Religión

A QUALE DIO SI AFFIDA UGO FOSCOLO?. IL SACRO, LA MEMORIA E LA CONTRADDIZIONE TRA RAGIONE E FEDE

A admin
1 de octubre, 2026

di Pierfranco Bruni

Si pone sempre una domanda nel momento in cui il silenzio si impossessa di tutto. A quale Dio si affida Ugo Foscolo? Ma si affida a un Dio? Quello del silenzio interrotto dal verso o quello del silenzio che interroga? È domanda che resta aperta e che non va chiusa con una risposta robusta. Perché in Foscolo il Dio non è mai definizione. È interrogazione. Vero.

Rivelazione e Provvidenza non stanno nel suo campo semantico. Foscolo non è uomo di Provvidenza come lo sarà Manzoni. Non è uomo di Rivelazione nel senso teologico e dogmatico. Non ha un Dio che interviene nella storia per aggiustare le sorti, che salva, che provvida, che consola. Il suo orizzonte non è quello del cattolicesimo romantico che verrà dopo di lui e che farà della Provvidenza un romanzo. Ovvero Manzoni.

Il mito e il sacro diventano fondamentali. Qui sta il centro. Non credo che ci sia in Foscolo una religione delle illusioni, come certa critica ottocentesca ha voluto sostenere per incasellarlo. Le illusioni le vive, le attraversa, le soffre, le patisce fino alla lacerazione, ma cerca sempre di superarle, di andare oltre, di lasciarle alle spalle come si lascia una stagione consumata. Ciò che interessa Foscolo, ciò che lo trattiene dal cinismo, è il sacro. Il sacro come il mito. In fondo Cesare Pavese fa la stessa operazione un secolo e mezzo dopo: cerca il sacro dentro il mito, non la religione dentro il dogma, cerca il divino nelle colline del sacro.

Il fatto del suo tanto accreditato ateismo lo considero una delle contraddizioni più vistose e più pigre della critica idealistica. Si è voluto fare di Foscolo un illuminista ateo, materialista puro, senza inquietudine metafisica. Non è così. Basterebbe leggere con attenzione. Non si può pensare che dopo la vita-morte ci sia il nulla. Eterno nulla. Se così fosse, non avrebbero senso «I Sepolcri». Se tutto finisse nel nulla assoluto, perché edificare un carme di trecentodieci endecasillabi sui sepolcri? Perché difendere le tombe dall’editto napoleonico di Saint-Cloud? Perché parlare di forti esempi che ispirano forti animi se non c’è il sacro?

Il sepolcro certamente custodisce il corpo ma è una presenza che esiste ed esiste in quanto custodisce memoria e tempo passato. Non è pietra tombale. È custodia di senso. Foscolo lo dice con chiarezza che è metafisica, non retorica d’occasione:

«A egregie cose il forte animo accendono

l’urne de’ forti, o Pindemonte».

L’urna non è cenere. È accensione. È fuoco che accende altro fuoco. Se fosse solo nulla, non accenderebbe nulla. Il nulla non accende. Spegne. L’urna accende perché contiene una storia, non un morto soltanto.

È chiaro che la sua formazione è dentro l’Illuminismo le cui caratteristiche sono la ragione e il materialismo. Foscolo legge Locke, legge Hobbes, legge Elvezio, legge Lucrezio e il «De rerum natura» che è il suo libro di formazione. Ma Foscolo è tanto libero da non farsi condizionare dalla scuola e vede nelle eredità, nelle tombe, nelle memorie, il centro del cammino esistenziale. L’eredità non è materiale. Non è patrimonio. È spirituale. È quello che resta quando il corpo non c’è più.

La presenza del padre propone una chiave di lettura significante e, perché no, metafisica. Il padre Andrea Foscolo muore a Spalato nel 1788, quando Ugo ha dieci anni. È una morte precoce che segna la vita. Il sonetto «In morte del padre», composto nel 1798, è decisivo in questa lettura. Lì le illusioni cadono davvero e il ricordo dello sguardo del padre rivolto a Dio mi sembra piuttosto una nostalgia di fede ed è un punto nevralgico delle sue contraddizioni tra Ragione e Fede. Cito il verso preciso:

«E l’occhio tuo morente a Dio rivolto».

Un figlio che a vent’anni ricorda l’occhio del padre morente rivolto a Dio non è un ateo che archivia una pratica. È un figlio che interroga quello sguardo. Perché il padre guarda Dio morendo? Cosa vede in quell’ultimo sguardo? Foscolo non lo dice. Non lo spiega. Ma lo custodisce nella memoria. E custodire quello sguardo è già nostalgia di fede. Non è fede posseduta. È nostalgia di fede. Che è più inquieta, più moderna e più lacerante della fede stessa.

