticamente. La morte è un momento, è una negazione necessaria, è un lavoro. Può essere anche un istante.
In Foscolo è l’opposto. In Foscolo «involve tutte cose l’obblio nella sua notte; e una forza operosa le affatica di moto in moto…». L’oblio, non lo Spirito. L’oblio è la forza vera che inghiotte tutto. Non c’è dialettica che tenga. Non c’è superamento. C’è solo una notte che avvolge. E una forza, quasi meccanica, quasi leopardiana prima di Leopardi, che affatica le cose di moto in moto senza senso, senza telos, senza Spirito. Foscolo è un anticipatore della decadenza dal volto della notte.
Siamo così ai Sepolcri. Ma la vita del pensare di Hegel si sviluppa intorno alla filosofia la quale costituisce «il proprio tempo appreso con il pensiero». La filosofia di Hegel è sempre postuma. Arriva dopo. Come la nottola di Minerva che si leva al crepuscolo. Spiega il tempo quando il tempo è già accaduto. È pensiero che comprende. Foscolo è oltre il pensiero perché è dentro il tragico del lirico in quanto «le Muse a cantar i vinti desti / E quando il tempo con sue fredde ali / sfiorerà quelle rovine, le Pimplee / fan lieti i deserti, e il canto vive…». Quelle rovine segnano il passo.
E qui sta il cuore della mia ermeneutica. Per Hegel il tempo ha fredde ali ma viene riscaldato dal concetto. Per Foscolo il tempo ha fredde ali e resta freddo. L’unico che può riscaldarle, per un attimo, non è il concetto, è il canto. Non è la filosofia, sono le Muse. Le Pimplee. È quella ierofania Hegel affida alla filosofia il compito di rendere ragionevole il reale. Foscolo affida alla poesia il compito di rendere sopportabile l’irragionevole del reale.
C’è una temperie come cultura di mezzo. Ed è il Neoclassicismo. Sia Hegel che Foscolo sono figli del Neoclassicismo, ma lo interpretano in modo diverso. Hegel lo vive come classicità del pensiero: il mondo greco è il mondo della bella eticità, ma va superato. Foscolo lo vive come classicità del lutto: il mondo greco è il mondo delle tombe, degli dèi perduti, delle illusioni che devono restare illusioni perché senza illusioni l’uomo non vive.
Hegel fino in fondo resta ideologia, nel senso alto del termine: è costruzione di un sistema. Foscolo è una rivoluzione che non ammette la rivoluzione come prassi. Bensì come centralità identitaria della Patria. Il resto è sfumatura.
Spiego meglio.
Hegel crede nella rivoluzione come realizzazione dello Stato. Foscolo non ci crede più dopo Campoformio. Ha visto Napoleone che da liberatore diventa venditore di popoli. Per questo la sua rivoluzione non è più prassi politica, è prassi interiore, è identità. La Patria per Foscolo non è un territorio, non è uno Stato hegeliano, è un’idea che si tiene in vita con le tombe e con i canti. Con il.linguaggio che giunge sino alle Odi.
Per Hegel i sepolcri non servono. Serve lo Stato, serve il diritto, serve la storia universale. Per Foscolo servono proprio i sepolcri. Perché i sepolcri «ispirano forti sensi ai forti». Non al filosofo, ai forti. Ai vivi che devono agire. I sepolcri foscoliani non sono conservazione, sono provocazione. Sono le tombe dei grandi che gridano ai vivi. Gridando dicono: fate come noi, siate degni. Hegel direbbe che le tombe sono spirito oggettivato che deve essere superato. Invece Foscolo direbbe che senza tombe non c’è nemmeno spirito.
Ecco perché nel mio «A cena con Hegel» li ho fatti sedere allo stesso tavolo ma non li ho fatti mai abbracciare. Ho lasciato che Hegel parlasse del concetto e Foscolo recitasse un verso. Perché tra i due non c’è sintesi possibile. C’è solo dialogo tragico. Hegel ha bisogno che la morte sia compresa. Foscolo ha bisogno che la morte sia cantata. Il canto sempre tragico ma sublime. E quando la morte è cantata, come nelle ultime notti di Santa Croce, allora le illusioni diventano più vere del vero. Allora «il canto vive». E vive più del concetto. In fondo, Hegel ci spiega la storia. Foscolo ci insegna a sopportarla, con un’isola nel cuore, Zante, e una tomba davanti agli occhi, Santa Croce. Ma questo non vuol dire che siano comparabile. Foscolo usa la finzione e la sua vita stessa. Hegel si impossa del concetto. In entrambi la storia è tragica altrimenti si correebbe il rischio di trasformare la tragedia in storia dei popoli. Foscolo è il tragico del tempo.