Il fatto che leggesse costantemente la Bibbia pone, e gli pone, una domanda essenziale. Lo testimonia Quirina Mocenni Magiotti nelle sue lettere londinesi, lo testimonia la sua biblioteca di Turnham Green dove la Bibbia è tra i libri più annotati. Foscolo legge la Bibbia non come letterato che cerca citazioni, ma come uomo che cerca risposte. Tenta di trovare una risposta nella Bibbia. Non una risposta dottrinale. Una risposta esistenziale al problema del tempo che fugge. Lega la poesia al senso di eternità. Cosa vuol dire eternità se non un cammino ontologico? Eternità non è tempo lungo. È altro dal tempo. È ciò che resta quando il tempo finisce. La lettura della Bibbia non come fatto culturale è già porsi il problema della trascendenza.

La poesia può diventare edificazione? Ma direi di più: può diventare padrona del dolore? La poesia è dono. Direi una Grazia che ci permette di superare il dolore e di dare forma al vuoto. Foscolo lo scrive nei «Sepolcri» con verso che è teologia laica, senza Dio nominato ma con Dio implicito:

«Non vive ei forse anche sotterra, quando

gli sarà muta l’armonia del giorno,

se può destarla con soavi cure

nella mente de’ suoi?».

Vivere anche sotterra. Non vivere in cielo come i santi. Anche sotterra. È una eternità terrena, ma è eternità. È una Grazia data dalla poesia, dalla memoria che altri hanno di noi, dal verso che altri ricordano.

Se i sentimenti e l’amore in primis sono sacri non si può parlare di Ragione e tanto meno di illusioni come inganni. I sentimenti ci sono. Diventano non relativi ma centrali nella costruzione dell’uomo. E perché no trascendenti? Qui è il vero nodo che la critica razionalista non ha sciolto. L’amore in Foscolo non è illusione. È sacro. Quando ama Isabella Roncioni, quando ama Quirina, quando ama la donna vestita di bianco che non avrà mai, non sta vivendo una illusione passeggera. Sta vivendo un rito sacro. L’illusione passa e si dimentica. Il sacro resta e custodisce. E crea riferimenti.

Ritorno a pensare ai Sepolcri. Esistono perché bisogna trasmettere memoria. Ma il corpo non trasmette nulla. Il corpo è cenere, è «ossa nude», è «polvere che non sente». È quello che i morti sono stati da vivi che trasmette. Ma questa operazione vuol dire portare la memoria appunto nel sacro e il sacro resiste solo se è valenza di trascendenza. Quindi subentra il divino, anche se Foscolo non lo chiama con il nome cristiano di Dio. Subentra perché la memoria ha bisogno di un luogo che non sia solo terra.

La memoria ha la sacralità del divino. Mi sembra che sia un gioco a incastro che elimina le illusioni come inganno. Le illusioni non possono essere religiose, perché la religione delle illusioni sarebbe inganno auto-inflitto. La memoria se ha il suo vento sacro invece sì, è religiosa. La memoria è religiosa perché salva.

Foscolo non crede nel Dio della Provvidenza che aggiusta le cose e consola. Crede nel Dio del silenzio che interroga. Non nel Dio che interrompe il silenzio con il miracolo, ma nel Dio che lascia il silenzio a interrogarci, che ci costringe a stare nella domanda. È il Dio di Giobbe, che Foscolo legge nella Bibbia. È il Dio che non risponde con parole, ma che costringe a domandare ancora.

Per questo sostengo che il sacro in Foscolo è più forte della ragione. La ragione gli dice: dopo la morte c’è il nulla eterno, come dice Lucrezio che è il suo maestro. Il sacro gli dice: no, c’è la memoria, c’è l’urna, c’è il verso, c’è l’amore che resta e che testimonia. E tra ragione e sacro, Foscolo sceglie il sacro. Non per fede dogmatica. Per necessità ontologica. Senza sacro, l’uomo non è uomo. È solo, come lui stesso scrive, «un’ombra» che passa. Passare e andare oltre.

Ecco la sua preghiera laica, che è nei Sepolcri e che è la sua vera professione di fede, non atea ma sacra:

«Ma perché pria del tempo a sé il mortale

invidierà l’illusion che spento

pur lo sofferma al limitar di Dite?».

Non invidiare l’illusione prima del tempo. Resta al limitar di Dite, cioè sulla soglia, tra vita e morte, e lì edifica. Edifica con la poesia, che è Grazia, che è dono, che è sacro, che è l’unico Dio che resta quando gli dei tacciono. A quale Dio si affida? Al Dio che non ha nome ma ha memoria. Al Dio invisibile. Al Dio che c’è. Al Dio che ci riporta a Zacinto. Al Dio che sa che senza radici diventa impossibile abitarsi. Il tragico è anche qui. Scende il silenzio e la luna diventa uno specchio.

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